La Repubblica dei matti. Un’intervista a John Foot

Mi chiedevano: “Come vuole cambiare le cose? Non è possibile”. Però, giorno per giorno le cose cambiavano. Mi chiedevano: “Dove vuole arrivare?” e io rispondevo: “Non lo so”. In effetti non lo sapevo. (Franco Basaglia)

Mi chiedevano: “Come vuole cambiare le cose? Non è possibile”. Però, giorno per giorno le cose cambiavano. Mi chiedevano: “Dove vuole arrivare?” e io rispondevo: “Non lo so”. In effetti non lo sapevo. (Franco Basaglia)

Ernè, Trieste 1975, Franco Basaglia e Maria Grazia Giannichedda sullo sfondo

La Repubblica dei matti. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia 1961-1978 è l’ultima ricerca pubblicata in Italia per l’editore Feltrinelli dallo storico inglese John Foot.
Foot si occupa da sempre di storia dell’Italia repubblicana; ha lavorato a un libro sulla storia culturale di Milano; ha raccontato in chiave culturale il calcio e il ciclismo; si è occupato, in una ricerca pionieristica per ampiezza dei temi e dello sguardo, delle memorie divise che agiscono da sempre nella costruzione dell’identità degli italiani. Proprio mentre stava ultimando questa ricerca ha incontrato la complessa e per molti versi divisiva figura di Franco Basaglia. Scrive Foot: «Nel 2008 mi capitò di trovarmi a Trieste. C’ero andato per i miei studi sulla memoria divisa dell’Italia – le foibe, i campi di concentramento, l'”esodo”. Avevo sentito parlare di Franco Basaglia e sapevo qualcosa della storia della legge 180, ma le mie conoscenze sul sistema della salute mentale in Italia e sulla sua trasformazione erano decisamente elementari. Si dava il caso che fosse il trentesimo anniversario della legge e in città si teneva una serie di eventi per celebrare e discutere quegli eventi. Un film in programma in un piccolo cinema stuzzicò il mio interesse: si intitolava San Clemente ed era diretto dal fotografo francese Raymond Depardon. Andai a vederlo. Era tardi e c’era poca gente. La proiezione veniva presentata da un certo Peppe Dell’Acqua, che non avevo mai sentito nominare. I novanta minuti che seguirono mi colpirono nel profondo. Il documentario, girato alla fine degli anni settanta, dopo l’entrata in vigore della legge Basaglia, raccontava gli ultimi giorni di uno dei manicomi sulle isole lagunari di Venezia. Mostrava persone con gravi problemi e mostrava anche un’istituzione in cui era in corso un (faticoso) cambiamento. Le immagini non ammettevano compromessi: ne fui travolto. Non ho mai dimenticato quella serata. Da quel momento, ho capito che avrei dovuto studiare quel periodo storico, quelle istituzioni e il modo in cui erano state trasformate. Da allora, è iniziato un viaggio che si conclude con questo libro».
Il libro dunque è questo: un viaggio a ritroso, una ricerca delle radici da cui nasce una delle più importanti e radicali riforme che l’Italia abbia mai conosciuto, quella che ha portato, nell’arco di vent’anni, a partire dal 1978, alla chiusura definitiva dei manicomi (qui un mio approfondimento).
Ma quello di John Foot non è un libro per specialisti, una storia della psichiatria italiana, né una storia della follia o dei manicomi: la sua è una storia culturale, cioè una ricerca che vuole mettere in relazione le storie dei protagonisti, personali e pubbliche, con il contesto culturale, politico,normativo, entro il quale si trovano ad agire, senza dimenticare il dibattito internazionale, gli enormi apporti dati da letture condivise negli anni in cui tutto ebbe inizio, ovvero i primi anni Sessanta.
Anni fecondi, anni di cambiamento: il 1961, anno nel quale Basaglia arriva a Gorizia, il primo manicomio che si trova a dirigere, è l’anno nel quale vengono pubblicati tre libri fondamentali: La storia della follia in età classica di Foucault, I dannati della terra di Frantz Fanon e Asylum di Erving Goffman: tutti e tre smontano i meccanismi perversi di quelle che Foucault aveva ribattezzato “istituzioni totali”, un’espressione destinata a diventare chiave di volta del lessico basagliano. Mettendo al centro del discorso il contesto storico e filosofico del manicomio, fornendo una base teorica e metodologica allo studio della follia, della repressione della devianza, dell’esclusione sociale.
«Questi testi circolavano in lingua originale, prima di essere tradotti in italiano (Goffman proprio da Franca Ongaro, moglie di Basaglia) nel corso degli anni sessanta. A Gorizia cominciò a formarsi uno specifico “canone basagliano”, che comprendeva studi filosofici e ricerche sulla realtà degli ospedali psichiatrici. Basaglia studiava anche le idee e la pratica degli psichiatri radicali che operavano in Francia, in Germania e nel Regno Unito. Viaggiava molto. E col tempo, arrivò a una forte critica sociale del sistema manicomiale, che vedeva nell’ospedale psichiatrico un luogo di reclusione per i poveri e i devianti. Questi tre filoni del pensiero di Basaglia – l’anti-istituzionalismo, l’analisi sociale e una critica serrata al sistema medico – avrebbero preso forma compiuta nei vent’anni a venire, ma erano tutti presenti, in forma embrionale, fin dall’inizio».
