Noi e la tragedia greca

La tragedia greca sopravvive oggi in personaggi paradigmatici, suggestioni letterarie e continue riletture contemporanee. “Miti di ieri, storie di oggi” di Giuseppe Zanetto invita i lettori a ricercare tracce dei modelli della tragedia greca nella nostra epoca.

Forse esagerava il poeta francese Jean Richepin quando scriveva «cancellate la tragedia greca e non potrete pensare nulla di sensato sulla vita umana»; forse esagerava, ma neppure troppo, mi verrebbe voglia di dire.
Le tragedie greche – e in particolare quelle dei tre grandi autori del V sec. a.C. Eschilo, Sofocle ed Euripide – sono infatti da un lato opere legate al clima culturale del loro tempo, e alludono spesso alla situazione politico-militare di Atene che, dopo i fasti delle vittorie contro i Persiani e la creazione di un vasto “impero” navale, precipitò nella nefasta guerra contro Sparta. D’altro lato, però, i poeti che le idearono volevano, al di là di contingenti rimandi alla vita della pòlis, sensibilizzare il loro pubblico – vasto, eterogeneo, non sempre troppo istruito – verso temi alti, profondi e “senza tempo” (l’amore, l’odio, la vendetta, il destino, la religione ecc.) che davvero racchiudono (e qui torno a Richepin…) il senso della vita umana.

La tragedia, un genere pop

Le tragedie costituivano dunque un genere particolare, in bilico tra spettacolo e speculazione, che mirava a coinvolgere “a tutto campo” e con ogni mezzo gli Ateniesi d’antan giunti a teatro durante le feste primaverili in onore di Dioniso.

La tragedia è ‘pop’. Dunque non è strano che metta in campo storie forti, dove i sentimenti sono intensi e le posizioni chiaramente delineate. Noi tendiamo a cercare nelle tragedie la traccia di discussioni elevate, di dibattiti impegnati; questo non è sbagliato, perché i tragediografi sono pur sempre intellettuali di alto profilo, ben calati nel clima culturale del loro tempo. Ma il pubblico è costituito dalla massa degli spettatori: le tragedie devono piacere alla gente, perché è il consenso popolare che assicura fama e successo (p. 12).

Questa citazione è dal recentissimo libro di Giuseppe Zanetto, Miti di ieri, storie di oggi, Feltrinelli, Milano 2020, che invita i lettori a riflettere sulla dimensione archetipale di alcune situazioni che la poesia greca tragica ha creato secoli fa, e a ricercare tracce di quei modelli anche nella realtà (culturale e non) dei secoli successivi.
D’altronde che noi moderni, nel bene e nel male, «siamo tutti Greci», l’autore ce lo aveva già spiegato in un altro volume da me segnalato su queste colonne.

I temi del libro di Giuseppe Zanetto

Il testo appena pubblicato è chiaro e scorrevole; ne suggerisco pertanto la lettura anche agli studenti di Liceo, che impareranno così senza troppa fatica le trame dei più noti capolavori del teatro antico. Ma questa chiarezza argomentativa e questo pregevole sforzo divulgativo propongono un esito tutt’altro che semplice e tantomeno banale: d’altronde Giuseppe Zanetto – professore di Letteratura Greca alla “Statale” di Milano – è uno studioso serissimo. E seri sono ovviamente i temi che i capitoli del libro affrontano: La violenza sulle donne (pp. 21 ss.), Migranti (pp. 39 ss.), Resilienza (pp. 53 ss.), Guerra e pace (pp. 68 ss.), Mogli e mariti (pp. 84 ss.), Noi e gli altri (pp. 102 ss.), Creature di un giorno (pp. 120 ss.).

