La fenomenologia e le verità a priori

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Non ci sono verità, tutto è relativo. Ecco, in soldoni, la tesi che abbiamo incontrato tante volte, che molti sarebbero pronti a sottoscrivere. Il dibattito sul relativismo, che si è incrociato con quello sul realismo, ha a che fare con muri e porte “là fuori” che non dipendono dalla coscienza e che pongono limiti all’interpretazione. Si dovrà infatti riconoscere che nessuna interpretazione mi consentirà di attraversare un muro e, del resto, se ci provo, finirò col farmi male: mi scontrerò con lo “zoccolo duro dell’essere”, come ammonisce enfaticamente Umberto Eco. Se è abbastanza semplice mostrare che sul piano dell’agire pratico non si può essere relativisti, la sfida più difficile si gioca invece a livello concettuale: ci sono verità certe? Ci sono asserti necessariamente veri sui quali il relativismo non ha presa?

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A questi quesiti, che un relativista dovrebbe trovare indigesti e a cui dovrebbe rispondere con un secco “no”, i fenomenologi realisti danno risposta affermativa. Questi infatti ritengono che vi siano delle verità a priori. Il filosofo tedesco Adolf Reinach (1883-1917), ad esempio, riteneva di averne trovate alcune e celebre, almeno tra gli addetti ai lavori, è la sua discussione della promessa ne I fondamenti a priori del diritto civile. Egli infatti, occupandosi di filosofia del diritto, sosteneva che è a priori vero che ogni promessa fa sorgere obblighi e pretese. Se Reinach ha ragione, insomma, non si può dire tutto e il contrario di tutto: vi sono degli asserti la cui negazione è necessariamente un enunciato falso. Perciò, ad esempio, necessariamente la promessa pone in essere obblighi e pretese e non si può dire il contrario, salva veritate. Di tali verità ve ne sono parecchie, sostengono tali autori. Eccone alcune: una pretesa si estingue tramite l’adempimento; la proprietà viene trasmessa da una persona all’altra attraverso il trasferimento; se una persona ha compiuto intenzionalmente qualcosa di sbagliato, merita una punizione maggiore che se non ne avesse avuto l’intenzione. Se poi si vuole passare al latino, eccoci accontentati: nulla poena sine culpa; nulla poena sine crimine; nullum crimen sine lege e nemo punitur pro alieno delicto. Come si vede, gli esempi dal diritto civile si estendono a quello penale. Se poi si vuole cambiare aria, ci si può spostare all’etica: la responsabilità presuppone la libertà; per l’ontologia (e l’assiologia): l’esistenza di un bene è migliore dell’esistenza di un male.

Si tratta di asserti che non possono essere negati, salva veritate, inoltre non sono frutto di convenzione, non sono il frutto di una costruzione, non sono l’esito di osservazioni empiriche. Quattro cose che non potrebbero stare tutte insieme, secondo la maggior parte delle scuole di pensiero oggi in circolazione. Si tratta, in effetti, di verità molto “rarefatte”, che non hanno a che fare con le urgenze dal quotidiano, restando sullo sfondo di ciò con cui si ha effettivamente a che fare e però sono comunque pieni di contenuto. Esse impongono l’uscita almeno dalle forme di relativismo più grossolane e si pongono proprio sul piano concettuale. Dopo tutto, non è poco.

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Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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