Il surf come metafora
 della salute 
mentale

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Due rapporti dell’UNICEF (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia) sul benessere psicologico di bambini e adolescenti segnalano che la crisi pandemica ancora in corso ha avuto un impatto rilevante sulle persone più giovani. L’articolo di apertura del numero 23 de La ricerca, “Mal di scuola”.
Le scuole più belle d’Italia. Il progetto, curato da Guendalina Salimei, della scuola primaria e dell’infanzia Mazzacurati, nel quartiere Corviale di Roma (rendering a cura del Tstudio Architecture and Design).

La pandemia di COVID-19 si è abbattuta sull’intera umanità all’improvviso, come un’onda anomala che ci ha travolto e di cui ancora non vediamo la fine. In questo scenario inedito ogni persona ha reagito in maniera unica, tracciando un proprio percorso all’interno della crisi globale. Gli effetti della pandemia hanno toccato la vita di tutti, a prescindere dall’età, ma studi recenti indicano che i giovani hanno sofferto di più, a livello di disagio psicologico. Anche se questo gruppo è quello che corre il rischio minore dal punto di vista sanitario, le vite di chi è in età scolare sono state sconvolte dalla chiusura delle scuole, dalle misure governative che hanno confinato intere famiglie e comunità nelle proprie case per mesi e, in alcuni casi, dal confronto diretto con la malattia, propria o dei propri cari. In pratica, anche se la raccolta dati è solo all’inizio, molti segnali sembrano indicare che siamo di fronte a una potenziale pandemia all’interno della pandemia.

La situazione a livello globale

Per una prima visione panoramica sulla situazione ci viene in aiuto il rapporto UNICEF La condizione dell’infanzia nel mondo 2021 – Nella mia mente: tutelare la salute mentale, che analizza lo stato di salute mentale in bambini, adolescenti e in chi se ne prende cura. Dall’indagine emerge che anche prima del COVID-19 le persone più giovani soffrivano di varie forme di disagio psichico senza che ci fossero investimenti significativi per affrontarle. Infatti si legge che, a livello globale, i finanziamenti destinati alla salute mentale corrispondono a circa il 2% dei fondi governativi stanziati per la salute.

Ma il dato più allarmante contenuto nel rapporto è che quasi 46.000 adolescenti si tolgono la vita ogni anno: più di uno ogni 11 minuti. Il che fa del suicidio una tra le prime cinque cause di morte per questa fascia d’età, e nell’Europa Occidentale fra gli adolescenti dai 15 ai 19 anni è la seconda (con 4 casi su 100.000), preceduta solo dagli incidenti stradali (5 casi su 100.000). Inoltre, a livello globale più di 1 adolescente su 7 (tra i 10 e i 19 anni) convive con un disturbo mentale diagnosticato, tra questi 89 milioni sono ragazzi e 77 milioni sono ragazze. La depressione e l’ansia rappresentano circa il 40% delle diagnosi; osservando le macro-aree geografiche, le percentuali più alte di casi si trovano in Europa Occidentale, Nord America, Medio Oriente e Nord Africa.

Eppure, come ha dichiarato l’ex direttrice generale dell’UNICEF Henrietta H. Fore, «La salute mentale è una parte della salute fisica – non possiamo permetterci di continuare a vederla in altro modo. Per troppo tempo, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, abbiamo visto troppo poca comprensione e troppo pochi investimenti in un aspetto essenziale per massimizzare il potenziale di ogni bambino. Tutto questo deve cambiare». Altrimenti, secondo questa analisi, bambini e adolescenti potrebbero sentire l’impatto della crisi pandemica di COVID-19 sul loro benessere per molti anni a venire.

