Memorie di Greci e Persiani

“Questa non è una recensione”. Potrebbe iniziare così – alludendo alla pipa di Magritte – questo articolo, relativo a un libro di Lorenzo Braccesi di recentissima pubblicazione, e cioè “Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra storia e memoria”, Laterza, Roma-Bari 2020.
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J.L. David, Leonida alle Termopili (1814), Parigi, Museo del Louvre

Ciò perché si tratta di un libro tanto dotto e composito da rendere impossibile, in questa sede, una sua pur sintetica panoramica. Infatti non è un semplice volume sulle “Guerre Persiane”, quelle combattute tra Greci e Persiani all’inizio del V sec. a.C.; ma è una disamina di come antichi e moderni abbiano rievocato quegli eventi, o semplicemente alluso ad essi.
Ciò con particolare attenzione alle Seconda guerra persiana (480 – 479 a.C.), quella delle Termopili e di Salamina per intenderci; la guerra che vide l’Ellade difendere gelosamente la propria libertà dagli assalti del Gran Re, il superbo Serse.

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Serse, rilievo a Naqhs-e-Rustam

Fonti antiche e moderne

Il libro analizza in una prima parte (pp. 5-85) le fonti antiche, e in particolare quelle poetiche; dunque non solo le Storie di Erodoto, come è ovvio, ma molte altre, tra le quali spiccano i Persiani di Eschilo e l’Alessandra di Licofrone, oltre allo splendido lamento funebre di Simonide per i caduti delle Termopili tramandato da Diodoro Siculo.
Ma alle fonti antiche accennerò appena, perché – come anticipavo – la complessità dell’argomento mi obbliga a una selezione; tratterò invece della seconda parte dell’opera (pp. 89-177) relativa alle «proiezioni moderne» (così le chiama l’autore) delle battaglie delle Termopili (pp. 89-125), Salamina (pp. 126-163), Platea e Micale (pp. 164-177).
E, anche qui, mi dovrò limitare a qualche spunto, perché tra Leopardi e Foscolo, Carducci e Pascoli, Mercantini e D’Annunzio, Kavafis ed Ezra Pound il rischio è davvero quello di naufragare.

  • xMonumento celebrativo della battaglia delle Termopili.
  • xPseudo busto di Leonida, Sparta, Museo Archeologico

Le Termopili, una sconfitta vittoriosa

Non credo esista, nella storia antica almeno, “sconfitta più vittoriosa” (scusate l’ossimoro) di quella dei trecento Spartiati guidati dal re Leonida che si opposero con ogni energia nel 480 a.C. alle migliaia di Persiani invasori: il loro sacrificio permise infatti al resto della Grecità, guidato da Atene, di organizzare le proprie forze e vincere poi la guerra. Così la gloria di questi caduti fu celebrata in ogni modo, a cominciare dall’encomio inciso sul loro monumento funebre ricordato da Erodoto (7, 228): «Riferisci viandante agli Spartani / che rispettosi del monito / di leggi della patria / qui nel sonno perenne riposiamo». Ma è il lamento composto da Simonide, menzionato in Diodoro (11, 11, 6) a sacralizzarne definitivamente la memoria con questi versi: «Dei caduti là presso le Termopili / luminosa la sorte / splendido il destino: / altare ne sarà sempre il sepolcro. / La memoria n’è funebre lamento / l’encomio il compianto. / L’offerta di sé stessi alla morte / non oscurerà la squallida ruggine / del tempo, domatore del ricordo. / Dell’Ellade la gloria / d’albergare prescelse nel recinto / a tanti valorosi consacrato. / Leonida qui l’attesta / che, sovrano di Sparta, ha lasciato / per proprio ornamento / il retaggio di fama imperitura» [N.d.A. la traduzione dei testi è quella proposta nel libro].

  • xRitratto di Giacomo Leopardi
  • xG. Leopardi, All’Italia (frontespizio con correzioni autografe)

Un Leopardi filo-spartano

Braccesi ritrova echi di queste gesta (e anche dei versi appena citati) in numerosi componimenti età moderna e contemporanea, a cominciare dalla canzone giovanile All’Italia (1818) di Giacomo Leopardi, che all’eroismo degli Spartani alle Termopili dedica ampio spazio; anzi, il poeta di Recanati, secondo l’autore, sceglie deliberatamente di ignorare la «vulgata erodotea» (p. 99) filo-ateniese (cioè la resistenza alle Termopili vista come premessa alla definitiva vittoria ateniese a Salamina), per accogliere le suggestioni del racconto di Diodoro Siculo (autore del I sec. a.C. che dipende da fonti filo-spartane) e consegnarci un «paradigma della vittoria dei vinti» dopo la quale «l’Ellade è già salva» (p. 100), poiché in seguito a questo evento Serse per l’Ellesponto si fuggia / fatto ludibrio agli ultimi nepoti (vv. 74-75).
Leopardi ci propone addirittura l’immagine di Simonide (un suo alter ego?) che leva un canto per i caduti, simile proprio a quello che Diodoro ci ha tramandato, e che così comincia: Beatissimi voi, /ch’offriste il petto alle nemiche lance / per amor di costei ch’al sol vi diede; / voi, che la Grecia cole e il mondo ammira (vv. 84-87).

