Emilio Sereni, partigiano amante dei classici

Non esiste un solo modo di leggere gli antichi: le citazioni commentate di Saffo, Lucrezio, Virgilio, Tibullo, Eschilo, Platone, Sofocle, Euripide fatte da Sereni mostrano un approccio (uso?) privato e personale del patrimonio letterario classico. Le scopriamo in un bel libro di recente pubblicazione, curato da Margherita Losacco.
Testa di Socrate, Louvre.

Temo che il nome di Emilio Sereni (1907-1977) non sia tra quelli più noti ai nostri giovani: eppure è stata una figura eminente della Resistenza, ha ricoperto incarichi ministeriali nei primi Governi De Gasperi del Dopoguerra ed è stato eletto più volte in senato tra le fila del P.C.I.

Emilio Sereni

Quelli della mia generazione, invece, lo conoscono bene; non tanto (o almeno non solo) per i suoi trascorsi politici, ma per un suo libro che chi ha condotto studi storico-umanistici non ha potuto non leggere o almeno non consultare. Si tratta di quel Storia del paesaggio agrario italiano (Laterza, Bari 1961, con numerose riedizioni) che analizza, appunto, la storia delle nostre campagne dall’antichità all’epoca contemporanea; e lo fa con un taglio originale, nel quale le competenze di agronomo dell’autore sono solo il punto di partenza per una trattazione di profilo assai più alto, perché in quel libro ci sono storia, arte, economia, sociologia, etica… Tale approccio multidisciplinare conferisce all’opera una prospettiva davvero “umanistica”: d’altronde già Catone il Censore diceva che «il campo è come l’uomo»!

Leggere i classici durante la Resistenza

Se avevo apprezzato, in quella fatica, la vasta cultura di Sereni, ignoravo però la sua profonda passione per la letteratura classica: ho invece appreso questo aspetto della sua personalità solo da un libro di recente pubblicazione, opera di Margherita Losacco, docente di Filologia Greca all’Università di Padova. Il volume ha un titolo suggestivo (Leggere i classici durante la Resistenza. La letteratura greca e latina nelle carte di Emilio Sereni, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2020), e prende spunto da alcuni “appunti” di Sereni conservati – insieme a molti altri suoi libri o documenti – nella “Biblioteca Archivio Emilio Sereni” a Gattatico (RE).

Si tratta di materiale finora inedito di varia natura (manoscritto, dattiloscritto) che il Nostro produsse negli anni più difficili della guerra di Resistenza, e cioè il 1944 e il 1945, nei quali Sereni – evaso dal carcere di Torino l’8 agosto del 1944 – era ovviamente in clandestinità. Il tutto consiste, per lo più, in citazioni di autori greci e latini, accompagnate talora da brevi commenti, annotazioni o semplici segni grafici. Tali carte potrebbero apparire ben poca cosa, a prima vista, ma il sapiente (e dottissimo) lavoro dell’autrice ci guida a cogliere il senso delle scelte di Sereni, che comprendono, tra gli altri, autori come Saffo, Lucrezio, Virgilio, Tibullo, Eschilo, Platone, Sofocle ed Euripide.

Margherita Losacco

Queste letture non possono, con tutta evidenza, essere sottratte alla contingenza storica nella quale sono state fatte. Pertanto Orazio è per lui soprattutto il poeta delle guerre civili, mentre le Bucoliche di Virgilio nel drammatico novembre del 1944, gli evocano – come egli stesso scrive – «quel desiderio d’idillio (non secentesco, appunto, ma virgiliano) che rinasce in tempi come questi». E se da Saffo scaturiscono pensieri d’amore, dal De rerum Natura di Lucrezio emergono sovente allucinate immagini di morte: in quei versi – afferma Margherita Losacco – «è difficile non pensare che… risuonasse per lui, anche, insieme con i principi della dottrina materialistica, l’eco della guerra, della guerra civile, degli scontri e dei bombardamenti» (p. 83).

Siamo ben lontani, dunque, da quella lettura retoricamente stucchevole della romanità (e della classicità in generale) proposta dal Fascismo: si tratta, invece, di un approccio individuale, privato, (per certi versi compiaciuto: è lui stesso a dirlo) eppure ricco di impulsi etici da investire anche nella dimensione pubblica.

