Marta ed Emma, “nella corrente” della Storia

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Riuscita ed emozionante l’opera prima di Elena Rausa.

Il romanzo di Elena Rausa, Marta nella corrente, da poco edito (ottobre 2014) per i tipi di Neri Pozza è opera prima di questa scrittrice. Scrittrice che – ci tengo a dirlo – è pure una collega di liceo, con la quale ho anche avuto in anni passati il piacere di lavorare.

Si tratta dunque di un libro che, anche in virtù della conoscenza diretta con l’autrice, ho letto subito, appena uscito; e l’ho fatto con particolare attenzione, cercando di liberarmi da ogni condizionamento, sia in positivo sia in negativo. Infatti se è vero che con gli amici si può essere indulgenti, è altrettanto vero che la conoscenza potrebbe anche suscitare un atteggiamento opposto, di ipercriticismo; quest’ultimo, magari, suggerito da una certa diffidenza verso “la professoressa che si improvvisa romanziera”.

Ma qui – è bene rilevarlo – non siamo davanti ad un testo “facile”, a un’opera prima scritta per vedere l’effetto che fa; siamo infatti davanti a un libro che ha tutte le caratteristiche per guadagnarsi un suo spazio non irrilevante nel novero della narrativa dei nostri giorni. E ciò per almeno due buone ragioni.

La prima di queste è che il romanzo tratta temi alti e profondi, poiché le due protagoniste sono entrambe descritte mentre si trovano a dovere elaborare e risolvere situazioni per certi versi più grandi di loro. La piccola Marta, infatti, deve superare a sette anni il trauma della morte improvvisa della madre, mentre Emma Donati, la psicologa che la sta aiutando, deve fare i conti con un terribile “passato che non passa”, e cioè l’esperienza diretta dei lager nazisti, conseguente alla guerra partigiana. E se c’è una speranza, una possibilità di uscire da questi tunnel – sembra dirci Elena Rausa – questa non è riposta soltanto in noi stessi, ma anche negli altri, perché nessuno ce la può fare da solo; più che un “romanzo di formazione”, direi dunque che questo è un emozionante “romanzo di relazione”.

La seconda ragione è – scusate il termine un po’ “professorale” – di tipo narratologico. Infatti il romanzo è costruito su diversi piani cronologici che si intersecano fra di loro. L’attualità è costituita dal 1982, l’anno dei Mondiali di Spagna, nel quale gli eventi sono ambientati. Ma poi c’è la Storia, che ci porta, con frequenti flashback, ai tempi della guerra partigiana in Val d’Aosta, ai campi di sterminio nazisti, ma anche a eventi meno lontani nel tempo. Insomma: tempi, luoghi (Torino, Milano, la Valli alpine, la ligure Framura, ma anche la Polonia e la Germania naziste…) e personaggi si alternano con la necessità di un’attenzione vigile del lettore, che ogni tanto deve ricucire da solo il filo del racconto. L’autrice non ti lascia scampo, non ti fa sconti; non ti permette che tu consideri solo un passatempo la lettura del prezioso frutto della sua creatività, ma ti chiede di accompagnare spiritualmente e intellettualmente i suoi personaggi sino al finale “liberatorio” cui pervengono; ti chiede perfino di stare attento ai frequenti cambiamenti dei punti di vista narrativi, come pure al sapiente (e mai banale) utilizzo dei tempi verbali. Insomma, ti suggerisce di fare un po’ di fatica insieme con Marta, Emma, Giuliana, Filippo, Aldo, Bruna etc., ricordandoci in questo che se esiste un’etica della scrittura ne esiste anche una della lettura. Intendiamoci: il libro si legge molto volentieri, ha una prosa curata e accattivante, di una maturità – forse non dovrei scriverlo… – superiore a quanto mi aspettassi; ma chi cerca un instant book, un romanzo sentimentale, magari da dimenticare nel vagone del treno, deve guardare in un altro scaffale. Questo è – lo ripeto – un “libro vero”.

E come tutti gli autori di “libri veri”, Elena Rausa non ha paura di alludere ad altri autori che ne hanno costruito e condizionato la cultura e la personalità. Nel romanzo troviamo infatti, oltre che informazioni tratte da saggi storici, echi delle pagine memorialistiche di Primo Levi e dell’epopea partigiana di Beppe Fenoglio: e questo è quasi ovvio, dato il tema. Ma vengono citati o allusi anche classici come Seneca e Terenzio, e i big del nostro Novecento lirico: Umberto Saba con la sua celebre lirica A mia moglie (p. 135), Giuseppe Ungaretti con il continuo schianto del suo Dolore (pp. 69 ss.) e – volutamente o no – anche Eugenio Montale (p. 259), con l’immagine di un viso riflesso nell’acqua che si deforma come in Cigola la carrucola nel pozzo. Il tutto fatto con una naturalezza che commuove chi pensa, come chi ora scrive, che la letteratura, la grande letteratura, abbia qualcosa da dire e da insegnare; qualcosa che diventa nostro, che viene “metabolizzato” con la consuetudine e la condivisione.

Per concludere. Umberto Saba, che ho appena menzionato, avrebbe di sicuro inserito, nel suo famoso catalogo di Quello che resta da fare ai poeti, il bel libro di Elena Rausa nel gruppo dei libri onesti, e cioè scritti da quegli autori – poeti o prosatori che siano – che vogliono arrivare al nocciolo della verità, di quella verità che giace al fondo, per trovare (o almeno cercare) la quale è necessario abbandonare ogni artificio ed esercitare pienamente la propria umanità. Insomma, se Marta ed Emma potessero parlare uscendo dalle pagine del libro credo che citerebbero proprio Saba, il quale – quasi parafrasando Terenzio – scriveva Esser uomo tra gli umani, io non so più dolce cosa (Sesta fuga). E ciò anche dopo un lutto inconsolabile o l’orrore dei lager: forse perché la nostra specie umana è stata “progettata” (da un Dio o dal Destino, non direi dal Caso…) per vivere (e non solo sopravvivere) nella corrente della Storia.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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