Fotogramma del film “Medea” di Lars von Trier

Tragedie come paradigmi…

È anzitutto importante considerare come le questioni appena menzionate leghino con un vistoso filo rosso passato e presente, e che alcuni personaggi dell’universo tragico greco siano addirittura divenuti paradigmi universali: su tutti, l’Edipo re sofocleo riletto da Freud, le Supplici eschilee, prototipo delle migranti d’ogni epoca, oppure la Medea euripidea, assurta a paradigma degli eccessi vendicativi della gelosia, nonché del complesso rapporto di una donna col proprio ruolo di madre.
Di tutto ciò, ovviamente, Zanetto parla in forma diffusa.

… o suggestioni letterarie

A mio avviso, l’aspetto più suggestivo (e innovativo) del suo libro è però la ricerca di allusioni contemporanee “indirette” (e forse inconsce?) al mondo della tragedia. Ad esempio la morte sacrificale dell’Alcesti euripidea al posto del marito Admeto sembra ripresa nella morte di Lara, eroina del celebre romanzo (poi divenuto film) Love Story (1969) di Erich Segal, il quale era peraltro fine grecista.
Oppure l’opera teatrale L’istruttoria (1965) di Peter Weiss, il cui schema ricorda quello delle Troiane – sempre di Euripide –, tragedia che narra le sofferenze delle donne dei vinti, e che venne tradotta nel 1964 da Jean-Paul Sartre, il quale vi inserì accenni al colonialismo occidentale. Davvero singolare, inoltre, il paragone tra il ritorno a New York del vecchio gangster Noodles nel film di Sergio Leone C’era una volta in America (1984) e il ritorno a Troia del vecchio e malato eroe Filottete, oggetto di attenzione di tutti e tre i tragici (anche se l’unico dramma integro è quello sofocleo).
Si tratta di spunti molto interessanti, proposti all’attenzione dei lettori senza forzature, quasi in punta di piedi, nei quali Zanetto sembra smettere i panni di studioso dell’antichità per indossare quelli di curioso e attento osservatore – per dirla con Chaplin – dei “tempi moderni”.

Robert de Niro è Noodles in “C’era una volta in America” di Sergio Leone.

Riletture contemporanee

Parimenti intrigante è l’allusione a traduzioni (già si è detto di quella di Sartre), revisioni o allestimenti particolari dei capolavori tragici, come le Supplici, rilette in chiave contemporanea con Le Supplici a Portopalo (2005) di Gabriele Vacis, o la Medea, divenuta anche oggetto di un film (1988) del regista danese Lars Von Trier, o i Sette a Tebe, dramma della guerra che la compagnia teatrale Archivio Zeta ha più volte messo in scena, recentemente, presso un cimitero militare tedesco. E potrei andare avanti a lungo a citare gli esempi proposti nel libro, ma mi fermo qui.

Tragedia e pandemia

H. Fueger, “Prometeo ruba il fuoco”, Vienna, Collezione Principi del Lichtenstein

Non poteva mancare, infine, un breve cenno alla pandemia in corso. L’autore lo fa ricordando come Edipo abbia liberato Tebe dalla peste, malattia divenuta nel dramma sofocleo – al pari del Covid-19 dei nostri giorni – una questione politica, oltre che sanitaria. Menziona inoltre un romanzo visionario del 2007 dell’americano Cormac McCarthy, La strada, nel quale un’umanità allo sbando dopo una catastrofe spera in un nuovo fuoco salvifico come quello portato dal Prometeo di Eschilo. Quella da lui suggerita mi pare un’accoppiata davvero perfetta e adatta ai tempi nostri: è sempre più chiaro, infatti, che oggi non solo abbiamo bisogno di qualcuno o qualcosa che ci liberi dal contagio, ma anche di un fuoco che rischiari il nostro avvenire e lo indirizzi verso comportamenti più virtuosi e rispettosi del pianeta. Spero ovviamente in una rapida fine dell’epidemia, ma temo che – liberati dal male – non verrà nessun titano “illuminista” ad aiutarci: il Prometeo liberato, infatti, troppo disturbato dalla guerra plurisecolare che si combatte tra Azeri e Armeni nel Caucaso (dove lui era incatenato alla rupe), ci intimerà di arrangiarci da soli.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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