I confini sempre più incerti del lavoro

Nel corso del tempo il rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero ha subìto una radicale trasformazione, passando da una netta separazione a una situazione di sempre maggiore commistione, enfatizzata in questo periodo storico dalla crisi pandemica.

Com’è noto, dall’affermazione del tempo lineare newtoniano e dell’orologio meccanico, che lo hanno reso astratto, misurabile e separabile dai ritmi della natura propri delle società arcaiche, il tempo è progressivamente diventato l’epicentro dell’organizzazione del lavoro e della sua divisione tecnica e sociale, incidendo non poco nel disciplinare il comportamento degli uomini.

Tuttavia, la grande trasformazione che ha interessato il lavoro tra la fine del Novecento e i primi decenni del nuovo secolo ha costituito uno spartiacque tra un prima (epoca fordista), nel quale è nato e si è poi consolidato un modello di società fondato sulla netta separazione tra tempo di lavoro e tempo libero, e un dopo (epoca contemporanea), che lo ha messo radicalmente in crisi. L’avvento del neoliberismo ha impresso a questo rapporto un nuovo segno, rendendo i loro confini ancora più incerti. I processi di accelerazione che stanno interessando la società palesano infatti una sempre maggiore commistione tra sfere di lavoro e non lavoro, soprattutto nell’ambito del lavoro cognitivo, che possiamo considerare una sorta di avanguardia delle trasformazioni neoliberiste in corso d’opera. E tutto ciò non appare messo in discussione nemmeno dalla presenza di imprevedibili fasi di decelerazione, quali la crisi pandemica che stiamo tutt’ora vivendo. Anzi, al contrario, la confusione tra i campi sembra aumentare.

In questo articolo proveremo a discuterne i motivi principali attraverso una riflessione sul percorso storico che ha portato a questa situazione.

Prima del neoliberismo

Nel corso del Novecento un’ampia tradizione di pensiero ha dibattuto a lungo sul rapporto tra tempo di lavoro e tempo libero dividendosi in due filoni teoricamente separati, anche se talvolta politicamente convergenti. La giornata lavorativa ha rappresentato infatti, da una parte, la prova empirica dell’asimmetria di potere tra capitale e lavoro, risolvibile esclusivamente capovolgendone i rapporti di forza, mentre da un’altra, un ambito prioritario di lotta per migliorare la vita dei lavoratori attraverso una riduzione dell’orario. In questo iato si sono contrapposti tra loro i fautori della liberazione dal lavoro, figli di una lettura del tempo libero come un prodotto di quello occupato e pertanto necessariamente alienante (è questa, ad esempio, la tesi proposta dai francofortesi ma anche di una parte significativa dell’operaismo italiano), e i fautori della liberazione nel lavoro, che invece sostenevano la necessità di superare orari e turni eccessivamente lunghi e oppressivi rispetto al tempo di vita dell’individuo (ad esempio, la tradizione sindacale). In particolare, la posta in gioco era rivolta sulla possibilità di creare le condizioni per un tempo scelto e non più subìto dall’individuo, finalizzato a una proposta politica in grado di trasformare, dall’interno, il sistema di dominio capitalistico1. Ma tutta questa riflessione resta oggi chiusa all’interno di una specifica cornice di senso, che si era sviluppata intorno alla figura dell’operaio di chapliniana memoria e alle successive varianti dell’operaio massa. Rispetto a questo quadro, infatti, la crisi del fordismo apriva scenari decisamente nuovi, evidenziando l’ingresso in scena di un tempo “plurale”, frammentato, e comunque non più legato alla sua esclusiva monetizzazione, che sarà poi alla base della rivendicazione politica delle numerose differenze di genere, generazionali, culturali proprie dei movimenti sociali di quei decenni. Nasceva insomma durante questa fase storica, almeno sulla carta, la possibilità di sperimentare un tempo “vissuto”, per dirla con Minkowski, in totale discontinuità con il tempo unico del capitalismo (ovvero l’unità di tempo di cui parlava Marx, poi imposta a tutti attraverso la sua precisa misurazione) fino ad allora dominante.

