Intersezioni

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Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so che già sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d’un lampione e i piedi penzolanti d’un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesavano il percorso del corteo nuziale della regina; l’altezza di quella ringhiera e il salto dell’adultero che la scavalca all’alba; l’inclinazione d’una grondaia e l’incedervi d’un gatto che s’infila nella stessa finestra; la linea di tiro della cannoniera apparsa all’improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell’usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce lì sul molo. Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, virgole. (I. Calvino, “Le città invisibili”)

A queste parole di Calvino e alla felice intuizione di Zaira pensavo, giorni fa, visitando lo spazio espositivo Pirelli Hangar Bicocca e la bella mostra dell’artista polacco Miroslaw Balka, intitolata Crossover/s (fino al 30 luglio prossimo). Vorrei spendere qualche parola al riguardo perché altri siano tentati dalla visita e perché quanto ho visto e sperimentato ha intercettato alcuni dei temi su cui, in vario modo, mi è capitato di ritornare su queste “pagine virtuali”.

Il progetto di riqualificazione Pirelli Hangar Bicocca è un eccellente esempio di reinterpretazione di un’area industriale dismessa (già Breda Elettromeccanica e Locomotive, dagli anni Ottanta Gruppo Ansaldo) acquisita nel 2004 da Pirelli RE che ne ha promosso la trasformazione in spazio espositivo per l’arte contemporanea. Negli edifici in cui si producevano e si assemblavano componenti per locomotive e macchine agricole, in un’area complessiva di circa 15.000 mq, oggi troviamo una mostra permanente e alcune personali di artisti italiani e stranieri viventi, le cui opere, spesso appositamente realizzate, instaurano un inedito dialogo con l’ambiente che ancora testimonia il suo passato produttivo.

Le sette torri di Kiefer
La mostra permanente di Anselm Kiefer, I Sette Palazzi Celesti 2004-2015, è uno scenografico allestimento posto all’interno dell’edificio delle Navate, monumentale fabbricato realizzato tra il 1963 e il 1965.

La fonte di ispirazione è il trattato ebraico Sefer Hechalot, Il libro dei Palazzi/Santuari, che narra il simbolico cammino di iniziazione spirituale di colui che aspira ad avvicinarsi a Dio. Le sette torri in cemento armato e piombo (90 tonnellate ciascuna, con altezze variabili tra i 14 e i 18 metri), reinterpretano tutte le grandi costruzioni del passato (a partire dalle piramidi egizie e dalle ziggurat assiro-babilonesi) come tentativo di accedere al divino inesorabilmente destinato ad essere sconfitto: il fascino sta proprio in questa dialettica tra desiderio di eternità e inesorabile esperienza del limite di ogni opera umana.

L’esperienza della visita toglie il fiato: il luogo che sul piano simbolico fu tempio di Prometeo, potenzia il significato dell’opera di Kiefer, che offre al visitatore l’immagine della dissoluzione (forse emblema delle rovine dell’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale); tuttavia la malinconica contemplazione non cancella la tensione verso l’assoluto e non suona come una sconfitta definitiva: anzi l’ipotesi di un futuro ancora possibile riverbera anche dalle grandi tele dipinte tra il 2009 e il 2013 e oggi poste a completamento dell’opera.

Crossover/s
Nello spazio delle Navate parallelo a quello che ospita Kiefer, per l’occasione completamente oscurato, è oggi allestito un percorso immersivo tra le opere dell’artista polacco Miroslaw Balka. Il titolo, Crossover/s, rimanda al simbolo cristiano, ma anche alle intersezioni tra passato e presente, tra soggettività individuali e identità collettiva. Sculture, illustrazioni e video si palesano quasi a tradimento dal buio: la vista, limitata dall’oscurità, tiene il visitatore in costante stato di allerta e lo costringe ad affidarsi anche al tatto, all’olfatto e all’udito, per esplorare un ambiente misterioso e onirico, sfruttato in tutte le sue straordinarie dimensioni – pavimento, pareti, soffitto.

Tra i temi di fondo (che la visita guidata da uno dei giovani mediatori culturali di Hangar Bicocca vi aiuterà a cogliere meglio), il corpo come espressione del vissuto individuale che concorre alla definizione di una memoria collettiva. L’intuizione è ben rappresentata dall’enorme tappeto formato da 178 zerbini riscattati da uno dei quartieri più poveri di Varsavia, in cambio di zerbini nuovi. Lo zerbino è lo spazio della soglia, il confine tra dentro e fuori, ma anche ciò che testimonia in assenza, per il suo essere logoro e calpestato, l’impronta di un’antica presenza umana.
Lo si osserva con il medesimo turbamento che si prova davanti alla sottile, profumatissima colonna composta da oltre 300 saponette usate, anch’esse recuperate a Varsavia; il profumo riporta all’infanzia. ma è un conforto bugiardo che subito svela la disturbante sensazione di un’intimità (letteralmente epidermica) consumata, ma anche interrotta. La luce che illumina la colonna disegna per terra una croce, simbolo del sacrificio innocente che ritorna in molte altre istallazioni e che richiama il grande rimosso del paese d’origine di Balka: la Polonia ha visto nascere e prosperare le fabbriche della morte, e che, come molte parti di questa nostra fragile Europa, oggi dimentica e si lascia sedurre da derive intolleranti e xenofobe.