Il giovane poeta italiano, dunque, offre ai suoi contemporanei un eccezionale esempio di eroismo (tipicamente “spartano”) da imitare, se davvero si vuole il riscatto della Patria oppressa; ma anche un doloroso (e dunque tipicamente “leopardiano”) compianto della virtù sfortunata: nessuna saga eroica di tradizione romana sarebbe stata più adatta a tale duplice fine della quasi leggendaria areté degli Spartiati morti alle Termopili.

  • xGiosue Carducci
  • xLa Spigolatrice di Sapri

Eran trecento…

Ma Leopardi è in buona compagnia, perché all’episodio alludono in tanti. Così Giosue Carducci paragona a quei caduti greci i giovani morti nell’eccidio risorgimentale di Bologna del 1848 (Nel vigesimo anniversario…). Giovanni Pascoli loda invece la morte di Antonio Fratti, volontario che seguì Ricciotti Garibaldi (figlio di Giuseppe) in Grecia nel 1897 a combattere contro i Turchi (i “Persiani” di allora, ovviamente), ricordando la sua virtù nonostante non da Sparta la possa (cioè la “forza”) gli venga, ma dalla più vicina Ravenna (Ad Antonio Fratti).
E che dire della famosa Spigolatrice di Sapri, di Luigi Mercantini? In questa poesia, esaltando il sacrificio di Pisacane e dei suoi, Mercantini afferma allusivamente: Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti (v. 50). Erano trecento i patrioti italiani caduti a Sapri, proprio come trecento erano stati gli uomini di Leonida, re senza paura, se è vero che uno dei canti anarchici della Comune di Parigi diceva: Io pugno intrepido / per la Comune / come Leonida / saprò morir.

  • xW. Von Kaulbach, Battaglia di Salamina (1868), Monaco, Parlamento di Baviera
  • xBusto di Temistocle, Copia romana, Ostia, Museo Ostiense

Echi di Salamina: Hölderlin e Foscolo

Solo un cenno anche alla memoria di Salamina (480 a.C.), che Braccesi affida in primis all’analisi dell’ode Archipelagus (1800) di Friedrich Hölderlin, ricca di suggestioni tratte dai Persiani di Eschilo. Chissà se la sua è solo una lode “romantica” dei Greci vittoriosi, prodi del popolo, figli di eroi, oppure c’è – nella descrizione della sconfitta di Serse – un’allusione alla sconfitta di Napoleone ad Aboukir nel 1798?

  • xRitratto di Friedrich Hölderlin
  • xRitratto di Ugo Foscolo

Non può poi mancare Ugo Foscolo, che nei Sepolcri (1806) non solo esalta la vittoria ellenica a Maratona del 490 a.C. (vv. 197-212), ma evoca anche indirettamente la battaglia navale di Salamina. Infatti, quando ci presenta gli Inglesi che piangono il sepolcro dell’ammiraglio Horatio Nelson (Pregaro i Geni del ritorno al prode / Che tronca fe’ la trîonfata nave / Del maggior pino, e si scavò la bara, vv. 90-92), sembra sovrapporre la figura di lui a quella di Temistocle, ammiraglio ateniese vincitore a Salamina. Anche qui dunque abbiamo un uomo – il Nelson vincitore di Trafalgar – contrapposto al tirannico Napoleone; il che rafforza l’idea della percezione contemporanea del Bonaparte come di un “nuovo Serse”.

Un libro coraggioso

Qui mi arresto, anche se molti altri sono gli esempi addotti e sui quali sarebbe bello soffermarsi, relativi alla “memoria” di tutte le battaglie della Seconda guerra persiana. Tutti esempi suggestivi, tutti dottamente illustrati da un grande maestro quale Braccesi è; alcuni sono noti, altri meno, alcuni sono più perspicui, altri più criptici. Forse qualcuno è anche un po’ troppo azzardato (come – a mio avviso – quello che coinvolge nientemeno che Bella ciao), ma l’autore non è certo uno studioso a cui manca il coraggio di stimolanti e innovative comparazioni tra il mondo classico e le epoche successive, cosa che già apprezzai alcuni anni fa nel suo splendido Roma bimillenaria. Cesare e Pietro, L’Erma di Bretschneider, Roma 1999.

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Carola Rackete.

A proposito di coraggio, bella la dedica del libro: a Carola Rackete / contro il barbaro / capitana coraggiosa. Grazie al cielo, la capitana della Sea-Watch non ha dovuto combattere contro l’esercito barbarico del Gran Re, ma contro una barbarie diversa, fatta di norme poco umane, ostilità politiche, diffusa indifferenza; una barbarie che non viene dal favoloso Oriente, ma “domestica”, e pertanto più difficile da osteggiare.

Adesso basta davvero, però, perché se ho esordito dicendo che questa non sarebbe stata una vera e propria recensione, era perché intendevo scrivere un pezzo più breve di quello che ho poi scritto; invece, ancora una volta, ho abusato della pazienza dei miei lettori, nell’intento di suggerire loro una lettura che – seppure un po’ impegnativa per i non addetti ai lavori – è a mio avviso davvero originale.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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