Saper essere: libertà e autodeterminazione

“Nel compito morale degli insegnanti rientra quello di preparare i ragazzi al mondo fuori dalla scuola, anche se non è esplicitamente espresso nei programmi ministeriali”. Un’insegnante e la sua educazione alla cittadinanza.

Quando io andavo a scuola, comportarsi ‘bene’ era cosa normale, faceva parte del rispetto e del buon senso comune, mentre talvolta oggi è considerato demodé. Malgrado tutto io sono profondamente convinta della necessità che poche e semplici regole debbano esistere ed essere puntualmente rispettate.

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La mattina entro in classe e saluto; gli studenti si alzano e fanno altrettanto. Non lo devo più dire, lo sanno, uno sguardo e già capiscono: via il cappello, via gli occhiali da sole, via i cellulari. Che altro? Sedersi in maniera composta: non accasciarsi sui banchi, non mettere i piedi sulle sedie e non darmi le spalle. In ultimo, niente parolacce. Non è una questione di moralismo, quasi tutti le diciamo, ma è un problema di contesto: bisogna imparare a contenersi, a sapersi limitare. La stessa cosa vale per la puntualità: c’è un orario d’ingresso da rispettare. Alla mia affermazione “se fossimo un ufficio, sareste stati già licenziati”, la replica è sempre la stessa: che la scuola non è un ufficio, che non dà uno stipendio e che quindi è quasi ‘una cortesia’ lo sforzo nell’essere puntuali. Per gli insegnanti è diverso: loro sono pagati per presentarsi in orario.

La percezione degli alunni, in breve, è che la scuola è fatta per lo studente (il che è vero), a misura di studente ed esclusivamente a uso e consumo dello studente: insomma, lo studio è solo un diritto e il cliente ha sempre ragione.

Nel mio istituto ci sono più indirizzi: ITT, ITE e IPSIA. Io insegno all’ITT, e l’80% dei miei alunni sono maschi, il che genera un clima cameratesco. I ragazzi si sentono più liberi e meno inibiti, poiché non si trovano né in competizione né tanto meno al vaglio dello sguardo femminile: se i docenti sono uomini o donne conta poco, poiché, non essendo loro pari, non sono un parametro sociale da prendere come riferimento. Il comportamento però cambia improvvisamente quando si esce dalla classe, perché ci si può imbattere in studenti e, soprattutto, ‘studentesse’ degli altri corsi e quindi è necessario mantenere una certa rispettabilità. “Prof, vado al bagno”, poiché sono un po’ puntigliosa, ribatto “Riformula la richiesta”, “Prof, ‘posso’ andare al bagno?”, “Adesso sì”: l’alunno prende il giubbotto, si mette il cappello, gli occhiali da sole ed esce, pronto per affrontare lo sguardo degli altri. Ovviamente, ho fatto notare più volte questa assurda esigenza di bardarsi ma la risposta è sempre la stessa “Prof, lei non capisce…”.

Non è vero che non capisco il loro punto di vista, solo non sempre lo condivido. Diceva Sartre: “L’atteggiamento principale che assume l’uomo di fronte agli altri è quell’atteggiamento che mi fa avere vergogna di me stesso quale appaio agli altri. La vergogna dunque si annida in me al momento in cui mi accorgo che Altri mi guarda; questo perché lo sguardo altrui mi costituisce su un tipo di essere nuovo che deve sopportare delle nuove qualificazioni’. Senza voler entrare nel dibattito esistenzialista, è evidente che la maggior parte delle scelte umane, studenti compresi, sono dettate dalla società in cui si vive, per cui nessuno è mai veramente libero. Il problema è che non c’è una visione comune di cosa s’intenda per libertà e la concezione che ne hanno gli adolescenti è chiaramente molto diversa da quella degli adulti. Martin Luther King diceva che la propria libertà finisce dove inizia quella dell’altro. Per molti ragazzi essere liberi vuol dire poter fare quel che si vuole, senza considerare se sia opportuno o meno farlo, e, tantomeno, senza pensare alle conseguenze. Non di rado, pertanto, ricordo ai miei studenti il terzo principio della dinamica per cui “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”: la libertà incondizionata ha un costo e, prima o poi, qualcuno presenta il conto. Ma l’adolescente, si sa, spesso lo impara solo sulla sua pelle.