Per questi motivi, tra gli anni Ottanta e Novanta si comincia a rivendicare un tempo di lavoro diverso, flessibile e meno totalizzante rispetto a quello fordista, che consenta uno spazio adeguato da dedicare alle altre attività umane. Uno slogan piuttosto esemplificativo che viene rilanciato in quegli anni è, tra l’altro, “lavorare meno, lavorare tutti”2. La tesi di fondo che si sostiene è che il lavoro, così come lo si è conosciuto nella modernità, sia finito, reso superfluo dallo sviluppo tecnologico (l’automazione sostituirà progressivamente il lavoro degli uomini, si afferma), e che la prospettiva alle porte sia la creazione di una società duale nella quale siano ancora più forti rispetto al passato le disuguaglianze sociali. Da qui la proposta di ridurre l’orario di lavoro, garantendo però a tutti un reddito di base: «la riduzione della durata del lavoro eteronomo libera il tempo solo se ognuno è libero di impiegarlo come gli garba. Il necessario deve essere assicurato in altro modo. Le attività del tempo libero, in quanto produttive, riguarderanno dunque l’autoproduzione del facoltativo, del gratuito, del superfluo, in breve del non necessario che dà sapore e valore alla vita: inutile come la vita stessa, la esalta come il fine, che fonda tutti i fini»3.

Con il passaggio del secolo, tuttavia, questo dibattito, che aveva avuto una assoluta centralità politica durante gli anni Novanta (si pensi alla discussione sulle 35ore in Francia e alla caduta del governo di Prodi sulla scia di una proposta di legge presentata proprio su questi argomenti), prende una piega differente. Il capitalismo post-fordista muta velocemente pelle e, nel giro di pochi anni, spazio e tempo sono interessati da processi di compressione e allungamento (stretching) senza eguali, con profonde ricadute nella sfera lavorativa (flessibilità temporale, lavoro a distanza, telelavoro, lavoro nei giorni festivi ecc.). Lavorare a distanza, in qualsiasi posto ci si trovi a essere, rende forse meglio di qualsiasi altro esempio il senso di queste epocali trasformazioni. Così come essere sempre connessi al web, ricevendo continuamente informazioni e messaggi e, di fatto, restando sempre al lavoro. Sono questi i prodromi di quella che sarà poi l’era dello smart working, nella quale il tempo di lavoro diventa un’altra cosa, e tende a confondersi con i tempi di vita e gli spazi sociali più vari fino a perdere i connotati che ricopriva nel passato. Il contesto di riferimento è nel frattempo profondamente mutato, ed è caratterizzato dalla definitiva affermazione del modello neoliberista e dai suoi processi di accelerazione.

L’accelerazione neoliberista

In effetti, il neoliberismo non ha soltanto profondamente mutato la natura del lavoro, trasferendo sui lavoratori tutti i rischi sociali, ma lo ha fatto all’interno di un disegno più generale di accelerazione della società, che ha interessato sia l’organizzazione sistemica che le pratiche quotidiane. Sulla scia delle conquiste tecnologiche prodotte soprattutto attraverso lo sviluppo dell’informatica, infatti, ha separato il capitale dal lavoro, permettendogli di circolare con estrema facilità senza più confini nazionali o territoriali ma rispondendo alle esclusive logiche del mercato finanziario. Tuttavia, non è stato solo il capitale ad accelerare. Anche gli individui occidentali (per certi versi il discorso è estendibile questa volta anche agli abitanti delle metropoli di altre zone del mondo), più o meno indistintamente, hanno iniziato a farlo. Da questo punto di vista, un indicatore esemplificativo resta, banalmente, la mobilità spaziale, che si è sviluppata in maniera incomparabile rispetto al passato grazie alla facilità con la quale è stato possibile incentivarla e alla generalizzata diminuzione dei suoi costi. In tal senso, la crescita degli spostamenti nel mondo non ha interessato solo le classi più ricche, ma anche ampi strati della popolazione dei paesi più poveri, come si può evincere dall’andamento dei processi migratori, divenendo uno dei principali motori della cosiddetta globalizzazione. In parallelo e in conseguenza di questi processi, la vita quotidiana è diventata sempre più frenetica e caratterizzata da una generalizzata esigenza di celerità. Insomma, sia che lo si guardi dal lato del capitale e dei sistemi economici, sia che lo si guardi dal lato delle trasformazioni più generali della società e delle ricadute sulla vita degli individui, quello che abbiamo avuto di fronte negli ultimi decenni è una delle più grandi fasi di compressione spazio-temporale della storia.

