La pietas delle cicogne

Tempo di lettura stimato: 10 minuti
Le onnipresenti e amichevoli cicogne conosciute in Alsazia sono l’occasione per una breve rassegna di letteratura antica (e non) su questi bellissimi uccelli
Nido di cicogna su un tetto alsaziano

Sono appena stato qualche giorno in Alsazia, terra che non conoscevo e che ho molto apprezzato, per l’atmosfera particolare che si respira nelle sue città (Strasburgo, Colmar) ma soprattutto nei suoi centri più piccoli.
Le classiche case a graticcio, le chiese con i campanili allungati, le distese di vigneti e – ovviamente – le cantine dove poter degustare l’ottimo vino locale (il Gewürztraminer su tutti) erano quello che mi aspettavo; così come mi aspettavo (anzi, non vedevo l’ora, a dispetto del colesterolo un po’ alto…) di potere mangiare la tradizionale choucroute, cosa che faccio sempre quando vado in Francia. Come potevo allora esimermi dal farlo nella regione della quale è originaria? Gli esami del sangue possono attendere!

Una cicogna sembra proteggere la statua di papa Loene IX, a Eguisheim

Le cicogne d’Alsazia

Del tutto inattesa, invece (ovviamente per ignoranza mia) la presenza così intensa e piacevolmente amichevole delle cicogne.
Infatti, soprattutto nei paesi meno affollati e rumorosi, i loro nidi – vero capolavoro ingegneristico-architettonico – si posano in un apparentemente delicato quanto evidentemente stabile equilibrio sui tetti spioventi di case e chiese: così questi uccelli, con la loro maestosa apertura alare, con il tradizionale rumore “a nacchere” diffuso dai loro becchi allungati, diventano una sorta di numi tutelare di queste località.
Pure la statua di papa Leone IX (1049-1054), nativo della deliziosa Eguisheim, sembra volere comunicare con loro dal centro della locale fontana: ti immagini che da un momento all’altro si debba girare per salutare le cicogne!
D’altronde non puoi fare a meno di cercarle, osservarle e – per così dire – metterti sotto la loro materna protezione, forse alla luce della suggestione delle “cicogne che portano i bambini”, con la quale noi sessantenni siamo cresciuti, credendoci fino a un’età che è probabilmente imbarazzante ricordare alle generazioni più giovani.

Le fonti antiche su questo uccello

Stampa giapponese con cicogne

Ovviamente non parlerò di questi animali dal punto di vista etologico, né accennerò alle dinamiche delle loro migrazioni, cose delle quali poco o nulla sapevo e sulle quali mi sono solo un po’ informato sulle Guide locali e su alcuni siti web. Però sono pur sempre un classicista di lungo corso, e ricordavo che il buon Plinio il Vecchio dedica alle cicogne alcune considerazioni nel decimo libro della sua Naturalis Historia; dunque ho ripreso in mano i passi pliniani, li ho riletti (e tradotti, a beneficio dei lettori de «La ricerca») nonché confrontati con qualcuna delle altre molte fonti – antiche e meno antiche – che menzionano questi uccelli.

In effetti l’immagine della cicogna come animale protettivo e “materno” è qualcosa che viene da lontano, e che ha accomunato la cultura classica. Per quanto concerne il mondo greco, ne parlano il commediografo greco Aristofane, i filosofi Platone e Aristotele, l’erudito Plutarco, mentre per il mondo romano se la testimonianza più completa è quella di Plinio, cui ho già accennato, non mancano loro menzioni nei versi di Orazio, Virgilio, Ovidio e anche in un testo così particolare come il Satyricon di Petronio.
Ed è proprio a Roma che si afferma in modo specifico – come vedremo meglio dopo – l’idea della cicogna come exemplum di pietas sia filiale sia genitoriale: sì, quella pietas, quel rispetto, quella devozione che è uno dei valori fondanti del mos maiorum e che ha il suo corrispettivo eroico nella figura di Enea, il pius progenitore dei Romani.
Tale topos è passato poi alla cultura cristiana e si è quindi mantenuto in età medievale e umanistica, arrivando poi a nutrire l’immagine che il moderno folklore ha costruito intorno a questi pennuti. Immagine sempre positiva, a ogni latitudine e longitudine, giacché se i più affermano che la “nostra” cicogna che porta i bambini calandoli dai comignoli delle case sia un prodotto della fantasia della Mitteleuropa, scopro che nella cultura giapponese essa è invece simbolo di longevità.

