Il libro veramente digitale

Cosa serve per rendere veramente digitale un testo? Sia il libro sia la rete, l’uno immerso nella vertiginosa sconfinatezza dell’altra. Il primo (non necessariamente di carta) inteso come contenitore di informazioni ordinate sequenzialmente, più o meno rigido; la seconda elastica, potenzialmente illimitata, scomponibile e ricomponibile a piacimento.

Quando si parla di ebook, si sente spesso ripetere una frase su cui tutti sembrano concordi: non basta un pdf per fare un libro digitale. Ma è sempre utile diffidare da quelle verità che non necessitano, per essere credute, di alcuna dimostrazione. Così mi domando: che cosa serve allora per fare un libro veramente digitale?

Vortice_libri

 

Per fortuna a rispondere ci ha pensato qualcun altro: non gli editori, ma i colossi dell’informatica. Apple, ad esempio, ha recentemente presentato al pubblico l’ultima versione della libreria digitale iBooks, sottolineandone l’utilità soprattutto per i manuali scolastici, ricchi di immagini e di apparati, e dunque difficili da digitalizzare, ma anche molto redditizi grazie alla diffusione dei tablet in classe. Durante la presentazione, le parole d’ordine del nuovo formato di ebook sono state essenzialmente tre: multimediale, interattivo, liquido.
Il primo termine è ormai noto a tutti e facile da spiegare: al testo si affiancano, anzi, si integrano, materiali audiovisivi. Fin qui, niente di nuovo: già il pdf avanzato permette il caricamento di video, audio e link. Si presume, semmai, che il libro veramente digitale non si limiti a contenere questi “nuovi” elementi, ma li faccia dialogare meglio tra loro e col testo.
Il secondo aggettivo presenta una serie di implicazioni meno evidenti. L’interattività è quella risorsa tecnologica che permette al lettore di interagire con il contenuto, attivandolo, arricchendolo, e soprattutto personalizzandolo. Si pensi non solo ai consueti esercizi interattivi, che possono essere eseguiti in digitale come sulla carta (con il modesto vantaggio aggiuntivo di fornire subito un feedback allo studente) ma anche alla possibilità di “navigare” il libro, di trasformare in link interni tutti i rinvii testuali, di trascinare elementi, mostrare o nascondere informazioni ecc. A dire il vero, alcuni nostalgici della carta hanno sostenuto (con qualche ragione) che l’interattività è propria della realtà fisica più ancora che del mondo digitale. Non esiste mezzo più “interattivo” della carta, che può essere sottolineata, piegata, tagliata, annotata con i gesti a noi più naturali, maldestramente imitati dalla tecnologia tattile (si pensi al pinch to zoom, il gesto delle due dita per zoomare).
Ancora più complesso è il concetto di “liquidità” del libro, la vera innovazione tecnologica dell’editoria digitale di questi anni. Come un liquido si conforma al contenitore, così il testo degli ebook si adatta al display dell’apparecchio che lo riproduce, impaginandosi diversamente a seconda della sua ampiezza e risoluzione. Esso non ha dunque un proprio font, né una dimensione, un colore, un contrasto o un corpo fissi. Sarà il lettore a poterlo personalizzare sulla base delle proprie esigenze (e dei limiti impostigli dalla macchina).
Ma attenzione: la variabilità grafica di un testo non è l’aspetto più “rivoluzionario” degli ebook di ultima generazione. Le conseguenze maggiori sono date dal venir meno della pagina come unità di misura fissa, per cui una stessa stringa di testo potrà trovarsi – per esempio – a p. x di un tablet e a p. y di un computer. A ben vedere, però, questo non costituisce solo un vantaggio, ma anche una complicazione. Quando a fruire di un contenuto digitale si è da soli, l’identificativo fisso di pagina non ha importanza e anzi si può apprezzare la maggiore duttilità del testo digitale. Quando però si è in gruppo e si svolge un’attività simultanea, può essere un ostacolo alla condivisione delle esperienze. Chi meglio degli insegnanti sa quanto è frequente (e comodo) dire agli alunni: «andate alla pagina tal dei tali»? In futuro ci potremmo trovare in condizioni non troppo diverse da quelle di una classe in cui i libri di testo sono tutti di edizioni differenti. Non è un caso che ciò avvenga più frequentemente nelle università che nelle scuole medie inferiori e superiori (mai alle elementari): laddove cioè lo studio è più individuale e solitario.