Antonio Banfi

La moralità di Socrate secondo Antonio Banfi

Ovviamente non posso trattare di tutti gli autori menzionati sopra, e neppure accennare all’accurata suddivisione tematico-cronologica che l’autrice fa del materiale in esame. Voglio però dedicare qualche parola ad alcune trascrizioni e annotazioni sereniane dall’opera Socrate che Antonio Banfi aveva pubblicato nel 1943.
Il filosofo greco era proposto come esempio di moralità, libertà di coscienza, ma soprattutto di saggezza pratica. Banfi scriveva infatti: «più d’ogni insegnamento quindi, preparò Socrate la vita», quella vita che Sereni aveva, in quegli anni, consacrato a un impegno morale e civile altissimo, per il quale aveva subito il carcere fascista, delle cui percosse i suoi denti frantumati portavano segni evidenti. Quindi, se il magistero universitario di Banfi – come ricorda Rossana Rossanda – ebbe un ruolo importante nello stimolare le coscienze dei suoi giovani allievi, a Sereni i suoi scritti offrirono alcune interessanti chiavi di lettura della classicità.
Tra l’altro, il Nostro trasceglie qualche pagina del Socrate relativa ad Ulisse, che viene da Banfi considerato esempio di una moralità aristocratica che usa l’astuzia non come «astratta facoltà teorica», bensì come uno strumento concreto per superare la sofferenza, animata da «fede nell’affrontare, accettare e superare la situazione». Il mito diventa dunque, sempre più storia, e per di più contemporanea.

Una moderna riedizione del Socrate di Banfi

Cosa chiedere agli antichi?

D’altronde non esiste un solo modo di leggere gli antichi, anche perché noi posteri facciamo loro, legittimamente, domande originate dalla temperie delle epoche nelle quali viviamo. Chi non ricorda, infatti, il Machiavelli che al confino di San Casciano (1513) si mette i «panni reali e curiali» per leggere i classici e «parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni»? La guerra partigiana era sicuramente più pericolosa dell’otium di Machiavelli, ma l’impressione è che le dinamiche di interlocuzione di Sereni con i suoi auctores non siano state poi così diverse.

Margherita Losacco si avvicina a queste carte con il rigore di una filologa, ma soprattutto con la passione di chi sa di avere tra le mani qualcosa che – avrebbe detto Marziale – sapit hominem. Di conseguenza questo suo particolarissimo libro, nel quale poco dopo i nomi Plinio o Lucrezio si vedono citati alcuni tra i “padri della Patria” come Giorgio Amendola, Eugenio Colorni, Luigi Longo o Sandro Pertini, ha davvero anch’esso il “sapore” di una biografia umana e politica che è in primis di Sereni, ma un po’ di tutta una generazione di uomini verso i quali non dovremmo mai smettere di essere riconoscenti. Ci hanno infatti – costoro – regalato Repubblica, libertà e democrazia, e certamente lo hanno fatto con il loro coraggio e la loro totale dedizione alla causa antifascista.
E i classici, allora? Sereni sarebbe stato probabilmente un valoroso patriota anche senza leggerli, e sicuramente non tutti i comandanti partigiani amavano Eschilo e Tibullo; eppure gli excerpta analizzati da Margherita Losacco ci dimostrano come gli antichi gli abbiano svelato qualche volta il senso delle azioni che lui stesso stava compiendo, o che comunque vedeva compiersi sotto i suoi occhi. E poi i testi greci e latini gli hanno davvero “fatto compagnia” in un momento tanto difficile della sua vita: è lui stesso, infatti, a ricordare – a guerra finita – che il declamare i testi antichi, mentre guidava l’auto o quando era nella cella di un carcere gli dava un enorme piacere («lo faccio proprio perché mi piace»).
Ed è con questo «mi piace» che vorrei chiudere la mia recensione; perché se qualche frammento di Saffo ha contribuito a dare anche un solo momento di serenità a chi stava cercando di liberare l’Italia da una feroce dittatura, allora possiamo essere certi che non è scampato invano a quel tempus edax rerum di cui parlava Ovidio.


P.S. Ritengo che anche a noi – in questi giorni confinati nel pur confortevole spazio delle nostre case dall’emergenza Covid 19 – il riprendere in mano qualche classico potrebbe essere utile. Lo dico anzitutto a me stesso, che di classici scrivo sempre e non trovo mai il tempo di rileggerli con calma e di interloquire con loro come meritano.
Forse riflettere un po’ sul vivere parvo di Tibullo, sull’aequa mens di Orazio potrebbe aiutarci a riscoprire il valore della quotidianità, così come interrogarci sulle lacrimae rerum di Virgilio potrebbe farci riflettere sulle ragioni dei dolori che ci circondano.
Quel che è certo è che i tempi che viviamo, seppure in assenza della guerra che imperversava all’epoca di Sereni, ricordano un po’ l’espressione ipsa etiam pace saevum di Tacito. Perché anche la pace può essere ammantata di saevitia, cioè di ferocia e violenza: è necessario, però, che non si diventi feroci e violenti pure noi. E i libri – non solo i classici greci e latini, eh! – possono sempre essere un buon antidoto.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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