“Il grande impostore” di Susannah Cahalan: una recensione

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Nel 1973 un articolo pubblicato su «Science» scuote le fondamenta della psichiatria americana: nove “pseudopazienti” si fanno ricoverare in diversi manicomi e i loro resoconti sono agghiaccianti… ma come sono andate davvero le cose?

«Per il paziente n. 5.213 si tratta del primo ricovero. Si chiama David Lurie. Ha trentanove anni e fa il pubblicitario. È sposato e ha due figli. E sente le voci.» È il 6 febbraio 1969, e la persona che viene ricoverata con una diagnosi di schizofrenia al Haverford State Hospital vicino a Filadelfia sta solo fingendo.

Inizia così Il grande impostore, ultimo libro della giornalista statunitense Susannah Cahalan (appena uscito per Codice edizioni nella traduzione di Daria Restani), in cui il confine tra realtà e finzione è centrale. E pagina dopo pagina scopriamo che si tratta di una linea di demarcazione estremamente labile, così come quella che divide la sanità dall’infermità mentale.

L’autrice stessa qualche anno fa ha vissuto sulla propria pelle una diagnosi errata che l’ha portata a un passo dal ricovero in psichiatria, evitato solo grazie a un medico che si era interessato al suo caso. (Sulla vicenda ha scritto il memoir Brain on Fire, da cui è tratto l’omonimo film disponibile su Netflix.) In realtà Cahalan era affetta da una rara forma di encefalite autoimmune, fortunatamente curabile, ma i sintomi per cui era stata ricoverata venivano erroneamente interpretati come psicosi riconducibili a un disturbo schizoaffettivo.

La sua malattia era dunque un esempio di “grande impostore”, ovvero una patologia che può venire scambiata per un’altra perché mostra segni e sintomi simili. Ma lo stesso si può dire dell’autore dell’articolo scientifico On Being Sane in Insane Places (Essere sani in luoghi folli) pubblicato sulla rivista «Science» nel gennaio del 1973: si tratta di David Rosenhan, psicologo e docente universitario a Stanford, che è anche il paziente numero 5.213.

Il paper si apre con una domanda fulminante: «Se la sanità mentale e la follia esistono, come le distingueremo?» e scatena una vera e propria tempesta nel mondo della psichiatria. Il fittizio David Lurie (in realtà Rosenhan), lo “pseudopaziente” originario, e altri otto tra uomini e donne sani di mente e in buone condizioni fisiche si fanno ricoverare in vari istituti psichiatrici per verificare in prima persona se medici e infermieri sarebbero stati in grado di distinguere la sanità mentale dalla follia.
Entrare in quella che il sociologo Erving Goffman chiama istituzione totale è terribilmente facile: al colloquio di accettazione basta dire di sentire delle voci che ripetono «È vuoto. Non c’è niente dentro. È cavo. Fa un suono vuoto». Per quasi tutti gli pseudopazienti la diagnosi è di schizofrenia e disturbo bipolare, ma una volta ricoverati la realtà che si svela ai loro occhi è a dir poco inquietante.

Personale medico assente e disinteressato ai pazienti, psicofarmaci elargiti con grande (forse troppa) libertà, ospiti ammassati in locali fatiscenti cui viene servito del cibo pessimo. Da quasi tutti i resoconti emerge un sistema in cui il trattamento disumanizzante non punta a curare le persone ricoverate, ma semplicemente a isolarle dalla società e a renderle invisibili.

Una vicenda simile e che probabilmente è stata d’ispirazione per Rosenhan è quella della giornalista Nelly Bly, risalente a quasi un secolo prima. Nel 1887 Bly si finge pazza per farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Blackwell Island (oggi Roosevelt Island) e scrivere poi un reportage per il «New York World». La sua inchiesta, pubblicata anche come libro dal titolo Ten Days in a Mad-House, susciterà un enorme scandalo e porterà a un’interrogazione del gran giurì e a un aumento dei fondi destinati dalla città di New York alla cura delle persone con disturbi mentali.