Un interessante passo di Petronio

Mosaico romano con cicogna, dalla Libia

Nell’impossibilità di una carrellata completa di fonti, io comincerei con un interessantissimo passo di Petronio, che nel suo celebre Satyricon mette in bocca questi versi al ricco liberto Trimalchione, qui divenuto improvvisato poetastro:

Ciconia etiam, grata peregrina hospita / pietaticultrix, gracilipes, crotalistria, / avis exul hiemis, titulus tepidi temporis, / nequitiae nidum in caccabo fecit modo.

Perfino la cicogna, ospite gradita / dal piede gracile e dal cuore gentile / che fugge il verno e annunzia i lieti giorni, / fa il suo nido nella pentola (Satyricon, 55, trad. G. A. Cibotto).

Al di là della stravaganza linguistica di questo testo, quel che conta è l’uso di un aggettivo dal valore non ambiguo. La cicogna è infatti pietaticultrix (“cultrice della pietas”), ed è descritta con connotazioni più che positive, poiché ha il cuore gentile, è foriera della bella stagione e accudisce attentamente al suo nido.

Le osservazioni di Plinio il Vecchio

Ma, si sa, Petronio è un originale sperimentatore di parole e uno straordinario creatore di immagini parodistiche: potremmo dunque non credergli. Come non credere, invece, all’autorevolezza del naturalista Plinio il Vecchio, che ha consultato centinaia di fonti per redigere la sua enciclopedia? Ed ecco allora quei capitoli della Naturalis Historia (10, 31-32) cui già accennavo:

Finora non è stato accertato da quale luogo vengano le cicogne, né dove vadano quando si allontanano. Non c’è dubbio che, come le gru, vengano da molto lontano: però le gru arrivano d’inverno, le cicogne d’estate. Quando stanno per partire, le cicogne si radunano in un luogo stabilito, e sono particolarmente attente che tutte siano presenti, in modo che nessuno della loro specie possa essere lasciato indietro, ad eccezione dei soggetti in cattività o addomesticati; e poi in un certo giorno si mettono in marcia, come se fosse loro ordinato da qualche legge superiore. Nessuno ha mai visto la loro partenza, sebbene siano state spesso osservate mentre si preparavano a partire; e così pure non le vediamo mai arrivare, ma solo quando sono arrivate; sia la loro partenza sia il loro arrivo avvengono di notte. Sebbene le vediamo volare in tutte le direzioni, si suppone comunque che non arrivino mai in nessun altro momento che nella notte. Chiamano “Villaggio del Serpente” una località ubicata nelle vaste pianure dell’Asia dove – mentre si radunano insieme – le cicogne continuano a rumoreggiare, e fanno a pezzi quella che arriva per ultima; dopodiché partono. È stato osservato che dopo le Idi di agosto non le si vedono facilmente. Ci sono alcuni scrittori che ci assicurano che la cicogna non abbia la lingua. Sono talmente stimate per la loro utilità nel distruggere i serpenti, che in Tessaglia era un delitto capitale per chiunque uccidere una cicogna, tanto che si infliggeva la stessa pena che per l’omicidio.

Allo stesso modo migrano anche oche e cigni, ma noi scorgiamo il loro volo. Si spostano con impeto nella forma a punta propria delle navi Liburniche, fendendo così l’aria più facilmente che se l’attaccassero in linea frontale; allargandosi gradualmente a cuneo a partire dal retro, la schiera si dispiega e si offre ampiamente all’aria che la sospinge. Gli uccelli in volo appoggiamo il collo sull’esemplare che li precede, accolgono in fondo al gruppo i capi quando sono stanchi. Le cicogne ritornano ai loro nidi precedenti e i piccoli, a loro volta, sostengono i loro genitori quando questi sono diventati vecchi (trad. M. Reali).