Uno sguardo all’Italia

Ma se questa è la situazione fotografata da ricerche condotte su scala globale, che cosa succede invece nel nostro Paese? Per provare a rispondere si può leggere un altro report pubblicato a ottobre 2021 e intitolato Vite a colori – Esperienze, percezioni e opinioni di bambinə e ragazzə1 sulla pandemia di COVID-19 in Italia (di Francesca Viola, Maria Rosaria Centrone, Gwyther Rees) che fa parte di un progetto internazionale avviato a marzo 2020 e coordinato dal Centro di Ricerca UNICEF Innocenti, UNICEF Office of Research – Firenze. In seguito alla crisi pandemica è stata condotta una serie di studi per valutarne l’impatto su bambinə e ragazzə di tutto il mondo; al progetto hanno collaborato vari uffici nazionali e regionali dell’UNICEF e una rete di ricercatori ed esperti esterni provenienti da università e istituti di ricerca dislocati in diversi continenti (come Italia, Canada, Angola, Lesotho e Madagascar).

Il report italiano mette in luce le difficoltà e le sfide che le persone più giovani hanno affrontato durante la pandemia, le loro riflessioni su ciò che hanno imparato e su come sono cresciute grazie alle esperienze vissute, oltre alle loro speranze e paure per il futuro. I dati sono stati raccolti online tra febbraio e giugno 2021 attraverso focus group, interviste singole e contributi inviati via email. Il progetto ha coinvolto un totale di 114 partecipanti tra i 10 e i 19 anni, frequentanti le scuole superiori del primo e del secondo ciclo di 16 regioni italiane. Le loro storie mostrano uno spaccato di cosa significhi essere adolescenti nel nostro Paese in questo particolare periodo storico.

Nel report salta subito agli occhi una scelta molto azzeccata: per raccontare la complessità di queste storie viene usata una metafora insolita ma efficace, quella del surf. Ecco dunque ə adolescenti intervistatə descrittə come surfistə debuttanti che devono imparare ad affrontare le prime onde e si trovano a farlo proprio durante la pandemia di COVID-19, paragonata a un maremoto. Nelle pagine del documento si parla anche di onde anomale, tavole da surf, tecniche per rimanere in piedi e varietà di surfing spot. Perché, come scrive Murakami Haruki nel romanzo Kafka sulla spiaggia: «Il surf è uno sport molto più profondo di quanto non possa sembrare. Noi attraverso il surf impariamo a non entrare mai in conflitto con la natura. Per quanto possa essere infuriata»2.

L’esterno della scuola Mazzacurati nel quartiere Corviale di Roma (foto studio Architecture and Design).

Passato, presente e futuro

Tra ə giovani che hanno partecipato alla ricerca italiana sembra esserci molta consapevolezza delle loro responsabilità nei confronti degli altri. Nonostante il COVID-19 e le misure governative per contenerlo abbiano sconvolto le loro vite, sono preoccupatə per ə parenti più anzianə e si sono volontariamente sacrificatə per proteggerli, seguendo le regole e adattandosi a una quotidianità instabile. La pandemia ha infatti costretto ə partecipanti a interrompere molte delle loro attività e abitudini, provocando stress e frustrazione. Tuttavia, questa nuova situazione ha dato loro l’opportunità di scoprire nuovi interessi e competenze, non senza alcune difficoltà. Soprattutto durante il primo lockdown, bambinə e ragazzə dicono di aver avuto tempo per dedicarsi ad attività che altrimenti non avrebbero mai iniziato. Raccontano della scoperta di nuove passioni, riportano anche storie positive di adattamento e creazione di “nuove normalità”. Fra tutte le novità, quella che più spesso viene citata è la didattica a distanza (DAD), su cui i pareri espressi non sono concordi.

Oltre ai cambiamenti delle attività quotidiane e dei propri spazi sociali, dalla ricerca emerge anche un altro tipo di cambiamento che moltə bambinə e ragazzə riconoscono: un cambiamento interiore. L’analisi dei dati mostra infatti la crescita di chi ha partecipato alla ricerca, anche grazie alle difficoltà affrontate in pandemia. Tra le righe si intuisce una certa consapevolezza, una maggior coscienza di sé e, anche se spesso avevano la sensazione di essere fragili e “piccolə”, la scoperta di importanti risorse interiori. Forse la pandemia ha dato loro più tempo per pensare e per pensarsi, o per capire quali sono le cose che per loro contano davvero.