Certo, si presume che i libri digitali del futuro superino in parte questo problema con una diversa modalità di paragrafazione. Ma l’esito finale non potrà che essere una maggiore frammentarietà del testo, sempre meno “narrativo” e sempre più articolato in piccole unità giustapposte. Usando una similitudine grammaticale, diremmo: meno “ipotattico” e più “paratattico”.
Si può ancora immaginare che le tecnologie di condivisione “sociale” delle informazioni potranno offrire in futuro un modo nuovo per fornire ai compagni o agli alunni un identificativo di pagina, magari creando un link e inoltrandolo alla propria cerchia di contatti.
Anche questa ipotesi, tuttavia, finisce per mettere in discussione quanto detto all’inizio: il libro veramente digitale non è definibile solo come multimediale, interattivo e liquido, perché a questa terna di aggettivi bisognerebbe aggiungerne almeno altri due: discontinuo, sociale.
Estremizziamo dunque il ragionamento e proviamo a immaginare questo libro “dei sogni” (o “degli incubi”, per qualcuno): dovrà essere modificabile, aggiornabile in tempo reale, personalizzabile, socializzabile, ricco di materiali audiovisivi, navigabile attraverso motori di ricerca e link, variamente indicizzato e taggato… insomma, non sarà più un libro, ma un sito internet avanzato, anzi un’enciclopedia digitale.
Ma si può studiare su Wikipedia? La sconfinata quantità di informazioni della rete, tutte poste sullo stesso livello e non calate in una “struttura-libro” rigida e autoritaria (nel senso pieno della parola), non rischia a conti fatti di essere anti-didattica?
Molti penseranno che da questo avveniristico futuro sarà completamente escluso il libro come lo conosciamo oggi: rigido, in qualche modo “prescrittivo” (perché impone al lettore una certa gerarchia logica), discorsivo (che non vuol dire fatto solo o soprattutto di testo, ma tale da trasformare anche le immagini in “testo”, ovvero in “narrazione”), insomma: didattico. Niente di più sbagliato. Proprio le tecnologie digitali garantiranno anzi la sua sopravvivenza. Magari in una forma diversa, “liquida” appunto, e digitalizzata, ma basata sempre e fondamentalmente sulla sequenzialità “orizzontale” delle informazioni, che si contrapporrà (e affiancherà) alla “verticalità” della rete. La televisione non ha soppiantato il cinema, perché i due canali di trasmissione audiovisiva si sono rivelati col tempo del tutto differenti. Allo stesso modo, il cinema ha salvato dalla morte il teatro proprio quando ha incominciato a emanciparsene, abbandonando i suoi schemi rappresentativi e creandone di nuovi.
La più grande rivoluzione cognitiva imposta dall’informatica è data da una tecnologia a cui tutti noi siamo abituati e di cui spesso ignoriamo la portata: il link. Nel momento in cui, per raggiungere un collegamento, non bisogna più scorrere la distanza che lo separa dall’aggancio, ma cliccare su un tasto per essere catapultati altrove, il modo di organizzare le informazioni è radicalmente mutato. Sottolineo il modo e non il tempo di fruizione: della rapidità imposta dai mezzi di comunicazione moderni parlavano già i futuristi un secolo prima. A noi interessa piuttosto il fatto che nella rete le informazioni si dispongono – come suggerisce il termine – non in sequenza, ma a incastro, incrociandosi in quei punti di contatto che chiamiamo appunto link. Paradossalmente, in una ipotetica Wikipedia del futuro potremmo immaginare delle voci enciclopediche in cui ogni parola e ogni immagine siano il link verso qualcos’altro. Navigando tra i rinvii, il lettore si allontanerebbe sempre più dal suo oggetto di studio e finirebbe per perdersi, raccogliendo solo informazioni incomplete.
Per concludere, come potremmo rispondere a chi insistesse nel domandare cosa serve per rendere veramente digitale un testo? Direi: sia il libro sia la rete, l’uno immerso nella vertiginosa sconfinatezza dell’altra. Il primo (non necessariamente di carta) inteso come contenitore di informazioni ordinate sequenzialmente, più o meno rigido e non troppo dissimile da quello che conosciamo; la seconda elastica, potenzialmente illimitata, scomponibile e ricomponibile a piacimento. Il libro sarà il luogo dello studio (potrei dire della “lettura”, se il termine non apparisse troppo riduttivo), la rete il luogo della ricerca, dell’applicazione e perfino della creazione di nuovi contenuti. L’uno inseguirebbe l’altra in un circolo virtuoso che aumenterebbe l’estensione e l’efficacia dell’apprendimento.
Insomma, per fare un libro veramente digitale non basta forse un pdf, ma è assolutamente necessaria la “forma libro”.

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