I ragazzi di oggi non sono più quelli di una volta

Oltre la cronaca nera e le etichette di “generazione vuota”, “generazione dell’attimo”, “generazione priva di riferimenti, di progetti e di scopi”: alla ricerca della bellezza, del genio, e di tutti i meriti non riconosciuti dei giovani d’oggi – vittime, spesso, di quelli di ieri.

Alison Bick, appena diplomata, è salita agli onori delle cronache per aver ideato un sistema portatile per verificare la potabilità dell’acqua mediante un semplice cellulare. Mira Alansari e Aysha Alali hanno progettato un sistema intelligente di monitoraggio delle strade, con chiamata d’emergenza (a Dubai, dove vivono, gli incidenti stradali sono la principale causa di morte).

 

Ethan Butson, australiano, ha inventato un sistema di realtà aumentata per aiutare le persone che, a seguito di un infarto, manifestano problemi alla vista; Alessandra Papa, Francesca Banchiero e Margherita Pinna un etilometro collegato al volante che blocca l’accensione se l’esito è positivo; il canadese Alexandre Deans ha ideato un sistema di navigazione indossabile guidato via cloud, per far muovere liberamente i non vedenti in ambienti pieni di ostacoli; Alessio Mazzetto e Alberto Agnoletti hanno messo a punto un integratore naturale per combattere i disordini alimentari.
Non poche davvero le notizie degli ultimi mesi relative a giovanissimi inventori e scienziati di notevoli capacità e fascino, tutti compresi tra i 15 e i 20 anni (una rassegna internazionale si è svolta nel maggio 2014 a Los Angeles, all’Intel Isef 2014, radunando 1800 inventori provenienti da oltre 70 Paesi).

Eppure, sfogliando i quotidiani, si ha l’impressione di un’adolescenza (e di una giovinezza) violenta, annoiata, vuota di idee e di voglia di fare, vuota di “valori” e priva di confini e limiti ragionevoli. I titoli a effetto accusano, additano, semplificano, si moltiplicano. Diventa facile per esperti e opinionisti parlare di “generazione vuota”, “generazione dell’attimo”, “generazione priva di riferimenti, di progetti e di scopi”. In ambito educativo si sente spesso parlare di ragazzi/e che non hanno motivazioni, che non sanno quello che vogliono, senza principi e norme morali. Le notizie di cronaca, meglio se nera, vengono utilizzate per il classico gioco mediatico della generalizzazione: bastano uno o due episodi e lo sguardo si allarga a effettuare giudizi su un’intera generazione.
Nessuno spazio viene invece dato alle good news: alle iniziative autonome, all’organizzazione informale che ragazzi e ragazze spesso si danno per realizzare, con spirito di iniziativa e intelligenza, serate, concerti, manifestazioni sportive, luoghi di aggregazione, giochi più o meno strutturati, momenti di sostegno a coetanei in difficoltà – nessuno o poco spazio viene dato alla generosità che gli adolescenti esprimono nelle associazioni, nelle cooperative, nel volontariato, nell’organizzazione culturale. Nessuno o poco spazio a chi, quotidianamente, nonostante le enormi difficoltà di un mondo che, per la prima volta, prospetta per il futuro un orizzonte peggiore di quello precedente, coltiva i propri sogni, i propri obiettivi, le proprie ambizioni. Un Pietro Maso, il noto protagonista di un fatto di cronaca nera di vent’anni or sono, fa molta più notizia di ognuno dei ragazzi che, ogni giorno, compiono le proprie scelte e interpretano, al meglio possibile, il proprio ruolo nella società, pur nelle enormi difficoltà che la stessa società gli frappone.

 

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Conviene ricordare che quando i nonni di adesso erano giovani l’Italia era in ricostruzione. Per coloro che avevano buona volontà e voglia di imparare e una certa disponibilità al sacrificio, seppure non partissero da condizioni di particolare favore, era più che possibile compiere dei passi in avanti rispetto alla generazione precedente, prendere il cosiddetto “ascensore” sociale. Oggi i giovani si trovano nella condizione particolarissima di abitare sotto “soffitti di cristallo”, al punto che per i più meritevoli, spesso, l’unica possibilità è costituita dal cercare altrove una valorizzazione dei propri talenti e dei propri meriti oppure di crearsi spazi che prima non esistevano. Altri non ce la fanno: non hanno, magari, i mezzi o l’intraprendenza necessaria per costruirsi una vita lontana dalle sicurezze affettive familiari, dal supporto dei genitori e della propria rete relazionale, non hanno l’intuizione decisiva che trasforma un hobby in un lavoro o che “apre” uno spazio che non c’era. Non è una colpa.

Quando una generazione non fornisce termini certi di identificazione si suole spesso definirla per diminuzione o differenza rispetto alla propria, sovente giudicandosi con eccessiva generosità: un problema di linguaggi e di incomprensioni. I ragazzi non sono più quelli di una volta è un ritornello che ciascuno di noi ha sentito recitare, al tempo della propria adolescenza, da chi era più adulto o già anziano. L’ovvia constatazione di una differenza nei modi di comportarsi, di aggregarsi, di amare, di desiderare, di perseguire obiettivi non può e non deve divenire un giudizio di valore. I ragazzi e le ragazze di oggi sono sì diversi, ma, aggiungerei, per fortuna! Un modo di vedere e di pensare differente gli consente di sopravvivere in una società altra rispetto a quella in cui siamo cresciuti noi: il nostro modo di pensare, vedere, vivere le cose gli sarebbe, probabilmente, fatale. La società in cui si trovano a gestire la propria crescita e i propri tentativi di futuro è una società complessa, che richiede un’attrezzatura e una strumentazione enormemente più raffinata di quella che hanno oggi gli adulti. Se si trovano in questa condizione la responsabilità è da attribuire soltanto a chi li ha preceduti. Noi tutti appartenenti alle generazioni precedenti dovremmo ricordare molto bene le nostre responsabilità e avere, inoltre, coscienza della caducità della nostra esperienza che non è più in grado di costituire, per loro, un esempio.

L’adolescenza è un periodo dello sviluppo difficile da racchiudere con precisione tra un’età di inizio e un’età di termine; si distingue spesso per la sua alterità: non è né il periodo dell’infanzia, né della maturità. Adolescenza significa crescita, cambiamento, e segna l’inizio di un viaggio turbolento, il lasciarsi dietro la protezione del porto della fanciullezza (le sicurezze stanno sparendo) per dirigersi verso il mare aperto dell’«adultità» senza possederne ancora le caratteristiche (della quale si sperimentano le prime responsabilità, si impara a differire il raggiungimento di un obiettivo, le ricompense sono lente a rendersi disponibili).

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