I paesaggi di Carlo Carrà a Mendrisio

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A pochi chilometri di distanza dalla mostra Un mondo in trasformazione alla Pinacoteca Zuest di Rancate, a cura di Giovanni Anzani ed Elisabetta Chiodini, già segnalata su queste colonne, sono visitabili I paesaggi di Carrà, al Museo d’Arte di Mendrisio, a cura di Elena Pontiggia e Simone Soldini: si tratta di una mostra che si presta non solo a considerazioni pittoriche, ma ad altre di ben più ampio respiro.

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Cominciamo ad ogni modo con i paesaggi di Carlo Carrà (1881-1966), alcuni dei quali sono davvero meravigliosi, a cominciare da Pino sul mare, del 1921, che è a mio avviso (e non solo a mio…) il più bello di tutti; segnalo però – tra gli altri – anche Crepuscolo, del 1922, L’attesa, del 1926, L’estate, del 1930 (Museo del Novecento di Milano), I nuotatori, del1932 (MART Museo di arte moderna e contemporanea, Trento e Rovereto), Capanni al mare, del 1927 (GAM, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino), Canale a Venezia, del 1926 (Kunsthaus di Zurigo), I contadini della Versilia, del 1938.
Questi quadri ci spiegano assai bene come Carrà, che fu tra i fondatori del Futurismo e si avvicinò poi alla pittura metafisica con De Chirico e Savinio, abbia quindi virato significativamente verso forme plastiche più solide, realistiche e “mitiche” nel contempo. E se è vero che a questa svolta hanno contribuito non poco i suoi studi su Giotto e Masaccio, è questo l’ennesimo indizio del fatto che esistono dei fili conduttori lunghi secoli, nella storia dell’arte come in quella della letteratura. Spesso, dunque, la “modernità” si nutre di tradizione, in un gioco di rispettosa emulazione, ma anche di volontà di emancipazione e superamento.

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A Mendrisio, oltre ai dipinti, ai disegni e alla grafica, troviamo documenti (libri, lettere, appunti…) che attestano la ricchezza dei rapporti che l’artista – dopo avere conosciuto da giovane a Parigi Apollinaire e Picasso – intrattenne con altri pittori come Umberto Boccioni, Giorgio De Chirico e Alberto Savinio (già menzionati…), con i “vociani” Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, con il poeta Giuseppe Ungaretti, con i critici d’arte Roberto Longhi e Lionello Venturi.
Mi ha impressionato, tra le altre, una lettera che gli ha inviato da Parigi proprio l’inquieto Umberto Boccioni nel 1912, la quale rende bene il clima polemico di quegli anni: una polemica che non risparmia nessuno, neppure la grande pittura francese. Eccone il testo:

Caro amico, mi accorgo che le rotture di c… della vita mi hanno fatto dimenticare la cosa più interessante che è l’arte. Ti spedirò domani un articolo del “Journal”: Cubisme, Futurisme et alienés, l’articolo di U. Ojetti. Superficiale e vigliacchetto. Qui tutto mi disgusta nel senso che questa pittura cubista, Picasso, Matisse, eccetera, stanca, stanca, stanca. Ciao.

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E se Boccioni, che dava pure del vigliacchetto al paludato critico Ugo Ojetti, già si stancava nel 1912 di Picasso e Matisse (sic!), noi non ci stanchiamo di aggirarci tra le sale del bel Museo (un suggestivo vecchio convento). Lì ci sembra di scorgere – in mezzo ai paesaggi, soprattutto quelli della Toscana – l’immagine dello stesso Carrà che dipinge o che conversa con i suoi amici. Un Carrà lontano dall’intemperanza giovanile, protagonista di quelle estati versiliane che nessuno ha reso meglio di Carlo Emilio Gadda, che le ha sintetizzate nel suo scritto In Versilia con due memorabili endecasillabi, e cioè: PEA, CARRÁ, DE ROBERTIS, ANGIOLETTI / CARETTI, ANNA BANTI, BIGONGIARI.
Immaginiamo dunque che fervore culturale ci fosse nella Forte dei Marmi dell’immediato Dopoguerra; e immaginiamo le conversazioni tra questi protagonisti della vita letteraria e artistica del nostro Novecento… Ma immaginiamo anche – come ci racconta Gadda – il nostro Carrà intento nell’amato gioco delle bocce, una delle poche distrazioni da quelle estati che egli considerava soprattutto stagioni di duro lavoro pittorico.
Sì, perché l’impressione che riportiamo è quella di un artista che mai smise di concepire l’arte come “lavoro”, inteso come faticosa ricerca di soluzioni pittoriche diverse, ma anche come studio critico della storia dell’arte. E se questo lavorio “artigianale” – forse – non lo ha fatto percepire agli occhi della posterità come un fantasioso innovatore, lo ha fatto invece sentire come modello a generazioni di pittori più giovani: e ciò è bene attestato, nella mostra, da alcune opere di pittori svizzeri che furono entusiasti emulatori della sua arte, solida e colta.

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Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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