L’età sospesa

Come si sceglie un testo per ragazzi? Come si analizza la sconfinata produzione “per ragazzi”, perché è fondamentale farlo e saperlo fare? Appunti sulla lettura di un saggio e di un romanzo di Aidan Chambers.

Un saggio

Nel suo laggio intitolato L’età sospesa: dalla letteratura Young Adult alla Youth Fiction: riflessioni sulla letteratura giovanile, pubblicato nel 2020 da Equilibri, a cura di Gabriela Zucchini, Aidan Chambers descrive la sua genesi come autore di narrativa per giovani. Racconta la sua esperienza come insegnante, il suo lavoro di scrittore, ricercatore e lettore intenzionato a capire quali sono i bisogni dei giovani lettori in questo ambito. Ne L’età sospesa è molto interessante il richiamo al romanzo Breaktime, forse uno dei capolavori di Chambers, uscito nel 1978; tradotto in Italia da G. Grilli, è oggi disponibile per i tipi di Rizzoli.
Chambers, oggi 86enne, è ancora una delle voci letterarie più audaci e interessanti del panorama internazionale, se pensiamo alla letteratura rivolta in modo particolare ai giovani, oltre che agli adulti. Dico questo perché un insegnante che legge Breaktime, oppure Quando eravamo in tre (un altro suo riuscitissimo libro di cui parlo in questo video), può riconoscersi e ritornare all’universo a volte sconvolgente, spesso dimenticato, dell’età sospesa.

Salinger e Sagan

L’analisi proposta nel saggio di Chambers tiene conto ovviamente di libri molto conosciuti: Bonjour tristesse (1954) di Sagan e Il giovane Holden di Salinger (1951) sono messi a confronto per affermare, nella sintesi del capitolo, che

Holden e Cécile narrano dei due poli dell’essenza della gioventù. Il bisogno di liberarsi dai legami parentali infantili per cercare di diventare quello che immaginiamo di voler essere. E il bisogno di essere radicati, di essere sicuri e immutabilmente identificati come un sé ancorato alle proprie condizioni di nascita: storia familiare, bagaglio genetico, background culturale.

La voce in prima persona dei personaggi protagonisti, gestita in modo così solido in una struttura narrativa elementare, dentro ai pensieri dell’adolescente, ne fa un ritratto unico e di forte interesse per il lettore. Aidan Chambers riflette sullo stile, sulla struttura, sui contenuti delle opere per ripercorrere i dubbi che lo assillavano quando era insegnante, impegnato nella difficile ma appassionante avventura della scelta testuale: studio dei testi, della tradizione, indagine in vista di nuove proposte, ascolto degli allievi per raggiungerli e, se possibile, lasciare un segno.

La grande letteratura

Quando si sceglie un testo (che bel concetto, questo del professionista che sceglie un testo adeguato, che bel pensiero di libertà intellettuale), è bene riflettere sull’idoneità (anche morale) dello stesso. Nella scelta dei testi c’è naturalmente una distinzione che va fatta, tra l’infanzia e l’adolescenza, e c’è, purtroppo, per ignoranza, una parte di critica letteraria “ufficiale” che respinge una letteratura filtrata dallo “sguardo dei giovani” sul mondo, dove le figure adulte sono in secondo piano.

Chambers analizza Gli anni di scuola di Tom Brown di Thomas Hughes del 1857 dove emergono i codici comunicativi dei ragazzi nei collegi maschili, il bullismo, le forme gravi di discriminazione, le verità inquietanti da conoscere, senza risvolti moraleggianti. Ma siamo sempre nell’ottica della gioventù osservata dall’adulto (nessuna storia, in questo primo periodo, è narrata dalla voce del ragazzo).
Poi passa a Piccole donne di Alcott, dove, più che le indicazioni morali, è presente la realtà delle giovani protagoniste vissuta “dal di dentro”, grazie a una narratrice empatica.

Huck Finn

Ma il primo a raccontare una storia attraverso la voce narrante del protagonista è stato Mark Twain. Fino ad allora, spiega Chambers,

il compito degli scrittori per ragazzi era quello di guidare i giovani lettori in un percorso di rettitudine morale e di buone maniere. Ci si aspettava che fossero capaci di educare e, allo stesso tempo, di intrattenere i propri lettori. Forse ritardare l’evoluzione furono quegli adulti che valutavano le letture proposte ai giovani con il timore che le storie in cui i giovani protagonisti esprimevano liberamente, e con proprie parole, pensieri azioni al di fuori del controllo di una mediazione adulta, potessero indurre a pensieri o a comportamenti sconvenienti.
Indipendentemente dalle cause, solo nel momento in cui Twain in creò Huck Finn, la voce in prima persona di un giovane protagonista si è messa al servizio della narrativa giovanile in modo così significativo e innovativo da esercitare un’influenza duratura sulla produzione successiva. (p.68)

Il protagonista «non viene semplicemente osservato, non viene descritto, non viene narrato da un adulto come personaggio degno di attenzione, non è una qualsiasi pedina della trama», perché ne diventa il soggetto vivo (pp.68-69).

