La traduzione in prima persona (plurale)

Dall’incontro tra una classe di apprendisti traduttori e traduttrici marocchini e il traduttore Daniele Petruccioli è nato un dialogo sul lavoro editoriale, sulla deontologia professionale e sull’intercultura.
La vetrina di una libreria in un passage parigino.

Le allieve e gli allievi del master di Traduzione letteraria cultura e editoria dell’università Mohammed V di Rabat, Dipartimento di Lingua e letteratura italiana, Facoltà di Lettere e Scienze Umanistiche, hanno incontrato Daniele Petruccioli durante una delle loro lezioni di Critica della traduzione letteraria tenute da Simone Giusti. Petruccioli, che ha una lunga carriera di traduzione di professione ed è anche autore di saggi critici e teorici sulla traduzione, ha messo la sua esperienza a disposizione degli studenti e delle studentesse, che in questo particolare momento stanno seguendo il loro master a distanza.

Le domande sono state scritte e formulate da Mehmoud Benmbarek, Nadia Benomar, Meryem Boukhalfa, Najate Es sadeqy, Loubna Elouafi, Alaa Ghalmi, Ahmed Medhoun.

D: Come ha iniziato la sua attività traduttiva? Come descriverebbe, in breve, la sua carriera di traduttore? Ci sono momenti significativi che hanno segnato un cambiamento?

R: Come molti traduttori della mia generazione (io ho 51 anni), quando andavo all’università non esistevano corsi di traduzione veri e propri. Ho avuto la fortuna di laurearmi tardi, a 30 anni compiuti. Dopo aver fatto la scuola d’arte mi sono laureato in Lingue e traduzione con una tesi in cui mi sono occupato della comparazione di diverse traduzioni di uno stesso romanzo. All’epoca già lavoravo, anche come traduttore. Avevo cominciato a tradurre testi drammatici dall’inglese e dal francese per delle compagnie teatrali. Pur essendo laureato in portoghese, la mia lingua di studio, padroneggiavo anche il francese e l’inglese, due lingue che ho imparato da piccolo per motivi familiari. Attualmente lavoro sia come traduttore che interprete in tutte e tre le lingue, anche se ormai traduco quasi esclusivamente testi scritti, soprattutto romanzi e un po’ di saggistica. Il mio lavoro di traduttore per le case editrici italiane l’ho iniziato semplicemente candidandomi. Ad un certo punto della mia carriera non volevo più lavorare per compagnie teatrali con cui avevo collaborato fino a quel momento. Ho avuto la fortuna di vivere a Roma, città di piccole e medie case editrici tanto che in seguito ha visto la nascita l’Associazione degli editori indipendenti, l’ADEI, avevo la possibilità di andare a suonare il campanello ed è così che ho avuto i miei primi lavori, in particolare da due case editrici. Ho cominciato così, semplicemente. Poi ho avuto la fortuna di vincere molto presto il premio Bianciardi per la traduzione: un riconoscimento che è stato d’aiuto per la mia carriera.

D: Lungo il suo percorso formativo e professionale ha mai pensato di tornare indietro? Ha mai avuto momenti di crisi?

R: Ho cominciato a lavorare molto presto, a 22 anni, da diplomato, mentre la mia attività di traduttore è cominciata, come dicevo, intorno ai 30, con la laurea. Direi di non aver mai avuto ripensamenti proprio perché la traduzione è già un lavoro venuto dopo, per me. Più che altro, ho avuto la fortuna di avere una carriera come traduttore, anche se quest’espressione, “carriera di un traduttore”, fa un po’ ridere, perché la figura del traduttore, almeno in Italia, ma in generale in Occidente, sta a malapena cominciando a essere valorizzata nell’ultimo lustro, grazie al lavoro di una serie di traduttori e traduttrici, più meno della mia generazione, che hanno fatto un lavoro capillare nelle istituzioni e anche sulla stampa per valorizzare una figura che è da sempre considerata inesistente. Fuori dall’ambiente accademico ed editoriale, quella del traduttore è una figura addirittura sconosciuta: le amministrazioni locali, forse nemmeno tutte, hanno cominciato ad avere solo da pochi anni la possibilità di inserire nella carta d’identità, alla voce “professione”, la dicitura traduttore.

