Il latino senza lagrime

In questi giorni faccio fatica a leggere; o almeno, ho difficoltà a leggere “per diletto”, perché – lo capisco – la grave situazione in cui versiamo mi fa perdere la necessaria concentrazione, la giusta libertà mentale. Ciò non toglie che passi la giornata sommerso dai libri, anche perché, per varie ragioni, ho moltissimo lavoro da svolgere: e il mio lavoro ha i libri come strumenti imprescindibili. Oggi, però, cercando con fatica un saggio sulla storiografia latina, e spostando dunque la triplice, impenetrabile, fila di volumi di uno scaffale della libreria, mi è apparso un libretto rosso, che da tempo giaceva nascosto in mezzo a tomi assai più voluminosi.

Filastrocche per imparare il latino

L’opuscolo si intitola Il latino senza lagrime e il suo autore è nientemeno che un fantomatico (o fantomatici) «Caio e Sempronio»; è stato «stampato il 30 novembre 1945 nelle Officine grafiche ‘Esperia’, in Milano, Via Guglielmo Pepe 8, telefono 691385», per i tipi delle «Edizioni del Milione». Il sottotitolo è 124 piacevoli strofette per aiuto alla memoria.

So bene di chi era, questo libretto: del coltissimo padre (per anni direttore editoriale di un’importante casa editrice) di un’amica, la quale me lo ha donato quando – ormai molti anni fa – questi ci ha lasciato. Me lo sono oggi immaginato, il signor Vincenzo, poco più che bambino (io lo conobbi in età già avanzata), alle prese con le poesiole fatte apposta per far memorizzare le regole della grammatica latina, e questo mi suscitato un po’ di commozione.

Ma, al di là di ciò, ho riletto con attenzione la premessa al libro (pp. 5-6), che è a mio avviso di grande interesse. Si fa cenno a «bimbi e bambine decenni» alle prese con lo studio del latino, e si denuncia «il dramma del pretendere e dell’imparare in astratto e del soffrire in concreto, di cui sono vittime, in varia misura, alunni, genitori e professori». Si afferma che si è seguito un «metodo provato ab antiquo da classici maestri nostrani e stranieri, non nuovo, ma piuttosto rinnovato nello spirito che l’informa, spregiudicato e moderno»; si affida quindi il lavoro svolto «all’esperienza di colleghi giovani e anziani, di mente aperta, non guasti da preconcetti di falso decoro», e si preannuncia la possibilità di un’altra opera simile dedicata alla sintassi.

Il dibattito culturale del tempo: Banfi e Marchesi

Impossibile, come è ovvio, qualunque valutazione metodologica e/o pedagogica con criteri odierni o comunque moderni: siamo ancora lontani dalla Scuola Media Unica del 1962, e qui ci si rivolge probabilmente ai ragazzini che frequentano quella Scuola Media “con il latino” che consentirà loro lo studio superiore, differenziandoli così dai loro coetanei iscritti ai corsi di Avviamento al lavoro.

Antonio Banfi

Ah, il latino, il latino… il cui studio, per secoli (e non è un’iperbole), è stato concepito come condizione necessaria per potere diventare un domani “classe dirigente”! A proposito. Proprio mentre il nostro libretto veniva stampato, dal 29 dicembre 1945 al 6 gennaio 1946, il P.C.I. teneva il suo Congresso, nel quale Antonio Banfi e Concetto Marchesi (e parlo di due “pezzi da Novanta” della cultura del tempo) “duellavano” aspramente sulle proposte per una futura istruzione repubblicana, in particolare in merito alla Scuola Media.
Il primo – filosofo – argomentava affermando il primato della cultura tecnico-scientifica, il secondo – filologo – di quella classica, e del latino in particolare, sostenendo che è da questo che «può dipendere se oggi e domani alla classe operaia debba essere precluso o consentito l’accesso ai gradi superiori della cultura» (N.d.A.: la citazione è letterale). Si dice che volassero gli stracci, in quelle discussioni, che andarono avanti anche negli anni successivi!

Chissà cosa sarebbe successo se il nostro «Caio e Sempronio» avesse potuto partecipare a quel dibattito?  Avrebbe forse potuto “ammorbidire” l’opposizione di Banfi al latino e dare quindi un po’ di colore alle serissime tesi di Marchesi? Mah… ovviamente, si tratta di un’ipotesi scherzosa, assurda e inverosimile, del tutto incompatibile – tra l’altro – con le regole ferree e severe del P.C.I. di allora.