Se c’è un momento in cui la letteratura giovanile nasce come forma d’arte e d’intrattenimento, prendendo le distanze dalla concezione originaria che la considerava uno strumento educativo per veicolare insegnamenti sociali, religiosi o morali, questo momento coincide proprio con l’uscita di Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain pubblicato prima nel Regno Unito nel dicembre 1884 poi negli Stati Uniti nel febbraio dell’anno successivo (p.77).

Letteratura e vita

Ho l’impressione che il saggio di Aidan Chambers sia un testo che ogni insegnante, impegnato con giovani magari poco motivati alla lettura, debba leggere, sebbene le analisi si focalizzino quasi unicamente sulla letteratura inglese e americana. Le dimensioni indagate sono molte. L’autore cita ad esempio Philip Roth per riflettere sul ruolo dell’autore:

Come sapete, anche l’arte è vita, la solitudine vita, l’immaginazione vita, la sua posizione vita, la contemplazione vita, il linguaggio è vita, appunto: c’è forse meno vita nella composizione di frasi che nella produzione di automobili? C’è meno vita nella lettura di Gita al faro che nella mungitura di una mucca o nel lancio di una bomba a mano? L’assoluta solitudine nella vocazione letteraria – una solitudine che significa molto più che stare da soli in una stanza per la maggior parte della propria esistenza – ha a che fare con la vita quanto l’accumulo di sensazioni, o di società multinazionali, al di fuori di qualsiasi trambusto. Mi sembra che sia soprattutto attraverso l’arte che ho la possibilità di essere portato al cuore della mia stessa vita (Philip Roth, Reading Myself and Others, Vintage Books, 2001, pp. 110-111.).

PAUSA

La letteratura come modo di raccontare storie è superata. Estinta. Finita. Defunta. Le storie come forma di intrattenimento al giorno d’oggi ci arrivano più facilmente attraverso il cinema e la televisione (pp. 10-11).

Ditto e Morgan sono due adolescenti. Un giorno Morgan scrive un atto di accusa contro la letteratura che consegna a Ditto, lanciandogli una sfida. Con particolare riferimento alla narrativa, l’amico di Ditto afferma che la letteratura «come modo di raccontare storie è superata», è per definizione una bugia, un gioco, una costruzione che non può rappresentare la vera vita. La riflessione potrebbe portarci a Nabokov e a alla sua celebre frase tratta dalle Lezioni di letteratura (1980):

La letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzino corse via dalla valle di Neanderthal inseguito da un grande lupo grigio, gridando Al lupo, al lupo; è nata il giorno in cui un ragazzino, correndo, gridó al lupo, al lupo senza avere nessuno alle calcagna.

Dalla sfida lanciata da Morgan prende avvio il romanzo Breaktime di Aidan Chambers, pubblicato nel 1978 e oggi ristampato da Rizzoli (la traduzione è di G. Grilli).

La storia

Ditto, una volta a casa, litiga con il padre, ammalato, con il quale è in forte conflitto. Durante la cena lo scontro esplode, e il papà crolla con la faccia nella minestra a causa di un infarto: l’uomo viene ricoverato all’ospedale. La stessa sera Ditto apre e legge una lettera inviatagli da una ex compagna di scuola di nome Helen, trasferitasi in campagna. Nella busta c’è una fotografia nella quale Helen appare in tutto il suo splendore e un messaggio seducente, così Ditto si eccita e decide di abbandonare il papà, ricoverato all’ospedale, la mamma, la sua casa, per raggiungere Richmond, nel Nord-Est dell’Inghilterra dove incontrerà Helen: nel castello di Richmond, tra l’altro, fu improgionato un dissidente politico di nome Robin Hood; Aidan Chambers sceglie con cura il luogo in cui rapprensentare questa scena. Lì conosce due ragazzi con i quali si ubriaca, provoca una rissa a un’assemblea dei sindacati uscendone ferito, e penetra in una villette insieme ai due compagni di sventura per rubare al ricco, scoprendo alla fine di essere vittima di uno scherzo: lì abita uno dei due giovani. Il giorno dopo si sveglia, acquista del cibo, buon vino, prepara la tenda presso la Roccia di Whitcliffe, non facile da raggiungere: una specie di foresta incantata. Aspetterà Helen (come la seduttrice Elena?) alla fermata del bus, la accompagnerà alla roccia superando un ponte spaventoso, sospeso, e da quel momento la storia prende il volo:

I suoi occhi erano chiusi. Scosse la testa. I capelli ondeggiarono. Tutto il suo corpo concentrato: Non parlare più, figlio della parole, disse (p. 197).

