Petrarca, la solitudine e le nostre camerette (didattiche)

Come trasformare la lettura dei sonetti petrarcheschi “Solo et pensoso i più deserti campi” e “O cameretta che già fosti un porto” in spunto per ragionare su immagini e sensazioni del quotidiano, del nostro vissuto passato e del nostro vivere presente, insieme agli studenti e alle studentesse.
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Edward Hopper, “Sun in an Empty Room”, 1963

Più che “a distanza”, nelle mie classi ho sempre cercato di insegnare “la” distanza. O meglio: le distanze. Quelle plurime della letteratura, dei nascosti, inusuali significati dei testi rispetto al comune sentire. Paradossalmente attraverso tali distanze si comprendono meglio le vicinanze, le contiguità, le presenze vive, palpitanti, di cui mai come adesso si sente la mancanza. 

Eppure lei, la giusta distanza, cioè il modus gnoseologico frapposto tra libertà e arbitrio, necessario nell’interpretare un testo lontano per tempo e spazio, quella distanza mentale e intellettiva, laddove non linguistica ed espressiva, serve eccome. Brutto verbo servire. Cambiamolo: «…è funzionale a». A saggiare e a valutare – per esempio in letteratura latina, ma anche in quella italiana, si capisce – quella preziosa alterità che separa i numerosi sensi delle opere, mettendoli a confronto con le nostre dirompenti realtà. 

Proprio in quanto altro da noi, il segno letterario ci affascina, ci incuriosisce e cattura, ci spinge, come comunità ermeneutica (perché tale è una classe costituita da docenti e allievi), a interpretare, a ricercare, intellegere, “leggere dentro”, attraverso le righe. In altri termini: stabilire il campo di gioco, le regole dell’agone intellettuale che commisura, passo dopo passo, le alchemiche distanze, appunto, tra la letteratura e noi. 

Uso non a caso il verbo commisurare, poiché ciò mi consente di tornare, per fortuna,(con buona pace dei lettori, forse già troppo annoiati dal surplus retorico insito nelle parole di cui sopra; ma si sa, letteratura è anche questo: girandole e garbugli tra sensi e storie), ai veri temi oggetto di questo scritto. Misurare è infatti il verbo che utilizza Francesco Petrarca nel secondo verso del celebre sonetto XXXV dei suoi Rerum vulgarium fragmenta. Ho pensato, mentre insegnavo ai miei studenti e alle mie studentesse il significato di quel «vo mesurando a passi tardi et lenti», a come, in barba alla nostra volontà, le dinamiche imprevedibili della realtà entrino nelle nostre vite, sconvolgendole non poco. Mi sto riferendo ovviamente all’attuale pandemia da SARSCOVID-19 e alle misure drastiche volte a limitarne il contagio, che hanno investito e sconvolto il mondo della scuola e dell’università. In Italia come in Europa.

Mi sono chiesto dunque come commisurare allo stesso tempo la contingenza e l’aula scolastica; la presenza e l’assenza (come in Petrarca l’immagine di Laura: assente fisicamente; ma ben impressa, nel suo pensiero), il concreto e il virtuale, l’insegnamento e la reclusione; quest’ultima filtrata da un computer con fotocamera annessa. O ancora: l’insegnante, i testi letterari e i suoi studenti. Come in un gioco a scatole cinesi, o uno zoom dall’inquadratura sempre più stringente, queste riflessioni si sono tutte affastellate nella mia mente. Finendo per influire, con opportuna gradatio tra obiettivi e contenuti disciplinari, sul mio modo di ri-pensare la didattica in rapporto a un tempo lento, vettore suo malgrado di invisibili eppure incisivi cambiamenti.

Costretto da questa anomala dimensione comunicativa, deciso a ricavarne comunque il meglio, per me, per le mie studentesse e i miei studenti, ho provato a trasformare l’alterità in opportunità. Agganciare il senso del linguaggio poetico petrarchesco non con la dimensione attuale tout court, ma con tutto ciò che di riflesso le nostre corde percettive ed emotive incrociano in giorni duri come questi. 

In tutto ciò la distanza mi ha forse aiutato: se non altro perché ha stimolato in me e in loro la sana voglia di mettersi in gioco, di mantenere aperto il canale educativo, di apprendere insieme pur nelle nostre solitudini forzate e tra mille difficoltà. 

Ho colto l’occasione di metamorfare alcuni dei significati o dei signa metaforici che traspaiono dalla lettura dei sonetti Solo et pensoso i più deserti campi e O cameretta che già fosti un porto (RVF, CCLXXII) in immagini e sensazioni del quotidiano, del nostro vissuto passato e del nostro vivere presente, girando attorno alle molteplici sfaccettature che è possibile ricavare partendo dal tema della solitudine, rilevabile in entrambi i testi. Un tema del genere si è subito prestato a legare assieme pratiche didattiche e contenuti, luoghi e interazioni, vicinanza e distanza, riflessioni e narrazioni del sé. 