Ma la realtà è che sono un traduttore molto fortunato: ho lavorato per quasi 20 anni a tempo pieno, con solo una piccola parte della mia attività lavorativa dedicata alla didattica. Non mi posso lamentare, poiché ho sempre avuto molto lavoro, tranne che per un breve periodo di pochi mesi. Questo mestiere mi ha aperto tante strade. Quindi, in sintesi, no, non ho voglia di cambiare mestiere, anche perché lo amo moltissimo. Penso di aver trovato la strada verso la quale provo più piacere e per la quale forse ho più talento.

D: Quali sono le scelte fondamentali che deve affrontare prima di iniziare il lavoro di traduzione vero e proprio?

R: Esistono diverse scuole di pensiero, ma personalmente non posso cominciare a tradurre prima di aver letto il testo per intero, anche più volte se è necessario. Invece ci sono altri traduttori che preferiscono tradurre direttamente senza leggere il testo. Non credo che uno dei due modi sia migliore dell’altro: ognuno ha una maniera e delle condizioni di lavoro proprie, che gli consentono di lavorare al meglio. Le scadenze che ci danno le case editrici sono molto ravvicinate e non è facile procurarsi il tempo che serve per una lettura integrale. Io ho il vantaggio di riuscire a tradurre molte pagine al giorno: ho una grande facilità nella concentrazione e di conseguenza riesco a tradurre anche più di 100 pagine al mese. Cerco sempre di avere molto tempo a disposizione per leggere l’opera, raccolgo tutto il materiale critico sull’autore e sul testo.

Per il traduttore del futuro è molto importante conoscere la Skopos Theory e il grande lavoro di Katharina Reiss. Dobbiamo renderci conto del destinatario del testo, del perché la casa editrice ha scelto di tradurre proprio quell’opera, e dobbiamo prendere in considerazione anche le polemiche sui giornali e tutto quel che può contribuire a farci conoscere l’ideologia e le motivazioni dei committenti. Trovo affascinanti le teorie e gli strumenti messi a punto dalle diverse scuole traduttive: i concetti di equivalenza, addomesticamento, straniamento e culturalismo… Personalmente, tuttavia, trovo che tutto dipenda dal testo e da cosa mi suggerisce. La traduzione è un mestiere creativo.

D: Le è mai capito di non portare a termine una traduzione?

R: No, non mi è mai capitato perché io faccio il traduttore per mestiere: se non finisco la traduzione sono passibile di ritorsioni da parte del mio committente, previste dal contratto. Ma al di là di questo, anche se mi è capitato di lavorare con colleghi che hanno avuto uno blocco e non riuscivano a finire il lavoro, tuttavia ritengo importante che chi traduce, affinché possa pretendere di essere rispettato e trattato adeguatamente dal suo editore, debba rispettare gli impegni presi. In passato ho partecipato alla fondazione del primo sindacato italiano dei traduttori editoriali (STradE, poi confluito in Flc-Cgil) e nell’ambito della mia attività sindacale sono stato molto attento a cercare di combattere l’idea che il lavoro del traduttore fosse un “non lavoro”. Se lo consideriamo un hobby, infatti, non c’è bisogno che sia retribuito, non è possibile fare contratto. Penso, e non sono solo, che si debba combattere questa ideologia: sono fissato con la deontologia professionale. Io chiedo sempre un contratto, sono molto rigido con i committenti e con i colleghi. Recentemente ho rinunciato a un lavoro molto importante con un editore prestigioso, perché per motivi di diritti il testo doveva essere consegnato entro una certa data che per me era impossibile da rispettare. Se non posso garantire una consegna perché ho altri lavori da terminare – e io non riesco a fare dei lavori male, ogni lavoro ha bisogno del suo tempo – non posso accettare un nuovo incarico.

D: Poco fa ha parlato del fattore tempo: come si organizza con il tempo per la traduzione?