La Shoah è più che un’ombra e ritorna in molte opere dell’artista. Una delle prime, MapI, è uno schermo orizzontale (struttura metallica coperta di sale, simbolo della purezza), sul quale è proiettato un breve frammento video girato da Balka con una microcamera. Come un loop ai piedi del visitatore la ripresa sgranata esplora la pianta del campo di Lublin, ma l’occhio non identifica immediatamente l’immagine come una mappa: alla mente ritornano piuttosto il razionalismo di Mondrian, o il costruttivismo Russo. Tuttavia, a dispetto della razionalità del disegno, il movimento impreciso della ripresa è l’esatta negazione di ogni possibile fiducia nell’ordine e nel progresso, perché i rettangoli rossi e neri corrispondono ai luoghi deputati alle esecuzioni di massa. È evidente la critica ai regimi totalitari che si sono appropriati di forme visive astratte per veicolare messaggi ideologici portatori di morte.

L’artista paragona la videocamera compatta, che ha iniziato ad impiegare dalla fine degli anni Novanta, a un’aspirapolvere: «Scelgo un posto da aspirare e poi raccolgo lo sporco e gli oggetti disseminati tutt’intorno, scarti che non hanno un significato particolare, Poi me ne torno a casa e rovescio il contenuto del sacco dell’aspirapolvere su un grande tavolo. Passo tutto al setaccio e faccio una selezione. Quindi organizzo i frammenti che ho trovato in modo che non passino inosservati».
La persistenza di questi relitti del passato ha un senso che possiamo esperire al cospetto della monumentale vasca metallica nella quale piove un getto continuo di acqua tinta di nero, intitolata Percorsi per il trattamento del dolore. Sappiamo che in molte culture l’acqua è connessa alla guarigione, ma l’acqua che scorre dalla fontana, che sovrasta il visitatore per l’enorme mole, è sporca e malsana, quasi a tradurre un dolore che viene dal passato e che può essere esorcizzato soltanto dalla sua messa in evidenza per mezzo della rappresentazione artistica – come a dire che i fantasmi di ieri a cui non si guarda più sono la porta dei crimini di oggi e il rischio è un presente che non sa o non vuole ricordare.
Questa è l’intuizione che, a sorpresa, vi ferirà nel corridoio rosso, in titolato The Right Path, del quale non anticipo nulla per non influenzare l’esperienza con la mia interpretazione.

Memoria viva: se gli edifici del passato cantano
Le Navate dell’Hangar Bicocca, lo spazio che oggi accoglie le opere di Kiefer e di Balka, sono uno spazio fortemente connotato, e ciò non può che amplificare e caricare di ulteriore significato la visita. Si sperimenta qualcosa di simile visitando a Londra la Tate Modern Gallery, fino al 1981 centrale elettrica (la Bankside Power Station), e oggi straordinario esempio di riuso culturale a servizio dell’arte contemporanea. Rubando la definizione di Paul Valéry, nel dialogo dedicato al famoso architetto Eupalinos, diremo che entrambi gli edifici sono “monumenti che cantano”, attraverso i quali il passato continua a risuonare, consentendo alla memoria storica di instaurare nuove relazioni con il presente e rinascere, sotto la spinta di nuove narrazioni che traducono significati collettivi inediti, sempre più ricchi, polifonici e complessi.

Consiglio la visita e mi riprometto io stessa di tornare a ogni nuova mostra, perché mi pare che la scelta di Pirelli Hangar Bicocca vada proprio nella direzione di tenere viva la memoria come relazione tra le generazioni, un compito molto importante perché ci ricorda che l’educazione su cui si fonda il senso di una comunità è sempre bidirezionale.

Il passato che non muore è quello che si lascia vivificare dal presente, anche accettando la componente del tradimento con cui il nuovo si innesta nel vecchio. Mi pare che questa sia una lezione utile in molti ambiti che interessano il nostro mestiere di educatori, perché in molti ambiti vale il richiamo a guardarsi dalle opposte derive della rinuncia a tutte le nostre radici culturali e della santificazione delle stesse, che trasforma ogni lascito nella sterile e grottesca parodia di ciò che è stato.
Proprio quello che la Zaira di Calvino non è.

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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