Ma non di sole letture si nutriva l’esperienza goriziana: c’erano nuove pratiche, infatti provenienti  dall’Inghilterra, dove David Cooper e Ronald Laing, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, avevano dato vita a esperimenti estremamente innovativi all’interno del mondo carcerario, sul quale si modellavano gli ospedali psichiatrici: «Nel 1954-1955, in un manicomio scozzese, Laing aveva sperimentato la cosiddetta “stanza dei giochi” (rumpus room) per le donne schizofreniche. Diverse pazienti “gravi” erano state trasferite dai reparti a una stanza più accogliente, dove stavano in compagnia di medici e infermieri. La “stanza dei giochi” era un ambiente pulito, sereno e tranquillizzante, dove le pazienti più disturbate potevano dare sfogo alle loro crisi».
Quello che fa Foot, dunque, è mettere in luce come Basaglia non sia l’unico – un isolato, un folle a sua volta – ma quanto sia invece un intellettuale pienamente all’interno delle grandi trasformazioni culturali del suo tempo, di cui rielabora, insieme a un’equipe che si costituirà a Gorizia nel corso degli anni Sessanta, la via italiana alla rivoluzione psichiatrica.
Abbiamo chiesto allo storico inglese di rispondere ad alcune domande sul suo libro.
Chi era Franco Basaglia?
Franco Basaglia (Venezia 1924) era nato benestante: il padre Enrico era proprietario di una redditizia ditta di appalto delle imposte. Franco era cresciuto nel quartiere veneziano di San Polo. La famiglia si riconosceva nello stato fascista, ma Franco divenne presto un ribelle, aderendo da liceale al movimento antifascista. Tra i suoi insegnanti al liceo classico Foscarini c’era il leggendario Agostino Zanon Dal Bo, che ebbe un “ruolo fondamentale nella formazione di numerosi antifascisti e partigiani”. Basaglia fu arrestato, probabilmente a seguito di una soffiata, l’11 dicembre 1944. Dopo cinque giorni (e cinque notti) di interrogatori di polizia, fu rinchiuso nel carcere di Venezia. Da questa esperienza maturò il suo odio verso ogni sistema concentrazionario. Quando arrivò a Gorizia nel 1961, mandato a dirigere il locale manicomio, trovò i meccanismi repressivi del carcere, e questo per lui fu insopportabile.
Basaglia era isolato? C’erano altre esperienze a cui poteva guardare?
La psichiatria viveva in quegli anni una forte problematizzazione: c’erano esperimenti di negazione dell’esperienza manicomiale in Inghilterra, negli Stati Uniti, e anche in Italia una nuova generazione di psichiatri, ma anche di intellettuali più in generale, stava riflettendo sul rapporto fra malattia mentale e società. Inoltre si affacciava sulla scena una nuova classe di politici, soprattutto entro gli enti locali, che guardavano al loro ruolo in modo assolutamente diverso da chi li aveva preceduti. In molte città italiane, Perugia, Arezzo, Reggio Emilia, la prima riforma dei manicomi sarà voluta e attuata da amministratori locali e non da psichiatri.
La storia che racconti si confronta con una ricca e complessa intelaiatura archivistica: vuoi raccontarcela?
La mia ricerca si fonda su archivi diversi e spesso assai poco indagati: prendiamo per esempio le carte prodotte all’interno del manicomio di Gorizia, come la rivista prodotta dai pazienti, «Il picchio», che oggi è conservata presso l’archivio Basaglia e che ho visto ma solo in parte. Ho avuto accesso all’archivio dei manicomi di Venezia, Trieste e di altri, e a molti giornali come «Il picchio». Ho fatto numerose interviste con protagonisti. Ho potuto leggere inediti di Slavich e di altri, e poi ho usato moltissimo la fotografia e i documentari; tantissimi articoli nelle riviste (per esempio Fogli d’informazione, ecc.). Infine l’archivio storico della casa editrice Einaudi, che ha pubblicato i testi più importanti dei basagliani.
Quali sono i testi a cui sei più legato per la scrittura di questo libro?
Ovviamente, i resoconti ‘interni’ del movimento – L’istituzione negata, Che cos’è la psichiatria, Morire di classe. Ma anche quello di Jervis (nel Il buon rieducatore), di Slavich, di Pirella, Dell’Acqua, Rotelli, Gallio, Franco Ongaro e altri. Poi, facendo il lavoro, ho incontrato molti che hanno vissuto quell’esperienza, e familiari (come Enrico Basaglia e Emma Macca). Ma i ‘testi’ più belli sono sicuramente i filmati e le fotografie del movimento – da Mario Dondero a Raymond Depardon, e molti altri.
Perché credi che una ricerca come la tua possa essere interessante anche nel Regno Unito?
C’è molto interesse in UK su questo tema. Basaglia è conosciuto e molti hanno visitato Trieste; inoltre il sistema per la salute mentale è entrato in crisi dopo la chiusura dei manicomi (spesso ostacolato dalla sinistra). Il dibattito su cosa fare è importante – e molto si fa guardando all’estero.
Perché l’esperienza di Basaglia è unica?
Unica perché comincia da nulla (due persone in un manicomio a Gorizia: Ongaro e Basaglia). Unica perché chiude un’istituzione enorme e costosa per ragioni non economiche, ma politiche e morali. Unica perché crea un movimento che cerca di distruggere quell’istituzione dall’interno. Unica perché ‘inquina’ tutto – informando la lotta per la riforma del carcere, la scuola. Unica perché, infine, porta alla prima legge per chiusura dei manicomi, nel 1978.

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