R: Intanto, non traduco mai due romanzi in contemporanea, ma ovviamente firmo contratti in sovrapposizione, perché altrimenti non potrei guadagnare abbastanza per mantenere la mia famiglia e dare il mio contributo. Poi mi organizzo così: la prima parte della giornata, durante la quale sono più concentrato, mi sveglio presto, insieme ai bambini che devono andare a scuola: prima della pandemia alle 6 e 30, adesso un po’ più tardi. Comunque prima delle 8 sono davanti al computer, traduco tutta la mattina e per metà del pomeriggio, mi fermo solo per qualche telefonata di lavoro. È molto importante per me riuscire a lavorare per diverse ore molto concentrato: preferisco non tradurre per un giorno intero e mettere in quel giorno una serie di incontri lavorativi, burocratici…

La mia giornata comincia così: per prima cosa, rileggo e in parte correggo le cartelle (le pagine editoriali, che in Italia sono 2000 battute, spazi inclusi) che ho tradotto il giorno prima, quindi faccio una correzione in corso, poi traduco le cartelle da tradurre in quel giorno che, a secondo di quanta fretta c’è e della mole di lavoro, possono oscillare tra le 9 e le 16. Dipende dal romanzo – ci sono romanzi con cui si procede lentamente, altri in cui si va molto in fretta – ma questo riguarda una prima stesura soltanto, perché poi, dove hai lavorato in fretta prima, magari ti trovi a correggere di più dopo, e viceversa. Alla fine del lavoro mi fermo per cucinare o per mangiare: cerchiamo di pranzare insieme, in famiglia. Alla fine della sessione di traduzione rileggo le cartelle della giornata, e già cambio qualcosa; poi lo leggerò la mattina dopo, cambiando ancora. Faccio, in corsa, due letture, una serale e una della mattina, e a quel punto se ho altre traduzioni – tenete conto che io faccio almeno due letture dopo aver terminato la prima stesura, ma preferisco farne tre, e per alcuni romanzi non sono contento se non ne faccio quattro, comunque due è il minimo indispensabile –, rileggo le pagine dell’altro romanzo la cui consegna si sta avvicinando, e se necessario – e spesso lo è – lavoro sulla revisione di romanzi già consegnati, che sono stati revisionati dalla revisora/revisore della casa editrice e sono stati rimandati con una serie di proposte di correzione o modifica che devo accettare o meno.

A questo riguardo, io non dico mai semplicemente di sì o no. Quando la correzione è ok pulisco il testo, accettando la modifica della revisora, quando invece è no inserisco un commento in cui spiego perché avevo scelto una certa cosa, dico perché ci tengo molto, e spiego le motivazioni. Considerate che non mando mai una traduzione da sola: tutte le mie traduzioni hanno anche un file a parte, una pagina di word chi s’intitola “per la revisione” in cui spiego una serie di punti chiave, il tipo di linguaggio, di registro, la tipologia stilistica, come ho lavorato, quali sono le parole chiave, o costellazioni di parole, i campi semantici e come li ho lavorati, se utilizzando un certo tipo di ripetizione martellante oppure usando una costellazione in variatio, perché li ho usati e come mi sono comportato. Ovviamente ogni testo ha le sue peculiarità e diversità: se ci sono dei regionalismi, se i dialoghi sono fatti in modi particolari, io dico sempre prima come ho lavorato, cercando di essere molto sintetico, in modo che il revisore con una sola pagina di lettura sappia come ho lavorato. Come io vorrei dal committente tutte le informazioni su come vorrebbe che fosse fatto il lavoro, mi piace dare le informazioni su come lavoro io al mio revisore. E questo lo faccio di solito sul contratto, dove chiedo di inserire che voglio vedere le bozze e la revisione, e che niente deve essere mandato in stampa senza il mio consenso. Però io mi impegno, quando c’è una controversia, a trovare sempre terze soluzioni, finché l’editore e il traduttore trovano un accordo. Lo possiamo chiamare un atto di presunzione: io voglio il potere assoluto, ma garantisco di poter lavorare con la mia creatività fino a trovare una soluzione. Di solito questo paga: all’editore piace questa cosa e mi garantisce allo stesso tempo il controllo totale sulla revisione del testo.

Nell’ultimissima parte della giornata leggo le pagine in originale del romanzo che dovrei tradurre il giorno successivo. Rileggerle la sera prima mi permette di essere molto veloce il giorno dopo: se so esattamente quello che starà per succedere, perché l’ho letto almeno due volte, la prima quando ho accettato il lavoro, la seconda la sera prima di mettermi a tradurre quelle pagine, mi posso concentrare sulla sintassi, essenzialmente sullo stile, sul come e non su cosa viene raccontato, che ho ancora fresco nella memoria.

D: Quanto è importante per il traduttore potersi consultare con l’autore?