Il report però non mostra solo la situazione dei mesi passati, ma racconta anche di prospettive future, cercando di capire cosa ə partecipanti prevedono, temono, sperano per i prossimi anni. Dalle loro parole si evince incertezza nei confronti del futuro più prossimo e, spesso, un ritorno alla “normalità” sembra essere l’unico modo per immaginarlo. Chi ha preso parte alla ricerca però sa anche che la pandemia potrebbe durare ancora a lungo e le ulteriori varianti del virus fanno paura. Hanno poi grandi sogni per il loro futuro lontano, da persone adulte, ma sentono che sarà caratterizzato da grandi sfide, soprattutto dovute alla crisi economica e a quella ambientale. C’è però la speranza, anzi, la certezza che tutto si possa affrontare, trovando unità e mettendo da parte il proprio individualismo per un maggior benessere collettivo.

Focus su alcuni gruppi specifici

In generale, il gruppo di partecipanti si è detto preoccupato per la propria salute mentale e capacità relazionale, soprattutto per le conseguenze della pandemia di COVID-19. Tuttavia, al di là della crisi pandemica, ə intervistatə sembrano un gruppo che considera un valore aggiunto la varietà, etnica e di genere, che lo contraddistingue. Infatti, grazie al confronto diretto con loro, il report italiano dedica ampio spazio a focus interessanti su alcuni sottogruppi specifici: chi si identifica come LGBTQI+3 (circa il 10% delle persone intervistate), minori stranieri non accompagnati (MSNA) e adolescenti con un background socioeconomico svantaggiato.

La crisi pandemica rischia di amplificare le disuguaglianze già esistenti e di crearne di nuove. Soprattutto quando gli individui sono costretti a mescolarsi di meno con gli altri, e la tendenza a segregare aumenta: per esempio, MSNA che hanno passato più tempo tra loro limitando i contatti con persone al di fuori della propria comunità; ragazzə che si identificano come LGBTQI+ sono rimastə più a lungo nella loro bolla di amici dove si sentono capitə e rispettatə; chi ha un background socioeconomico svantaggiato ha trascorso più tempo in case piccole, spesso affollate per la mancanza di lavoro dei genitori e senza il sostegno che trovavano a scuola, nei luoghi pubblici o nei contesti associativi.

In particolare, per quanto riguarda il gruppo LGBTQI+, uno studio condotto su adolescenti transgender e queer mostra che questə giovani sono statə ad alto rischio di isolamento durante le fasi più critiche della pandemia e che ciò ha aumentato ansia, depressione, autolesionismo e pensieri suicidi4. Tuttavia, confrontando i dati relativi a questi sottogruppi di adolescenti con quelli di tutti gli altri intervistati, essə non apparivano più provatə o negativamente colpitə almeno dal punto di vista emotivo. Questo aspetto potrebbe sorprendere, ma non troppo se si pensa che questə bambinə e ragazzə hanno già dovuto affrontare delle grandi prove nella vita. In pratica hanno dovuto imparare a surfare molto presto, usando spesso una tavola di scarsa qualità, o comunque molto piccola per la loro giovane età, e hanno surfato a ridosso di coste pericolose con la costante consapevolezza di potersi fare male. Probabilmente, alcunə di loro si sono già feritə in passato: per esempio, c’è chi ha dovuto affrontare un lungo viaggio migratorio spesso in solitudine, chi un percorso interiore alla ricerca del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, e chi ha iniziato a lavorare molto presto per sostenere la famiglia abituandosi a vivere con poco. Insomma, con le loro esperienze pregresse hanno probabilmente acquisito buone capacità di reazione e adattamento, che sono tornate utili con l’arrivo della pandemia.