All’interno di questi scenari, i tempi di lavoro sono stati oggetto di profonde trasformazioni. Innanzitutto, sono stati ovviamente interessati dal processo di morfogenesi del lavoro che è avvenuto tra la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, prima con le trasformazioni post-fordiste (lavoro cognitivo) e poi, in maniera ancora più profonda, con quelle neoliberiste (lavoro precario). In particolare, si è assistito a una progressiva dilatazione del tempo di lavoro, che ha perduto i connotati attraverso i quali, seppur in forme differenti e con alterne fortune, aveva garantito un confine certo rispetto al tempo libero, consentendo agli uomini la possibilità di rallentare.

Nel nuovo contesto post-fordista avviene un primo momento di accelerazione della società nel quale il tempo diventa sempre più scarso (da qui deriva l’espressione di senso comune, oramai universalmente diffusa, “non ho tempo”) e l’individuo ha la sensazione di non riuscire a rispondere ad aspettative sempre crescenti, in una sorta di scissione tra aspettative e realtà. Cercando di rispettare la scadenza, l’individuo tende a semplificare ciò che si trova davanti erigendo a criterio guida delle proprie scelte la velocità e sacrificando ciò che richiede riflessione e approfondimento. Più in generale, ciò che si va imponendo è una sorta di presentismo che esclude il passato (e la memoria storica), da una parte, e qualsiasi proiezione verso il futuro, dall’altra, costringendo l’individuo a una visione schiacciata sull’oggi. Seguendo questo paradigma temporale, il tempo di lavoro si differenzia al proprio interno e si frantuma; nasce l’uomo flessibile, che non ha più la possibilità di costruire una carriera lavorativa omogenea ed è costretto sempre a “ripartire da zero” nel cambiamento da un lavoro all’altro, cancellando le esperienze precedenti. Le parole d’ordine principali diventano “mobilità” (spaziale e lavorativa), “adattabilità” (essere flessibili come un ramo che flette al vento ma che poi ritorna al proprio posto), “successo” (con la rimozione – anche psicologica – del fallimento).

Il neoliberismo, da questo punto di vista, rappresenta un punto di non ritorno, perché nega tutti i tempi improduttivi che non rientrano nella logica del profitto. In questo senso, la soggettivazione del lavoro è il processo che forse meglio rappresenta la razionalità neoliberista, la cui finalità principale è «modellare i soggetti per trasformarli in imprenditori […] pronti a mettersi in gioco nel processo permanente della concorrenza»4. All’interno di questa logica imprenditoriale e prestazionale che assume il lavoro, spazi e tempi subiscono quindi un’ulteriore e più radicale trasformazione rispetto al passato. Se ciascuno è imprenditore di sé stesso, infatti, il proprio luogo di lavoro diventa facilmente la propria abitazione, e il tempo di lavoro – di fatto – si confonde con il tempo di vita, durante il quale rimane sempre più difficile separare le attività lavorative da quelle non lavorative: «lo spazio si è enormemente ridotto, è una pennetta. Il tempo è quasi scomparso con le connessioni veloci. A questo punto, non c’è molto da fare: che lo si voglia o no, in ogni momento siamo al lavoro, cioè a contatto con il nostro archivio (perché questo, essenzialmente, sembra essere il lavoro nel postmoderno), e in ogni momento il nostro lavoro è interrotto da un flusso di notizie anche non richieste»5.

Queste trasformazioni producono anche nuove patologie sociali. Il lavoratore, infatti, è costretto a vivere in un contesto nel quale le relazioni con gli altri si consumano facilmente, così come le emozioni, in una sorta di continua collezione esperienziale, rischiando spesso derive narcisistiche. La separazione tra ambiente e tempo di lavoro, d’altronde, non lo facilita, impedendogli spesso il contatto con gli altri. Iper-individualista, prigioniero del mito dell’imprenditore di sé stesso, il lavoratore si sente in dovere di produrre anche quando nessuno glielo chiede, finendo per svolgere attività non richieste ma percepite come necessarie: «così ci sentiamo alienati quando lavoriamo ogni giorno fino a mezzanotte, senza che nessuno ci dica di farlo e anche se ciò che realmente vorremmo sarebbe di andare a casa presto (magari l’abbiamo anche promesso alla nostra famiglia)»6.

