Leggere per il pubblico

Dalla lettura silenziosa alla lettura pubblica, un inesorabile percorso alla scoperta del segreto che siamo.

Leggere è aprirsi al mondo. L’ho scoperto piano piano, attraverso anni di lenta insaziabile fame – di storie, di voci, di parole scritte, che avessero come casa un libro, un volume. Fame di voci.

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Non ho iniziato particolarmente presto, e la mia “scoperta” è passata attraverso le letture rituali – le prime. I fumetti, intendo.
Che meraviglia, i fumetti! Che gioia scoprire le parole attraverso le immagini, attraverso il piacere del gioco, del travisamento, dell’associazione libera.
Verso i dieci, undici anni, poi, ho attraversato un periodo di letture disordinate – la cosiddetta “letteratura per ragazzi” . Se si è ben consigliati, può anche andar bene; comunque, per me, niente di soddisfacente.
Presto, molto presto, sono passata alla poesia.
La prima grande passione. Anni e anni di letture onnivore. E i miei primi acquisti di libri, i primi vagabondaggi nelle sale di lettura (principalmente la Biblioteca Sormani, a Milano, dove allora vivevo) e nelle librerie del Centro, dove trascorrevo ore, prima o dopo le lezioni di musica in Conservatorio. Ricordo in particolare la Libreria Cortina, di fronte all’Università Statale e una piccola libreria bellissima e molto fornita proprio all’angolo con via della Passione, a un passo dal Conservatorio. Credo che non esista più. Il tempo che trascorrevo in quei luoghi era la mia cura, la mia pratica di libertà necessaria, per non rimanere sepolta nella “prigione” Conservatorio e nella mia fragilissima scorza malinconica. Sostavo per ore davanti a un volume, a un libro nuovo, a un autore sconosciuto. Proprio in quel periodo, verso i quattordici, quindici anni, ho cominciato a scrivere io stessa poesia – come milioni di altri adolescenti.
Anni, quindi, di lettura silente.
Il desiderio di condividere la bellezza di queste scoperte si è fatto largo in maniera sotterranea ed evidentemente inconsapevole in me, proprio attraverso la pratica di scrittura poetica (il desiderio di essere letta!) quando ho pensato – di punto in bianco, e senza alcun “preavviso” o “chiamata”, se non puramente musicale – al teatro. Al teatro come pratica che mi riguardava.
Quando, verso i diciannove anni, si è affacciata concretamente la possibilità di fare l’attrice, tutte le letture che negli anni avevano creato il mio mondo, i miei amici, i miei amori, hanno cercato di intonarsi, di trovare una voce. La pratica della scrittura poetica e del teatro hanno tradotto musicalmente, attraverso la lingua parlata, prima ancora che attraverso la consapevolezza di un corpo parlante, il desiderio di condivisione e di gioco. Sono pochi gli attori che amano la dimensione della lettura (per il pubblico, intendo).
E in effetti, la lettura per gli altri rappresenta un momento di equilibrio estremamente sottile. Si tratta di dare voce alla storia, ai personaggi, all’autore, senza imporre la propria storia e la propria voce. Passare attraverso, con la leggerezza dello strumento, che può incantare ma deve rimanere uno strumento.
Amo profondamente la pratica della lettura, e ormai non posso che concepirla nella sua dimensione più matura, rivolta a un pubblico in ascolto.
L’esperienza mi dice che la voce è viva per gli altri solo se porta in sé la storia di un corpo desiderante, di un corpo umano che si immerge nel rito. La voce, come dice Jean Renoir, grande regista francese e figlio del pittore Pierre-Auguste, è ciò che più parla di noi, della nostra anima.
È per questo che non riesco a vedere un film doppiato.
È per questo che ascolto le voci di chi mi parla con un orecchio segreto.
È per questo che scrivo poesia.
È per questo che amo leggere. Soprattutto per gli altri, dal momento che ormai so che leggendo per gli altri leggo prima di tutto e sempre per avvicinarmi al segreto che siamo.

 

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