Ogni anno alle classi quarte faccio svolgere due saggi brevi, uno sulla ‘demagogia’ e uno sulla ‘libertà di parola’. È un modo per armarli, poiché i giovani sono facile preda dei mass media e, considerata la loro inesperienza, spesso ‘prendono per oro colato’ tutto quel che viene detto. Il risultato è immediato: appena capiscono il significato di ‘demagogia’, ecco che si apre un mondo, è come aver acceso un interruttore che fa scattare le antenne. C’è anche qualcuno che prova a metterla in pratica, cimentandosi in vere e proprie suasoriae volte allo spostamento di un compito in classe o, nel caso dei più arditi, all’occupazione dell’edificio scolastico. Proprio quest’anno, infatti, si è ripresentato il solito problema autunnale: cadono le foglie, piove, si occupa. È diventato ormai un evento programmato, come i cinepanettoni di Natale. Ma è qui che entrano in ballo le varie demagogie. La prima domanda che i professori fanno è “perché volete occupare?” Purtroppo, da un po’ di tempo a questa parte, la risposta più comune, che non ha certo origini ideologiche, è “perché lo fanno tutti” o, nella più profonda sincerità, “per non fare per qualche giorno lezione”. Si assiste, dunque, a grandi manifestazioni di abilità oratorie: da una parte, preside e professori che vogliono distogliere gli alunni dall’impresa; dall’altra, gli studenti dei collettivi delle altre scuole che fanno pressioni sui rappresentanti d’istituto, i quali, a loro volta, arringano l’assemblea. A onor del vero, però, devo dire che i rappresentanti eletti quest’anno dagli studenti sono stati veramente molto saggi e capaci: insistendo sul fatto che fosse stupido volersi omologare a quello che propone l’ambiente esterno, hanno organizzato, in alternativa, una cogestione. L’esperienza si è rivelata positiva: pochi giorni improntati su dibattiti e lezioni alternative, tutti molto istruttivi e costruttivi.

Un altro tema che affronto nei saggi, come già ho detto, è quello della ‘libertà di parola’. Tra i documenti proposti, ci sono le statistiche aggiornate del livello della libertà di espressione e di stampa nei vari Paesi del mondo. Tutti i ragazzi restano stupiti vedendo la classificazione dell’Italia, in quanto pensano che, essendo la nostra nazione civilizzata e una delle fondatrici dell’UE, automaticamente debba anche essere un grande esempio di democrazia e di libertà. Abituati all’idea che chi riesce con le sue grida a far tacere gli altri ha necessariamente ragione, è ovvio che di fronte all’affermazione di Voltaire “Non condivido le tue idee ma sono disposto a morire perché tu le possa esprimere” gli studenti si trovino spiazzati. Fino almeno a trent’anni fa, coloro che morivano per degli ideali e per la libertà di un popolo erano considerati degli eroi; al giorno d’oggi, vista la mancanza di ideali e di gente votata al sacrificio, se non terroristi, è palese che frasi simili risultino del tutto utopistiche. Ma è proprio così vero che il mondo si è svuotato di valori e idee per cui morire? O forse se ne parla troppo poco? È meglio che la gente resti nell’ignoranza, che navighi nel suo mondo di sogni, che non viva la sua vita ma quella del protagonista della soap opera, che pensi a cucinare, ballare e cantare: la TV che vediamo è quella che addormenta le coscienze e non che informa. È importante che i ragazzi sappiano che quello che i mezzi di comunicazione dicono non è la verità nuda e cruda ma una versione della verità che cambia secondo la testata o il canale. Questo non vuol dire fare politica, perché un insegnante non deve influenzare gli alunni in base alle proprie ideologie, ma, come dicevo prima, è fornire una corazza ai disarmati. Lo studente deve imparare a discernere tra tante fonti d’informazione, dopo di che sarà libero di voler credere a un canale informativo piuttosto che un’altro, secondo i propri punti di vista.

Nel compito morale degli insegnanti rientra quello di preparare i ragazzi al mondo fuori dalla scuola, anche se non è esplicitamente espresso nei programmi ministeriali. Si tratta di un aspetto che in qualche modo impaurisce i politici, visto che fanno di tutto per picconare la scuola pubblica, svilendo il lavoro dei docenti e riducendo i contenuti, le materie, le ore se non addirittura gli anni scolastici. L’insegnamento della geografia, ad esempio, ormai è praticamente inesistente. C’è una guerra in Siria: “Dov’è la Siria?” “Boh! Non lo so, ma sicuramente lontana, quindi non mi interessa”.

Meno le persone sanno, meglio è, così credono a tutto quello che si dice. Armare uno studente di cultura e discernimento fa di lui un individuo pericoloso perché diventa una mina pensante, uno che non si accontenta più della TV sonnifero. La scuola serve a formare futuri cittadini: per questo è fondamentale che i ragazzi sviluppino un adeguato spirito critico, conoscano i propri diritti e i propri doveri e siano in grado di difenderli qualora questi siano minacciati.

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