Credo che sia ora più chiaro perché l’uccello è da sempre associato alla pietas, cioè alla devota e rispettosa attenzione verso gli altri. Infatti si preoccupa degli altri membri del gruppo facendo sì che «nessuno della loro specie possa essere lasciato indietro», assiste nel volo i compagni stanchi e in difficoltà, e ha grande cura sia dei suoi piccoli sia dei propri anziani genitori. Non solo: le cicogne liberano pure il mondo dai serpenti, da sempre emblema di pericolo e malvagità, come ben sanno Adamo ed Eva.

Rovescio di un sesterzio di Adriano con Piaetas Augusta e cicogna

L’imperatore Adriano: l’uso politico della cicogna

Sembra – quello di Plinio – una sorta di manifesto programmatico di una forza politica progressista attenta ai diritti dei più deboli e dei meno tutelati e costantemente impegnata a rimuovere le ingiustizie: chissà mai se nelle pieghe della confusa campagna elettorale che sta iniziando in questi giorni in Italia possa nascere anche una sorta di “Partito della cicogna”? Io forse lo voterei…

In realtà uno sfruttamento politico dell’immagine della cicogna non sarebbe una novità, poiché la sua effigie compare talora sulle monete romane a fianco della Pietas divinizzata. Particolarmente noto è un sesterzio dell’imperatore Adriano del 133-135 d.C., che sul diritto ha – come di consueto – il “capoccione” del princeps, mentre sul rovescio propone appunto la Pietas Augusta personificata con il suo animale totemico. Il messaggio subliminale (ma neanche troppo) è quello che tra le virtutes imperiali dell’Augusto in carica c’è anche (soprattutto?) la pietas, il che pone Adriano sulla scia dei grandi exempla del passato che l’hanno praticata. La cicogna incarna dunque il lato “gentile” del potere, cioè la devozione che chi lo detiene ha nei confronti degli dèi, della patria e dei propri sudditi.

Una pagina del Libro degli emblemi di A. Alciato, tratta dall’edizione Adelphi del 2009

Tra Medioevo e Umanesimo

Ricordo, da ultimo, solo un paio di testimonianze di epoca successiva, che non fanno che confermare quanto detto finora.

La prima è tratta nientemeno che dal Paradiso dantesco (19, vv. 91-96), laddove l’autore paragona in questi versi la sollecitudine dell’Aquila composta dalle anime beate (gli “spiriti giusti” per la precisione) a quella della cicogna verso i propri piccoli:

Quale sovresso il nido si rigira
poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch’è pasto la rimira;

cotal si fece, e sì leväi i cigli,
la benedetta imagine, che l’ali
movea sospinte da tanti consigli.

Significativo, mi pare, il fatto che Dante non ritenga incongruo attribuire a un uccello rapace e potente – già attributo di Giove nell’antichità e poi simbolo imperiale – l’atteggiamento premuroso della cicogna.

La seconda, di età rinascimentale, è ancora più interessante, ed è tratta dal Libro degli Emblemi edito nel 1531 e nel 1534 dal grande umanista lombardo Andrea Alciato, il quale commenta così alcuni emblemi che raffigurano il nostro uccello:

Sull’alto nido la cicogna, esempio di pietà / scalda i piccoli implumi, diletti pegni d’amore, / e simili cure aspetta che le siano rese reciprocamente / tutte le volte che vecchia avrà bisogno d’aiuto. / Né la prole delude la speranza, ma porta sulle spalle / i corpi stanchi dei genitori e col becco porge loro il cibo (traduzione italiana tratta da A. Alciato, Il libro degli Emblemi secondo le edizioni del 1531 e 1534, a cura di M. Gabriele, Adelphi, Milano 2009).

Non sembra dubbia nel testo alciatino la dipendenza del Nostro da Plinio e più in generale dall’idea romana della cicogna che soccorre deboli, vecchi e piccini. Una sorta di animale-welfare, insomma…

Direi che qui posso finire, senza arrischiarmi di addentrarmi nel folklore mitteleuropeo o nella cultura giapponese, che sono per me terra incognita. Ciò non toglie che possa corredare questo mio pezzo anche con un’immagine che proviene dalla terra del Sol Levante: chissà che non sia di buon auspicio, e che le prossime cicogne non le possa vedere proprio in Giappone?

Condividi:

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it