Concetto Marchesi

Probabilmente, invece, «Caio e Sempronio» non si poneva neppure il problema della legittimità di quell’insegnamento, ma solo quello della difficoltà nell’impartirlo; e delle modalità per farlo “digerire” ai giovani «nell’età in cui la stessa lingua materna appare come un oscuro e vago formulario».
Tra l’altro non erano ragazzi qualunque, i «decenni» o poco più del 1945, in quanto erano cresciuti conoscendo gli orrori della guerra, avevano patito la fame e imparato a riconoscere l’allarme dei bombardamenti ben prima delle declinazioni latine.

Eppure c’è qualcosa di vero nelle parole del Nostro. Se è vero infatti che il metodo che lui propone è del tutto anacronistico, è altrettanto vero che molti insegnanti di latino vivono spesso, ancora oggi, perfino con alunni liceali, frustrazioni non troppo diverse da quelle da lui enfaticamente descritte come «drammi»; e cercano pertanto, soprattutto se sono «di mente aperta, non guasti da preconcetti di falso decoro», qualche strategia innovativa. Non parliamo poi delle difficoltà del “latino a distanza” di questi tempi…

Tra endecasillabi e settenari

La mia riflessione, poco più che un divertissement, comunque finisce qui: non è sede, questa, per parlare di innovazioni metodologiche1, come forse qualcuno ci si potrebbe aspettare dal sottoscritto, autore di molti libri di latino (data la loro mole, non tutti «senza lagrime», temo).
Non posso però di certo esimermi, prima di terminare, dal presentare qualcuna di queste filastrocche, che denotano una certa versatilità di «Caio e Sempronio» (e chissà poi chi era? Se qualcuno dei lettori lo sapesse può segnalarlo alla Redazione!). Infatti le soluzioni metriche e ritmiche sono molteplici, e si va dagli endecasillabi, dal tono più narrativo e disteso (ad es. Domus, la casa, con semplici rime baciate), ai settenari che simulano la solenne gravità di un Inno (ad es. Inno al gerundio, modo verbale davanti al quale l’autore dice «m’inchino» come nel Cinque Maggio manzoniano noi «chiniam la fronte» davanti a Dio ), e che sono certo più difficili da ricordare della regola che spiegano.
Insomma, «Caio e Sempronio», lo ripeto, non era uno sprovveduto; e se i suoi versi ovviamente non ci emozionano, ci colpisce però l’ingenua tenacia della sua operazione culturale. E in questi giorni bui, forse, ci strappa un inaspettato sorriso.

Ma ecco gli esempi:

Domus, la casa

Domus, la casa, è ospitale e abbonda:

ha forme della quarta e di seconda.

Perciò si trova domo all’ablativo

E domi antico caso locativo.

Domos, accusativo del plurale,

è più frequente, o d’uso più normale.

***

Inno al gerundio

Gerundio d’un latino

sovente mal capito,

pura declinazione

del semplice infinito,

Gerundio, a te m’inchino.

Diglielo allo zuccone

che lo ritenga a mente,

fa’ tutti persuasi:

tempi non hai, ma casi,

e solo in verbo attivo

oppure in deponente.

Addendum

Sorpresa nell’uovo di… Pasquetta. Una cortese mail inviata alla redazione della Ricerca (siglata F.T.: mi spiace non conoscere il nome di questo attento lettore, che comunque ringrazio di cuore), mi invita a cercare gli autori del Latino senza lagrime, dallo pseudonimo “Caio e Sempronio”, in Silvio Catalano e Carlo Saggio. Ho dato fuoco alle polveri della… tastiera (di questi tempi le biblioteche sono chiuse) e, in effetti, ho scoperto (nientemeno che dal sito di ebay, dove ce n’è una copia in vendita) che l’autore del libello è proprio Silvio Catalano, intellettuale che – lo ammetto – non conoscevo affatto, al contrario di Carlo Saggio, le cui traduzioni di Cicerone ho nella mia libreria. Apprendo che il nostro Silvio Catalano (1890-1966), in gioventù “vociano”, fu poi autore di alcune raccolte poetiche ricche di descrizioni naturalistiche. Fu anche traduttore dalle lingue moderne, nonché critico d’arte. Non sembra avere pubblicato altre opere di argomento latino, ma del latinista e professore Carlo Saggio fu grande amico: magari è venuta da lui la richiesta di un latino “senza lagrime”.


Note

1. Del tutto inopportuni, come è ovvio, gli accostamenti metodologici con il cosiddetto «metodo Ørberg», inventato dal linguista danese Hans Henning Ørberg, che vanta alcuni estimatori tra i docenti dei nostri licei. Segnalo però, per pura affinità terminologica, un corso che si intitola Il Latino senza sforzo, di un autore francese; non lo conosco – lo ammetto – e un po’ snobisticamente non intendo acquistarlo e sperimentarlo. Ravviso solo che dal «senza lagrime» del Dopoguerra siamo ora allo «senza sforzo», espressione dai toni assai meno patetici!

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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