Nel primo sonetto l’esser solo dell’io lirico lo spinge a misurare il suo percorso interiore, a vagliare come il paesaggio esterno sia solo un finto schermo dal «manifesto accorger de le genti» , ossia da una maligna vista pubblica che riesce a scorgere nelle sofferenti esternazioni fisiognomiche del poeta le patenti vestigia di un tormento spirituale ben più radicato. Uno spazio esterno desertico, inanimato, che però a sua volta anima e mette in subbuglio mente e cuore. Un consorzio umano da cui fuggire, una solitudine ricercata che non placa comunque i tormenti. 

Nell’altro testo, invece, costruito specularmente, ma in maniera opposta, lo spazio intimo della cameretta e degli oggetti familiari (il «letticiuol» della seconda quartina), annodati rispettivamente alla dialettica oscillazione tra un prima («già fosti» , v. 1) e un poi («sé or»), data dall’alternanza dei tempi verbali disposta dal poeta, lungi dall’essere fonte di pace e momentaneo ristoro dagli affanni giornalieri, non fanno altro che stimolare una solitudine ingabbiante, gravida di tensioni inesplose. Elementi che costringono a fare i conti con sé stessi, alimentando così la pertubatio animi, che con buona probabilità Petrarca desume da Catullo, dai poeti elegiaci, oltre che da Agostino. 

Altro tema è il rapporto col tempo: quello perso per sempre. Quello che non tornerà più. Così è per Petrarca, che rimpiange i suoi giovanili errori; così è per noi insegnanti in questi giorni; così è per i nostri ragazzi e ragazze, stipati tra le quattro mura domestiche, un tempo consuete, amiche e familiari e ora, forse, sempre più somiglianti a opprimenti prigioni. 

Ho sciolto per loro questi soliti contenuti scolastici e appunto «a passi tardi e lenti», cioè con pazienza, umiltà, timore e moderazione, ho atteso che si depositassero nelle loro menti. I ritmi dilatati me lo hanno consentito. Poi è venuto il tempo delle rielaborazioni a-posteriori, dei bilanci, delle costruzioni. La mia camera-studio è diventata, grazie alla concentrazione e alla solitudine, un campo creativo di idee; le camerette ricettive dei ragazzi delle ragazze si sono trasformate in veri e propri laboratori didattici di ascolto e produzione di senso: lettura e scrittura non sono mai andate così d’accordo.

L’occasione è stata una traccia per la scrittura autonoma e individuale di un testo argomentativo le cui domande stimolo sono state più o meno le seguenti: «La solitudine è un rifugio sicuro o la percepisci piuttosto come prigione /schermo dal mondo esterno? I luoghi familiari sono sempre cercati nella nostra intimità e per la nostra pace, o si trasformano spesso in potenziali spazi malinconici, dove anzi le torture mentali si moltiplicano, ossessionandoci con i fantasmi del passato o le ansie per il futuro? Rifletti». 

Inoltre, guardando anche al fenomeno adolescenziale giapponese, oramai quasi planetario, degli hikikomori, cioè giovani reclusi in casa e iperconnessi attraverso il mondo dei social o dei vari profili virtuali on line, (per avere comunque un qualche paradossale contatto con la gente, per sfuggire ad una solitudine cercata e auto-imposta) ho suggerito qualche spunto in più. 

Infine, chiedevo qualche legame con alcuni nuclei tematici affrontati in Petrarca. Cosa ne è venuto fuori, al di là dei risultati e di una valutazione che ha palesato tutte le difficoltà che tale distanza comporta? Le restituzioni dei miei studenti e delle mie studentesse alle domande e alle richieste di senso presenti come input nell’elaborato forse sono serviti più a me che a loro. Hanno innescato, per così dire, ulteriori importanti riflessioni. Mi hanno aiutato a capire ciò che è distante da ciò che non lo è; ciò che è vera didattica da surrogati brevi ed evanescenti. Ma, soprattutto, ha trasformato il mio fare letteratura a distanza in una distanza dal letterario che oltre a farlo sul serio apprezzare ne ha colto i significati e ha incontrato il presente, interagendo con lui. 

Ho letto storie solitarie e di solitudini storiche, di desideri e soffocamenti, di incontri, speranze e non-incontri, di passioni e meditazioni. Nelle nostre camerette abbiamo, io e loro, letto i testi, ragionato su essi, interpretato il linguaggio e il pensiero poetico dell’autore. Il nostro pensiero, sbarrato da mura e da freddi monitor, ostacolato da auricolari rotti o da suoni malamente percepiti, è riuscito comunque a «levarci a volo», farci viaggiare con la mente, immaginando, senza tanta retorica e con l’amara consapevolezza di ciò che si è perso, il nostro domani. Sempre «soli e pensosi» colmeremo, con il di più maturato in questi mesi grazie a queste riflessioni, le nostre future distanze. 

Mario Minarda

Dottore di ricerca in Italianistica, cultore di Letteratura Italiana presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo, è insegnante di ruolo di discipline letterarie e latino nei licei. Ha pubblicato una monografia su Vincenzo Consolo, articoli sul primo Pirandello e su aspetti satirico-politici nell’opera di Leopardi. È stato inoltre da poco edito un suo studio sulla figura del lettore nella novellistica italiana del primo Novecento. Scrive occasionali recensioni sulle pagine del quotidiano «Il manifesto» e sul blog «La letteratura e noi».

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