La malattia del genio

Lo strano rapporto fra l’alienista Lombroso e lo scapigliato Dossi ricostruito in un saggio pirotecnico di recente pubblicazione.

Un’incolmabile diversità sembra separare gli uomini ritratti in due fotografie d’epoca, una proveniente dall’Archivio del Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” di Torino e l’altra dal Fondo archivistico di villa Pisani Dossi a Corbetta. Due opposti che, in vita, si attrassero: è ciò che dimostra il saggio storico-biografico Ombre nella mente, edito nel 2020 da Bollati Boringhieri e scritto a quattro mani dalla filologa (e collaboratrice di Maria Corti) Maria Antonietta Grignani e da Paolo Mazzarello, professore di Storia della Medicina e presidente del Sistema Museale di Ateneo all’Università di Pavia.

In quella del medico alienista Cesare Lombroso, ancora oggi noto per le sue teorie sull’“atavismo”, a sostegno di una concezione del criminale biologicamente collegabile agli animali inferiori, ci appare un uomo dal volto severo e dagli occhi penetranti. Un paletot scuro fascia il corpo solido e rassicurante.

Nell’altra, pressoché coeva, Carlo Dossi, lo scapigliato aristocratico che si definiva «un’ampollina di olio finissimo», si staglia come «un sospiro d’uomo» (questa l’impressione di Alberto Savinio, fratello del pittore De Chirico, che lo aveva incontrato per le vie di Milano pochi anni prima che morisse), sfinito da una lenta e quasi innata nevrastenia, alternata da esaurimento cerebrale, impeccabile nel vestire e con uno sguardo ironico rivolto all’obiettivo.

Fra i due, all’apparenza così dissimili, si realizzò un ventennale sodalizio (dalla metà degli anni Settanta fino ai primi anni Novanta dell’Ottocento), che questo “pirotecnico” saggio mette in evidenza forse per la prima volta. Ne consegue che d’ora in poi non potranno essere più trascurate le tematiche lombrosiane quando si analizzeranno le opere di Carlo Dossi; così come bisognerà riconoscere che la figura del “genio”, groviglio di patologico e di straordinario, tratteggiata dall’alienista veronese molto deve al rapporto con lo scrittore lombardo. Il libro, inoltre, offre al pubblico dei non addetti ai lavori l’occasione per superare pregiudizi e incomprensioni a proposito delle due personalità.

Cesare Lombroso (Verona 1835 – Torino 1909), va sottolineato, è uno dei pochi esponenti della nostra scienza medica ottocentesca a essere ancora pubblicato e fatto oggetto di studio, soprattutto nel mondo accademico anglosassone. I suoi teoremi di criminologia, ad esempio, almeno in parte sono ritenuti validi nelle scuole di polizia americane, e gli si riconosce il ruolo di inventore di sofisticati strumenti, come quelli per le misurazioni antropometriche, e perfino di una sorta di macchina della verità. Non prescriveva farmaci aggressivi, ma in molti casi (Dossi compreso) suggeriva ai suoi pazienti rimedi omeopatici. In vita avvicinò e consultò un imponente corpus di testi letterari, storici, biografici, coltivando interessi e curiosità non soltanto in campo medico, ma in molte altre discipline. Ho provato a verificare, ad esempio, su quali fonti Lombroso si fosse documentato per inserire già nella prima edizione del saggio Genio e follia (1872) Ludovico Ariosto fra «i grandi geni un po’ matti», scoprendo ciò che aveva attratto il medico: la notizia (oggi si definirebbe “bufala”, Virginio Ariosto la definì “baja”) riportata da Johann Burkhard Mencke in De Charlataneria eruditorum, opera del primo Settecento, in cui si dava per attendibile l’aneddoto sul poeta che nel 1532 fu visto correre come un pazzo per le vie di Mantova dopo aver ottenuto da Carlo V la corona d’alloro.

Lombroso certamente aveva una personalità bipolare, e tendeva per mezzo di forti sollecitazioni psichiche a estendere la sua brama di sapere fin oltre i limiti. Tuttavia era in grado anche di ritornare in breve a una posizione di equilibrio.

Oggi molte sue teorie sarebbero considerate razziste. Ma questo razzismo era il frutto di un atteggiamento e di una propensione mentale comuni nell’Europa della seconda metà del XIX secolo. La scienza positivista e la sua conseguente cultura avevano elementi razzisti (cfr. lo stesso Darwin e la sua visione delle popolazioni indigene del Sud America); mentre il concetto di razze umane e la loro classificazione erano allora considerati un assioma. Quindi questo lato delle teorie lombrosiane va opportunamente contestualizzato.

Foto d’epoca di briganti calabresi

Al contrario, Lombroso, giovane chirurgo militare di stanza in Calabria nell’esercito unitario inviato a estirpare il brigantaggio, stese una relazione (Dell’igiene nelle Calabrie. Lettera del dottor C. Lombroso al professor P. Mantegazza, 1862) degna di quelle ben più famose e coeve di Franchetti-Sonnino sul Mezzogiorno. Vi denunciava le pessime condizioni igieniche e sociali in cui erano costretti «quei nostri poveri fratelli». Auspicava, perciò, il meticoloso e rapido intervento dello stato, con l’invio di quello che oggi definiremmo un commissario straordinario alla Sanità!

Durante la sua dirigenza di vari manicomi della Penisola non mancò di proporre innovazioni che precorrono i trattamenti del malato psichico messi in atto da Franco Basaglia. Umanizzò, infatti, le condizioni dei ricoverati e propose perfino la stampa di un giornale in cui potessero dar sfogo «ai loro migliori squarci artistici e letterari».  Infine, negli ultimi anni dell’Ottocento, aderì con convinzione alle idee socialiste. Il suo salotto torinese era spesso frequentato, ad esempio, da Anna Kuliscioff.