Sessualità, elucubrazioni sulla morte del padre, sensi di colpa, amicizia, bisogno di misurarsi con l’ignoto, fanno parte dell’esperienza di crescita di Ditto. Alla fine scopriamo che il padre, ripresosi, scrive una lettera a Ditto, grazie alla quale sembra che l’armonia sia tornata.

Come è costruita la storia

La storia è costruita su più piani, con diverse voci; ad esempio la voce del narratore (esterna) s’interseca con la voce di Ditto (personaggio protagonista). Allontanandosi dal proprio nido Ditto riesce a crescere, a misurare i propri limiti, in un viaggio solitario verso un luogo e situazioni sconosciute. Il conflitto con il padre, in fondo, si risolve grazie a un cambiamento di prospettiva: Ditto è cresciuto, si è sentito pronto per vivere la sua prima esperienza sessuale, ma ha trascorso del tempo soprattutto con sé stesso, lontano, a riflettere.

Alla fine questa specia di diario è la dimostrazione di una vittoria nella sfida dialettica con Morgan, perché il racconto di Ditto, il suo diario è verosimile, è vita.

Nel suo saggio L’età sospesa (Equilibri 2020) l’autore dedica alcune pagine proprio all’analisi di Breaktime, aprendo le porte della sua bottega di autore, spiegandoci quali sono le leggende, i cliché ai quali ha fatto riferimento per sviluppare la storia di Ditto, ma anche suggerendoci che

la storia gioca con la relazione tra la cosiddetta funzione, la cosiddetta realtà è il linguaggio. Ditto sta dicendo la verità fattuale o ha inventato la storia? Morgan, o noi, i lettori, possiamo conoscere l’esperienza di qualcun altro solamente attraverso la lingua in cui quell’esperienza e comunicata? Cosa stiamo sperimentando, quando ci impegniamo nella lettura di una narrazione? Che cosa fa il linguaggio narrativo? Breaktime non entra nel merito di queste questioni. Piuttosto, ne ricava una storia punto e letteralmente quella storia è solo – non è altro che – lingua (p.169).

Ditto, dal punto di vista extra testuale, è un gioco letterario (Ditto in inglese significa idem), ma è talmente autentico che Morgan ha perso il dibattito. La letteratura è non è affatto morta.

La polifonia

Il giovane lettore sarà sorpreso nel ritrovarsi delle pagine con una tripla voce, o con un’intersezione tra il narratore Ditto e il narratore in terza persona, situazione che favorisce la molteplicità dei punti di vista e di distanze. È l’esempio della scena d’amore, rappresentata con una vivace doppia colonna. Nella colonna sulla sinistra troviamo la voce narrante di Ditto intercalata, tra le righe, dai suoi pensieri che vagano nel presente della scena: cosa pensa, un ragazzo di sedici anni, la prima volta che fa l’amore? A destra è stampata una breve descrizione “scientifica” dell’atto sessuale, tratta da un manuale: Guida del giovane alla Vita e all’Amore (A Teenager’s Guide to Life and Love) del Dr. Benjamin Spock (1902-1998), pediatra famoso per aver promosso un approccio educativo anti autoritario. Si tratta di un testo pubblicato nel 1971. Sulla pagina la parola, il linguaggio si deforma, in un atto espressivo interessante, una polifonia necessaria alla trasformazione di Ditto.

Sono pagine impegnative, per il lettore, ma anche ricche di scoperte, rivelazioni, sguardi nello specchio. Ecco perché questo libro va esposto nella nostra biblioteca di classe, se lavoriamo a contatto con ragazzi di 14 o 15 anni, tenendo conto che il linguaggio e lo spessore letterario offrono complessità e pensiero che preparano a leggere altra letteratura. Letteratura senza la quale saremmo meno vivi.

Daniele Dell’Agnola

È docente alla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana di Locarno, dove si occupa di narrazione e didattica della letteratura nella formazione rivolta agli insegnanti della scuola dell’obbligo. Insegna a tempo parziale nella scuola media, è autore di diversi romanzi che raccontano gli adolescenti e la scuola di oggi e compone musiche per il teatro.
L’ultimo suo romanzo, intitolato “Anche i bruchi volano”, è stato pubblicato dell’editore Gabriele Capelli di Mendrisio (recensione). Dal 2015 al 2017 ha curato e condotto per la TV “Teleticino” (Gruppo Corriere del Ticino”) la rubrica “Il bidello Ulisse”, dedicata ai libri per bambini e ragazzi. Tra i suoi progetti didattici più recenti, si segnala “La tavolozza dei personaggi / leggere, scrivere, rappresentare”.

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