Idee per una riforma della didattica della filosofia

Dopo i precedenti interventi sulla didattica della filosofia in Queensland (qui e qui i link), vorrei riflettere su quello che l’insegnamento della filosofia nelle superiori potrebbe essere in Italia perché, si sa, la didattica in genere, e forse soprattutto quella della filosofia, “semper reformanda”.
Igor Mitoraj, Torso di Icaro, 2002.

Comincio prendendo atto che i docenti australiani, con sensibilità kantiana, più che preoccuparsi di insegnare la filosofia, cercano di insegnare a filosofare. Non puntano sulla vuota e morta dottrina, sull’inutile erudizione, o la pedissequa ripetizione del già detto da altri, l’“ectoplasma storicistico” come dice qualcuno. Quello che fanno è insegnare a pensare con la propria testa. E d’altra parte, non si limitano nemmeno a insegnare la filosofia come pratica, come ho mostrato. Essi infatti insegnano “Philosophy and Reason”, cioè si dedicano anche al pensiero critico e alla logica. I docenti australiani, con sensibilità kantiana, più che preoccuparsi di insegnare la filosofia, cercano di insegnare a filosofare, a pensare con la propria testa.Lo riporto anche qui, perché mi pare utile: insegnano gli elementi dell’argomentare (proposizioni, premesse, conclusioni, assunzioni e taciti presupposti), le strutture dell’argomentare (deduttiva, induttiva, generalizzazioni e analogie, condizioni necessarie e sufficienti), come valutare un’argomentazione (validità, correttezza, forza), riconoscimento delle fallacie, gli elementi dell’argomentare (tecniche standard, argomenti diretti e indiretti, onere della prova, principio di carità, fallibilismo), gli strumenti della logica formale.
Si tratta di una direzione verso la quale bisognerebbe andare, perché offre alle nuove generazioni degli strumenti utili, anzi indispensabili, per acquisire autonomia critica, chiarezza di pensiero, rigore e strumenti per neutralizzare il cattivo pensiero.

La debolezza principale dell’impostazione del Queensland, e non è poca cosa a mio parere, è però la povertà della cultura storica che offre e la fragilità della coscienza storico-ermeneutica cui porta. Mi spiego. Il Syllabus certo non esclude la possibilità di una didattica della filosofia condotta attraverso lo studio dei classici (e anzi in qualche misura lo prevede), ma certo non la favorisce in forma sistematica e organizzata cronologicamente e, del resto, nella pratica un tale approccio non è quello ordinariamente adottato. L’opzione offerta dal Syllabus “Philosophical thinkers and schools of thought” serve più ad attenuare l’impianto per ambiti della filosofia, offrendo  nuove possibilità, e comunque è un’opzione tra altre, non è proposta come fondativa e obbligatoria (diversamente dai “Foundamentals of arguing”).
Il Syllabus spinge dunque verso una specializzazione tematica (filosofia morale, filosofia sociale e politica, filosofia della mente, etc.), ma poiché gli studenti mancano di basi storiografiche adatte a contestualizzare il pensiero degli autori di volta in volta affrontati, il discorso si impoverisce o semplicemente rinuncia a molti dei classici, focalizzandosi in maniera non del tutto equilibrata sui contemporanei. Per contro, senza essere necessariamente degli storicisti, si può facilmente riconoscere che la La comprensione di un’idea, soprattutto se presentata in quanto espressa da qualcuno, è migliore e più approfondita se riportata al contesto storico-culturale in cui è stata formulata.comprensione di un’idea, soprattutto se presentata in quanto espressa da qualcuno, è migliore e più approfondita se riportata al contesto storico-culturale in cui è stata formulata. Una didattica per temi, sganciata da una solida cultura storica appiattisce, impoverisce, banalizza discorsi che, colti nella loro contestualità, manifestano pienamente il proprio valore e la propria forza speculativa.
Una solida conoscenza storica non solo radica le nuove generazioni nella cultura plurimillenaria cui appartengono, ma soprattutto offre quelle competenze ermeneutiche di base che una formazione superiore dovrebbe possedere. Inoltre, essa fornisce un’utile visione ad ampio spettro sui temi e le questioni. Detto altrimenti, se l’ectoplasma storicistico è un’entità ributtante che aborriamo, una seria formazione storica offre una cassetta per gli attrezzi che ogni persona matura farebbe bene a portarsi con sé.

La quadratura del cerchio consiste, a mio parere, in una rivalutazione degli aspetti validi di ciascuno dei due approcci, quello italiano medio e quello del Queensland.
Da un lato un percorso storico rigoroso, in cui gli autori vengono presentati, contestualizzati e discussi per quelli che sono i problemi filosofici. Esso andrebbe svolto mettendo al centro, di volta in volta, più che gli autori come tali, i temi cui essi si dedicano. Per riconoscere ciò che di buono il nostro sistema offre andrebbe poi detto che Se l’ectoplasma storicistico è un’entità ributtante che aborriamo, una seria formazione storica offre una cassetta per gli attrezzi che ogni persona matura farebbe bene a portarsi con sé.disponiamo di una tradizione manualistica invidiabile e di una consapevolezza nei mezzi didattici non seconda a nessuno, anzi, forse più avanti rispetto a coloro che sembrano aver dimenticato i valori delle forme didattiche usate per migliaia di anni con grande vantaggio, come la lezione frontale, oggi da alcuni tanto ingiustamente bistrattata, e la lezione-commento, ancora preziose nella formazione liceale.
D’altra parte, andrebbe fatto tesoro di una didattica della filosofia che dia un giusto spazio anche all’insegnamento della logica, delle forme dell’argomentare (valide e invalide) ecc., e che – vorrei qui aggiungere ulteriormente – non è inconsapevole dei principi del public speaking. Tutto ciò è ormai irrinunciabile e andrebbe introdotto. Inoltre andrebbero svecchiati i programmi, ammettendo percorsi capaci di valorizzare i pensatori del Novecento, da noi sono fin troppo spesso relegati a quella corsa frettolosa che è l’apnea post-hegeliana che domina le ultime settimane della classe terminale.

Bisognerebbe però anche riflettere a fondo sulle scelte da farsi circa gli spazi dedicati alla logica e alle forme del ragionare, e ai moduli tematici, che prendono la loro parte di tempo e di energie, e richiedono scelte meditate e tagli dolorosi.
Fin qui ho detto solo dei contenuti, essendo andato all’essenziale. Sui modi, poi, il discorso sarebbe ancora molto, ma molto lungo, e lo spazio è già finito.

Gian Paolo Terravecchia

Cultore della materia in filosofia morale all’Università di Padova, si occupa principalmente di filosofia sociale, filosofia morale, teoria della normatività, fenomenologia e filosofia analitica. È coautore di manuali di filosofia per Loescher editore. Di recente ha pubblicato: “Tesine e percorsi. Metodi e scorciatoie per la scrittura saggistica”, scritto con Enrico Furlan.

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