R: Secondo me è importantissimo potersi confrontare con l’autore, ovviamente quando è possibile farlo. In alternativa sarebbe necessario leggere tanta critica su quell’autore, così in qualche modo è possibile penetrare nel suo stile e affinare le proprie qualità interpretative. Ma se l’autore è vivo, secondo me è una cosa ottima poter interloquire con lui, per togliere tutti i dubbi, perché andando avanti con la traduzione ci si rende conto che alcune domande più che di comprensione sono in realtà di interpretazione e quindi hanno bisogno di trovare risposta nel confronto diretto con l’autore.

D: Come si comporta se nel testo che sta traducendo incontra un caso di razzismo o di estremismo religioso?

Ci sono diversi piani di cui tener conto, il primo fra i quali è quello linguistico e il più subdolo sono le abitudini linguistiche, che sono molto insidiose.

Prendo l’esempio di Elisabetta Bartoli, una traduttrice famosa che anni fa, durante un seminario che ebbi la fortuna di seguire, fece il seguente esempio. C’è una parola in arabo che significa “un conglomerato di case”. In inglese viene tradotto “village”, in francese “village” e in italiano, per calco, diventa “villaggio”. Ora, in italiano la parola “villaggio” non esiste più. Esistono paesini, frazioni ma i villaggi sono qualcosa di storico, che rinviano a un mondo precivilizzato. È molto diverso per un ascoltatore italiano sentire dire «è stato bombardato un paesino o frazione palestinese» che sentir dire «è stato bombardato un villaggio palestinese». Quindi devo far attenzione alla mia lingua madre. Per quanto riguarda le inesattezze storiche o geografiche, controllo sempre tutto tramite la rete, e se c’è qualcosa che non è corretto lo segnalo.

Quando un libro vuole diffondere concetti o ideologie con cui non sono d’accordo, mi comporto a seconda del libro. Ci sono scrittori con le cui idee non sono d’accordo, come per esempio Céline, il grande scrittore francese chiaramente antisemita, autore di Bagatelle per un massacro, libro violentissimo, che propone lo sterminio della popolazione ebraica in Europa. Io quel libro lo tradurrei, anche se sono completamente contrario. Sarebbe infatti assai peggio tenerlo nascosto, non rivelando questo aspetto dell’opera del grande autore. Se si tratta di un romanzo contemporaneo che dice cose alle quali sono contrario, in quanto traduttore ho l’obbligo d’informarmi prima, perché una volta firmato il contratto è difficile rifiutarsi di tradurre o cambiare i connotati al libro, anche se questo non è del tutto vero. La critica della traduzione femminista per esempio, o i movimenti della liberazione nera hanno insegnato che non è poi così difficile manipolare un testo. La traduzione, anzi, è una delle principali maniere per manipolare un testo. Bisogna essere consapevoli che un testo messo, nelle mani di un certo traduttore, tenderà ad essere un testo più internazionalista, meno maschilista, più multiculturale.
Difficilmente mi capita di dover tradurre una letteratura ideologica.

Per la questione razzismo, faccio l’esempio del portoghese, dove ci sono due modi per identificare una persona con la pelle nera. Una è “negro”, che è la parola antropologica, e poi esiste il termine “preto”, che vuol dire di colore nero: è un termine dispregiativo usato dai coloni portoghesi ed equivale al termine italiano “negro”, più o meno. Traducendo un libro che usava i due termini in maniera cortocircuitale, alternandoli, avevo un problema in italiano perché non ero sicuro di poter usare i termini italiani anche razzisti in maniera che si capisse bene l’intento, soprattutto perché sono bianco e può mancarmi la percezione di certi termini rispetto alle persone di pelle nera. Ma per fortuna ho potuto contare sul supporto della scrittrice italo somala Igiaba Scego, che mi è stata di grande aiuto nella traduzione di questo libro.

D: Quali strumenti (dizionari, risorse online, eccetera) consiglia di usare per il nostro lavoro di traduzione?

R: Personalmente uso risorse sia su CD sia online, di tutti i tipi. Ho sul pc una serie di cartelle, e poi i miei siti preferiti, divisi per aree linguistiche – quindi portoghese (con le sue varianti africane e sudamericana), inglese (nonché diverse varianti, per esempio australiano, scozzese, sudafricano), francese – con tutti i dizionari e glossari che trovo. Ogni volta che un collega dice che c’è un glossario io lo salvo, perché non si sa mai.

