Imparare a discutere

Adelino Cattani insegna teoria dell’argomentazione all’Università di Padova ed è in Italia uno dei maggiori studiosi di retorica e teoria dell’argomentazione. Tra le sue più importanti realizzazioni, ha dato vita alla “Palestra di botta e risposta” e guida i dibattiti “Age contra” delle Romanae Disputationes. Cattani ha al suo attivo decine di pubblicazioni dedicate al dibattito e all’argomentazione. Di recente è uscito il suo “Avere ragione. Piccolo manuale di retorica dialogica” (Dino Audino, Roma 2019).

Si tratta di un testo agile e pieno di arguzia, così che la lettura è piacevole. Inoltre, quello di Cattani è un libro utile da tenere in biblioteca per quando serve fare una ricerca sulle fallacie o si vuole riandare alle analisi di argomenti svolte nel testo. Tra i suoi meriti, il fatto che il libro muove ad altre letture, dato che i numerosi “Per saperne di più” propongono rimandi spesso presentati nel testo in maniera accattivante, al punto che viene voglia di farsi una piccola biblioteca.

Nel complesso, quello di Cattani è un libro che, per coloro che si dedicano al dibattito e insegnano ad argomentare, costituisce un must. Esso infattidiscute le ragioni pedagogiche delle pratiche didattiche finalizzate al dibattito, mette a disposizione del lettore una tassonomia delle fallacie che risulta di rapida consultazione e offre degli spunti interessanti.

Una ragione forte, a mio parere, per prendere sul serio la formazione al dibattito, qualsiasi sia poi il protocollo che si decida di seguire, la offre Cattani quando osserva che siamo sempre più consumatori di informazioni (p. 80), così che imparare a vagliarle con cura, a non farsi ingannare dai sofisti del nostro tempo, in un’epoca di fake news ricorrenti e di ragionamenti fallaciè una risorsa preziosa.

Tra gli altri meriti del testo, il fatto che esso forma all’attenzione per un dire che non sia tanto uno schierarsi, ma un giustificare le proprie idee e, ancora prima, esplorare le ragioni dell’altro. Cattani, infatti – in questo testo e in altri –, ama ricordare il detto di John Stuart Mill «Se non ci fosse un’opinione contraria bisognerebbe inventarla» (p. 33).

La formazione al dibattito costituisce una forma educativa di prima qualità, perché è facile prendere posizione, ma è difficile convivere se non la si sa comunicare in uno stile adeguato. Cattani non è un “buonista” a oltranza, non è prono al facile irenismo di comodo, rinunciatario e passivo. Egli non solo non disconosce, ma anzi apprezza il valore del polemos, del conflitto, nel dire. Giunge persino, sfidando il politically correct, ad ammettere il fascino dell’insulto colto:

“Colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà”, dice aforisticamente Freud (nel suo Meccanismo psichico dei fenomeni isterici). E colui che per la prima volta ha lanciato all’avversario un insulto colto e ludico invece che una parola ingiuriosa ha contribuito al progresso della convivenza civile (p. 55).

Qui, a dire il vero, non sono del tutto d’accordo con Cattani, perché se l’avversario è di spirito può apprezzare l’arguzia e riderne, tanto da stemperare la contesa; di solito, però, l’ingiuria, anche se raffinata, semplicemente ferisce, e il vulnus genera sofferenza e probabilmente altre violenze, che si spera restino solo verbali. Di regola, la violenza genera violenza, e quella verbale lascia ferite che a volte non si rimarginano più.

Cattani, naturalmente, svolge queste considerazioni al di fuori dei discorsi relativi alla formazione al dibattere, che richiedono rispetto, cortesia e correttezza. Al riguardo egli evoca più volte il judo e l’aikido verbali, che sono pratiche discorsive in cui la conflittualità dialettica è ammorbidita e svolta in modo da non ferire l’interlocutore, da non lasciare in lui cicatrici. Si tratta pur sempre di forme di confronto dialettico, per cui sono finalizzate a portare l’altro dove si vuole, ma lo si fa con gentilezza, in un procedere armonioso teso a non ferire ma, semplicemente, a controllare.

Il libro, nella parte finale, discute due film, La parola ai giurati di Sidney Lumet (1957) e Thank You for Smoking di Jason Reitman (2005), mostrando l’importanza del dire per l’impatto che ha sulla vita delle persone. La discussione dei due film mostra come la parola può fare la differenza fra la vita e la morte, come le pratiche dialogiche di confronto sono il cardine del convivere, come la parola al di fuori della verità possa essere un’arma potente e negativa.

L’ultimo capitolo del libro, prima dell’appendice dedicata alle fallacie, presenta una discussione della sentenza della Corte Europea sul crocefisso nelle scuole ed è interessante di per sé, ma anche, nel contesto di una riflessione sul dibattito. Esso infatti mostra in maniera lucida, specie nel dibattito pubblico, come si possa enunciare una posizione assertivamente, come si possa argomentare accettando in parte, minimizzando, offrendo ragioni e prove, come si possa rifiutare puntando ai fatti, oppure ai principi, ricorrendo ad espedienti retorici quali sono le analogie, oppure a mosse strategiche scorrette, per esempio attaccando personalmente l’avversario. Anche lo humor è una risorsa da prendere in considerazione, in un confronto dialettico.

Se dunque non ci fosse un libro così, bisognerebbe scriverlo, ma per fortuna Cattani ci ha già pensato.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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