Decelerazioni e questioni aperte

Poi è arrivata la pandemia da Covid-19 che ha costretto tutti a una imprevista stasi. L’autotreno della modernità, che non poteva fermarsi e che si alimentava nella velocità con la quale procedeva verso il futuro, sembra essersi definitivamente fermato. Ma siamo così sicuri che l’accelerazione sia davvero finita? E, in questo quadro, che cosa sta succedendo ai tempi di lavoro?

Le risposte, come sempre succede quando parliamo di trasformazioni sociali di così ampia portata, per altro in corso d’opera, sono ardue se non al momento impossibili. È pertanto ancora più importante del solito usare la cautela necessaria. Proviamo semmai qui a evidenziare due questioni aperte: la prima riguarda i processi di accelerazione neoliberisti, e la seconda il tempo di lavoro.

Già molto prima della pandemia, il mondo aveva vissuto significativi momenti di decelerazione e prodotto forme più o meno attive di resistenza. Ad esempio, gli eventi dell’11 settembre 2001 e alcuni cataclismi naturali, tra i quali l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima nel 2011 in seguito a uno tsunami, hanno senza dubbio rappresentato momenti nei quali si sono avute fasi decelerate, talvolta accompagnate da timide discussioni sulla tenuta del modello generale di sviluppo. Ciò nonostante, tutto era poi ripartito come prima, e forse anche più velocemente di prima, rimuovendo di fatto ciò che era successo. L’autotreno aveva solo rallentato, in fondo. Il dato nuovo (e l’interrogativo aperto) è oggi proprio questo: è possibile ripartire dopo la pandemia come e più di prima? Mai, infatti, il sistema infrastrutturale globale che consente i processi di accelerazione e la mobilità di oggetti, persone e dati, ha dovuto fare i conti con una decelerazione imprevista di tale portata, se non con una vera e propria situazione di blocco di numerose attività. Molte attività non hanno rallentato, si sono fermate. Sarà possibile resettare e ripartire (ad esempio spostarci con voli low cost per andare a fare fine settimana in giro per il mondo e acquistare un bene facendoselo arrivare il giorno dopo) oppure questo modello accelerato neoliberista è giunto alla fine?

Il tempo di lavoro, invece, sembra essere oggetto di un ulteriore dilatazione rispetto a quella già piuttosto avanzata che abbiamo descritto finora. Lo smart working, termine sotto il quale si nasconde la possibilità di fare lavorare le persone da casa invece che facendole andare nel luogo di lavoro, sta diventando la risposta prevalente alla pandemia e, chi può permetterselo (su questo aspetto si sta infatti aprendo una partita che ricorda da vicino una nuova lotta di classe), non rallenta affatto le proprie attività lavorative, ma le confonde con le altre attività. Per altro, confonde lavoro e non lavoro in un medesimo luogo – la propria abitazione – che ha sempre rappresentato in passato la separazione tra le differenti sfere di vita (in particolar modo tra privato e pubblico). In questo nuovo frame, il tempo di lavoro diventa sempre più desueto, perché implicito al raggiungimento di un obiettivo e non più legato a un orario. L’orario, del resto, finisce nel momento stesso in cui si è sempre al lavoro, ed è forse questa, secondo i critici più attenti, la nuova frontiera neoliberista: non distinguere più tra lavoro e non lavoro e, di conseguenza, non avere più bisogno di tempo libero.


Note

  1. È questa la posizione prevalente in campo marxista; si veda: O. Negt, Tempo e lavoro, trad. it. L. Lo Campo, Edizioni Lavoro, Roma 1984.
  2. Per un approfondimento si veda G. Aznar, Lavorare meno per lavorare tutti. Venti proposte, trad. it. M. Marsili, A. Salsano, Bollati Boringhieri, Torino 1994.
  3. A. Gorz, Addio al proletariato, trad. it. G. Viale, Edizioni Lavoro, Roma 1982, p. 72.
  4. P. Dardot, C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, trad. it. R. Antoniucci, M. Lapenna, Derive e Approdi, Milano 2013, p. 235.
  5. M. Ferraris, Sans papier. Ontologia dell’attualità, Castelvecchi, Roma 2007, p. 171.
  6. H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, trad. it. E. Leonzio, Einaudi, Torino 2015, p.95.

Andrea Valzania

è professore associato presso il Dipartimento di Scienze sociali, politiche e cognitive dell’Università di Siena. Sul tema ha scritto: “Tempo sociale e neoliberismo. Velocità, competizione e nuove forme di alienazione”, Carocci, Roma 2016.

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