Uso almeno due dizionari, di cui uno monolingue, e uso la versione a pagamento naturalmente. Per il francese prediligo il Robert, e poi, naturalmente, tutte le risorse lessicali della CNRT, tutti i dizionari di argot, i lessici giovanili, i lessici scientifici. Se trovo un dizionario di sartoria teatrale del Settecento me lo salvo, perché prima o poi mi servirà; trovo un dizionario della vela e me lo salvo, perché prima o poi mi servirà, in qualunque lingua. Comunque è fondamentale partire da un ottimo dizionario monolingue per la lingua di partenza, più tutte le risorse online, tra cui i siti istituzionali che si occupano di lessico, e spesso anche uno o due siti di dubbi linguistici e morfosintattici: ci sono in tutte le lingue, in italiano c’è il sito dell’Accademia della Crusca, per esempio, che ha una sessione di domande e risposte: naturalmente non si tratta di testi sacri, però danno la misura dei dubbi che hanno i madrelingua, e quindi sono molto interessanti per noi.

Oltre al dizionario monolingue (uno o, quando possibile, anche più di uno), uso un buon bilingue. So che molti colleghi preferiscono non usarlo, ma io non vedo perché non dovrei. Per l’italiano, infine, ricorro a una serie di dizionari monolingue, tutti a pagamento, più tutte le risorse gratuite in rete, come il Treccani. Io ho poi il dizionario Zingarelli, perché è aggiornato più spesso e, anche, per una questione di prestigio: insieme al Treccani è molto considerato e ha una serie di sinonimi molto ampia. Naturalmente uso i dizionari dei sinonimi, che sono la cosa più utile che ti serve per far lavorare la testa in modo da trovare il traducente giusto. È il motivo per cui uso il dizionario analogico, sia il moderno sia lo storico. Per me, inoltre, è assolutamente imprescindibile il dizionario di De Mauro, che tra l’altro si trova anche gratuitamente online sul sito di www.internazionale.it. Il dizionario De Mauro originario, che io comprai appena uscito, aveva un CD-ROM con una serie di strumenti preziosi come gli anagrammi e i rimari, che servono tantissimo per il lato musicale della lingua. Purtroppo adesso è fuori commercio, e il CD-ROM non si trova più. Io me lo tengo strettissimo, e dato che, sempre nello spirito democratico di Tullio De Mauro, è un cd che non ha nessun tipo di protezione, ogni volta che faccio un seminario lo porto con me e chi vuole si può scaricare il dizionario sul proprio hard disk.
Poi uso almeno un dizionario delle collocazioni o delle combinazioni lessicali, che serve quando uno vuole costruire delle frasi fatte. Ce ne sono per lo meno due, di cui uno sempre di Zanichelli, che è una delle case editrici più attive in questo settore.

Infine, quanto ai consigli da dare a un giovane traduttore, ce ne sono diversi. Il primo è non aspettare che il committente venga da voi, ma andatelo a cercare, perché i committenti non ci aspettano. Non so come sia il mercato in Marocco, mi scuso per la mia ignoranza, ma posso dire che, in Italia, il mercato editoriale chiede molto a una traduttrice o a un traduttore, quindi è bene specializzarsi in una letteratura in particolare, su cui è necessario poi mantenersi informati anche leggendo le riviste e gli inserti letterari. Per proporsi si può mandare un curriculum, ma spesso anche una proposta editoriale. E poi, soprattutto, fate rete, al di là di quello che uno pensa dei diritti dei lavoratori e della sindacalizzazione, secondo me è importante lavorare insieme ai colleghi, intanto perché questo mestiere rischia di rendere molto soli, e questo non fa bene a nessuno, e poi perché dai colleghi s’impara moltissimo. Quindi è importante incontrarsi, andare alle fiere letterarie, ma anche fare gruppi web dove scambiarsi idee, proposte, consigli, suggerimenti. Non state da soli, perché i colleghi servono tantissimo.


Per approfondire:

D. Petruccioli, Falsi d’autore. Guida pratica per orientarsi nel mondo dei libri tradotti, Quodlibet, 2014.

D. Petruccioli, Le pagine nere. Appunti sulla traduzione dei romanzi, La Lepre edizioni, 2017.

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