Anche lo studio di Rosenhan solleva un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica, forse perché esce proprio negli anni in cui le controculture contestano molte istituzioni, e porta alla chiusura di tante strutture psichiatriche. Inoltre le critiche mosse dall’articolo entrano in risonanza con le istanze dell’antipsichiatria, un movimento eterogeneo nato in quegli stessi anni che contrasta le principali teorie e pratiche della psichiatria dominante.
Questo sommovimento tellurico non riguarda solo gli Stati Uniti: ad esempio, in Italia nel 1973 Franco Basaglia fonda la società Psichiatria Democratica, che però non aderisce completamente al pensiero antipsichiatrico. In un’intervista di qualche anno dopo, infatti, Basaglia afferma che: «Noi non siamo mai stati antipsichiatri; noi siamo stati operatori che hanno agito sul campo reale delle istituzioni pubbliche per dare al cittadino che soffre una risposta alternativa alla violenza e alla repressione del manicomio».

Una delle accuse dell’antipsichiatria prende di mira i problemi riguardo all’affidabilità e validità delle diagnosi psichiatriche, e questo aspetto cruciale è anche alla base dell’esperimento con gli pseudopazienti, e forse non a caso nel 1974 inizia un imponente lavoro di revisione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (noto anche come DSM). Questo manuale, redatto dall’American Psychiatric Association e giunto ormai alla quinta edizione, è usato ancora oggi in tutto il mondo sia nella pratica clinica sia nell’ambito della ricerca.
Ma c’è una vera svolta fra la seconda e la terza edizione, uscite rispettivamente nel 1968 e nel 1980: quando si passa dai 182 disordini descritti in 134 pagine, alle oltre 265 categorie diagnostiche in 494 pagine. Un salto di qualità metodologico che probabilmente deve qualcosa anche all’articolo di Rosenhan, anche se il “padre” del DSM-III, lo psichiatra Robert Spitzer, fu uno dei suoi critici più feroci.

Dopo la pubblicazione su «Science» arrivarono infatti la fama e incarichi importanti, ma anche tante critiche, e qualcuno fece notare che l’intera vicenda presentava molte ombre. Cos’era successo davvero dentro quegli ospedali? Nel suo saggio Cahalan ricostruisce con il piglio del romanzo poliziesco l’intera storia dell’esperimento di Rosenhan, sollevando dubbi sulla solidità di quella ricerca e scoprendone alcuni lati oscuri.

Oggi quasi tutti i protagonisti della vicenda sono morti, ma scavando negli archivi e intervistando decine di persone, l’autrice mostra come l’impalcatura dello studio di Rosenhan non fosse così solida. Anzi, ritrovando due degli pseudopazienti coinvolti e chiedendo loro cosa si ricordassero di quell’esperienza, scopriamo che molti dettagli rimasti impressi nella loro memoria non coincidono con quelli riportati nel paper.

Non riportiamo qui le conclusioni a cui giunge Susannah Cahalan, perché sarebbe come rivelare il nome dell’assassino di un giallo mozzafiato e anche perché forse non è davvero così importante sapere quanto c’è di vero in On Being Sane in Insane Places. Rosenhan ha sicuramente denunciato qualcosa di reale, per quanto il suo articolo fosse esagerato, o addirittura disonesto, ed è riuscito a veicolare messaggi importanti: la depersonalizzazione del paziente psichiatrico e lo stigma che lo accompagna, il fatto che tendiamo ad attribuire alle malattie della mente minore legittimità rispetto a quelle fisiche, e i limiti del linguaggio diagnostico dell’epoca.

Come dice Capo Bromden, la voce narrante del romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo, scritto da Ken Kesey nel 1962 e ambientato in un ospedale psichiatrico (da cui verrà tratto il film di Miloš Forman): «Si tratta della verità, anche se non è accaduto».

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Sara Urbani

Laureata in scienze naturali con un master in comunicazione della scienza, lavora per la casa editrice Zanichelli. Scrive anche per Odòs – libreria editrice e per i magazine online La Falla e East Journal.

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