Dunque questa mente picaresca, a volte attraversata da un iridescente granello di follia, non poteva non attrarsi con quella di Dossi.

Alberto Carlo Pisani Dossi (1849-1910) è il vero nome indicato nei registri parrocchiali di Zenevredo (Pv), dove nacque. Fin da giovane insofferente verso la cappa di perbenismo e di conformismo che imperava nell’Italia postrisorgimentale e umbertina, visse con tormento la sua predisposizione alla scrittura e la sua aspirazione a un ruolo di prestigio nella società. Questa condizione produceva in lui una sorta di disseminazione dell’Io. Egli creò perciò tante figure di sé, un mimetismo pervaso da una incontentabilità che lo logorò nel fisico e nello spirito. Dunque una personalità polimorfica e mimetica, degna dei personaggi pirandelliani, e forse perfino anticipatrice di Italo Svevo nel ritenere la malattia la più vera condizione dell’uomo.

Il saggio di Grignani-Mazzarello dedica un’ampia parte agli anni di formazione dello scrittore, e si applica a rappresentare quella che si potrebbe definire la mutagenesi della sua mente. Questo termine della biologia genetica riesce forse a esprimere l’insieme dei complessi processi biografici e culturali che plasmarono la personalità di Dossi.

Lo scopriamo studente scapigliato irridente dell’ambiente universitario pavese dove svolse i suoi studi. Poi scrittore esordiente capace di debuttare precocemente nell’agone letterario con un libro L’Altrieri. Nero su bianco (1868) che intreccia la nostalgia per il mondo della sua infanzia e la novità per la narrativa italiana del pastiche linguistico.
Infine, nel 1870 compose una autobiografia: Vita di Carlo Dossi scritta da Alberto Pisani, che rivela con audacia intellettuale la complessità di una personalità multipla. Fino a giungere, nel romanzo utopico La colonia felice (1874), a rinverdire le tesi illuministiche di un Cesare Beccaria, prospettando un pieno riscatto umano e sociale di un gruppo di delinquenti segregato in un’isola deserta.

A questo punto si è giunti alle soglie del rapporto fra i due. Infatti la Parte seconda del saggio è tutta incentrata sui loro rapporti e la loro collaborazione ventennale. Da lì nasce una storia che evolve, con registri singolari e perfino spassosi, fino al sorprendente esito finale che lasciamo scoprire al lettore. Sintetizzo il percorso con un’espressione lombrosiana: Carlo Dossi percorse tutti i gradini della scala filogenetica relazionale. Inizialmente si manifestò ammiratore, soggiogato dalle teorie del medico criminologo. Poi ne fu il mediatore culturale, soprattutto negli ambienti della Capitale. A un certo punto (si veda la scrittura senza veli di Autodiagnosi quotidiana) ne divenne il paziente. Infine (e ne sono brillante testimonianza i libri Dal calamajo di un medico e I mattoidi) vestì a sua volta i panni dell’alienista. Cito, a questo proposito, il primo paragrafo della Premessa a quest’ultimo libro, dato alle stampe nel 1883, come esempio della sapida e balenante prosa di Carlo Dossi: «Non Voi – amico Lombroso – ma molti di quelli egregi signori che scrivon giornali, cioè libri che hanno la vita di un giorno, e parecchi di quelli, non meno egregi, che scrivono libri senza affatto vita perché senza lettori; soffèrmandosi al titolo del presente studio, lo incolperanno d’inattualità, e però, senza lèggerlo manco, lo porranno tra i letti ossìa tra i dimenticati […] Un anno e mezzo aspèttai che qualcuno, per dir così, del mestiere, compiesse il lavoro che io ho qui, solo da orecchiante, adombrato. Ma aspettài inutilmente».

L’Epilogo delinea malinconicamente gli ultimi tratti di questo percorso comune. Nell’ultima delle Note azzurre, sorta di affascinante zibaldone dossiano, ecco le parole dello scrittore: «Solo mi resta quel tanto di ingegno per accorgermi che non ne ho più». Lombroso, da parte sua, nel nuovo secolo che stava velocemente accantonando il positivismo a favore di un rinato spiritualismo e irrazionalismo, si fece attrarre, a conferma di un atteggiamento di ricerca mai soddisfatto, dallo spiritismo e dall’ipnotismo.

A conclusione, vorrei proporre un suggerimento al mondo della scuola. Nei manuali di storia, dove lo spazio più ampio è assegnato a battaglie, trattati, matrimoni reali, successioni al potere, raramente si trovano riferimenti pertinenti e dettagliati ai fattori sanitari e medici, che sono invece stati spesso determinanti.  Molti fatti della storia sono stati influenzati dalle malattie – per esempio dal vaiolo, che sconvolse le successioni dinastiche – o ancora di più dalle epidemie, che hanno ferocemente distrutto intere comunità lasciando ad altre un vantaggio selettivo nel gioco della vita. Forse sarebbe possibile riscrivere, in parte, la storia universale dal punto di vista delle dinamiche sanitarie, che in maniera sconvolgente stanno influendo sulle nostre comunità, anche scolastiche. La storia della medicina potrebbe costituire un efficace strumento di educazione sanitaria, collegabile con quella civica, e sollecitare un imperativo educativo della cui importanza ci stiamo tutti rendendo conto quotidianamente in questo drammatico periodo della storia umana.

Gennaro Rega

È stato docente di Lettere nei Licei. Ora è impegnato in alcune istituzioni culturali del territorio milanese, tra le quali le biblioteche di Pioltello e di Cernusco S/N e l’ACTEL di Segrate.

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