Perché l’altra scuola

Chi va a scuola, chi non ci va, chi ne avrebbe voglia e chi proprio non può farne a meno. Teoria e prassi di un’altra scuola.

Chi va a scuola, chi non ci va, chi ne avrebbe voglia e chi proprio non può farne a meno. Teoria e prassi di un’”altra scuola”. Nel mezzo, figli sempre più protetti e “genitori elicottero” che li osservano, li guidano, li controllano, rendendoli spesso insicuri…

cover_ricerca3Abbiamo cominciato a pensare a questo numero per dare voce alle esperienze didattiche ed editoriali che trovano spazio nei cataloghi che la Casa editrice dedica all’italiano per stranieri e all’istruzione degli adulti. A stretto giro, però, l’alterità della quale la scuola si può fare portatrice ci è balzata agli occhi in tutta la sua prepotente ricchezza, tanto che abbiamo faticato molto a contenere gli interventi che avremmo voluto inserire. La chiave delle nostre scelte ha dato valore a orientamenti teorici e a esperienze dirette che potessero portare a testimonianza l’efficacia dell’inclusione e della motivazione a sostegno della varietà e del successo scolastico, soprattutto inteso come lotta alla dispersione e all’abbandono. Abbiamo incontrato persone di valore, caparbie, di cuore, molto preparate. Per darvene conto – in apertura e in chiusura del numero – due voci autorevoli: il pensiero di don Ciotti, attraverso l’intervista a Michele Gagliardo, responsabile del Piano Giovani del Gruppo Abele, e le parole di Gino Strada. «L’altra scuola è nella mente e nei cuori di molti; è inclusiva, prima di tutto pubblica, è attenta, luogo di spazio collettivo che contemporaneamente porta avanti dialogicamente istruzione e formazione, e prepara a diventare cittadini consapevoli e partecipi» (Michele Gagliardo). La prima parte della rivista presenta alcuni dei protagonisti dell’altra scuola e ne delinea caratteristiche e specificità dal punto di vista teorico: gli apprendenti adulti, i drop out, gli studenti stranieri, gli studenti stranieri adulti, chi studia in situazioni logisticamente e esistenzialmente complicate, quali il carcere, per esempio. Gli autori degli articoli sono a loro volta protagonisti dell’altra scuola, quella che cresce anche grazie a loro, adulti “vivi”, che con slancio critico, attento e costruttivo affiancano gli insegnanti o insegnano loro stessi, portando modelli nuovi, sperimentazione di soluzioni inedite, abitudine al confronto e alla risoluzione di problemi inaspettati che spesso toccano contemporaneamente la dimensione sociale e affettiva dello stare a scuola. La seconda parte – speculare alla prima – racconta di esperienze dirette e di ricadute pratiche. Presenta in più occasioni l’intraprendenza del volontariato di qualità attraverso la costituzione di una rete di scuole migranti, dell’allargamento dell’esperienza di studio degli adulti attraverso le nuove tecnologie e il blended learning, le specificità necessarie per interagire con le abitudini di scuola di mondi lontani, cinesi o arabi, per esempio. Chiude la seconda parte una serie di articoli sulla scuola che si allontana fisicamente dall’esperienza in aula e ci racconta, al tempo stesso, di luoghi geograficamente lontani da noi: un’esperienza di studiodella lingua seconda sul posto di lavoro, la tradizione dell’homeschooling negli Stati Uniti, l’insegnamento in Paesi culturalmente lontani dal modello europeo. Il Dossier tratta del rapporto enitori-figli, racconta delle caratteristiche della “genitorialità intensiva”, che mette a rischio la creatività, l’indipendenza e lo spirito di iniziativa: caratteristiche che invece l’altra scuola promuove a gran voce. Sosteniamo con convinzione l’altra scuola perché fa leva sulla parte attiva del percorso di apprendimento dei suoi studenti, spesso in difficoltà. Li costringe a scelte difficili e a grandi sforzi, ma li guida, in cambio, verso relazioni più mature e significative con l’ambiente sociale e relazionale del quale hanno diritto di entrare a far parte con piena coscienza e coinvolgimento.

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