In qualche caso, durante questi mesi, hanno anche sviluppato una coscienza politica, come alcunə MSNA e adolescenti transgender, consapevoli dell’importanza di lottare per promuovere i propri diritti politici e civili. Per queste persone, infatti, la maggior parte dei problemi quotidiani non sono legati all’impatto della pandemia ma a criticità già esistenti nei sistemi burocratici e amministrativi che non consentono loro di vivere senza ansie, preoccupazioni e paure. Timori purtroppo fondati anche legati alla possibilità non remota di essere vittime di razzismo e omolesbobitransfobia: per loro la più grande speranza per il futuro è poter «essere quello che si è», come dice C. di 16 anni.

Le sfide della pandemia di COVID-19 rappresentano un ulteriore aggravio per chi già affronta ogni giorno altri ostacoli, come difficoltà economiche, attesa dei documenti, un percorso di ricerca interiore, un confronto quotidiano con episodi di intolleranza ecc. È come se queste persone imparassero a surfare in un ambiente ostile, roccioso, in mezzo a squali e tempeste; e in questo quadro già complicato è arrivato anche lo tsunami pandemico a rendere ancora più difficile cavalcare le onde. Come racconta A. di 15 anni: «Problemi come omofobia, transfobia, razzismo sono ancora molto presenti, serve un’ulteriore sensibilizzazione sulle tematiche sociali che sembra qualcosa di scontato e detto e ridetto però è un problema che ancora troppo persiste in Italia e che si aggiunge a tutta la situazione di pandemia».

Qualche consiglio da ragazzə

Queste sono solo alcune delle molte ricerche condotte (e altre ne arriveranno) per valutare l’impatto della pandemia di COVID-19 sulla vita deə più giovani, analizzando in particolare i potenziali rischi per la loro salute mentale e il loro benessere psicologico. Ma oltre all’importante lavoro di chi studia questi fenomeni, da documenti come Vite a colori arrivano anche suggerimenti dalle stesse persone intervistate. Per esempio, sono interessanti alcune risposte date durante i focus group, alla domanda su quali aree tematiche le istituzioni dovrebbero intervenire per sostenere il loro presente e la loro crescita. Ecco cosa suggerisce V. di 13 anni: «Una cosa che è stata messa a disposizione della nostra scuola e che mi ha fatto molto piacere, infatti ne ho usufruito, è il fatto di un sostegno psicologico, quindi degli psicologi all’interno delle scuole… è una cosa molto positiva, che andrebbe approvata in tutte le scuole d’Italia.»

Parole come queste, che vengono dalla viva voce di chi studia nella scuola italiana, non dovrebbero restare inascoltate. Perché, come dice anche il medico Jon Kabat-Zinn in uno dei suoi libri sulla mindfulness, «Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare»5.


NOTE

  1. Nel report il gruppo di ricerca ha scelto di usare quasi sempre lo schwa (ə) perché le persone intervistate mettevano in discussione una categorizzazione rigida e binaria dell’identità di genere. Questa scelta riflette la sensibilità nei confronti delle tematiche di genere espressa da chi ha partecipato allo studio, l’approccio stilistico è stato approvato durante un laboratorio di validazione dei risultati; e da qui in avanti lo useremo anche noi.
  2. Trad. it. di G. Amitrano, Einaudi, Torino 2008.
  3. Adolescenti che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali, transessuali/transgenere, queer/questioning, intersex: questi aggettivi sono stati scritti da chi ha partecipato alla ricerca completando anonimamente la frase «Il COVID mi fa sentire…» con tre aggettivi o locuzioni.
  4. Paceley, M. S., Okrey-Anderson, S., Fish, J. N., McInroy, L., & e Lin, M. (2021), Beyond a shared experience: Queer and trans youth navigating COVID-19, in «Qualitative Social Work» 20(1-2), pp. 97-104.
  5. Dovunque tu vada, ci sei già, trad. it. di G. Arduin, Corbaccio, Milano 2017.
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Sara Urbani

Laureata in scienze naturali con un master in comunicazione della scienza, lavora per la casa editrice Zanichelli. Scrive anche per Odòs – libreria editrice e per i magazine online La Falla e East Journal.

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