Due libri (più uno) per far pace con la teoria del caos

Tempo di lettura stimato: 11 minuti
2020: la scienza e il pensiero magico. Riflessioni a partire da tre testi, molto diversi tra di loro, utili in classe per un percorso che parte dalla pandemia e riguarda il nostro essere cittadine e cittadini.

 

«Immaginate la persona che più amate. Immaginatela seduta sul divano a mangiare cereali e a sproloquiare su un argomento interessantissimo, tipo il fastidio che le danno quelli che firmano le e-mail con l’iniziale e basta anziché sprecarsi a battere quelle quattro lettere in più e completare l’opera. Prima o poi Caos verrà a prendersela. Caos la danneggerà dall’esterno – con un ramo che cade, un’auto che corre, un proiettile – o la disferà da dentro, con vincendo le sue cellule ad ammutinarsi. Ed è sempre Caos che ti fa marcire le piante, ti uccide il cane e ti arrugginisce la bici. Corrompe i ricordi più preziosi, manda all’aria le tue città preferite, rovina qualunque riparo tu costruisca. E il punto non è se, ma quando. Caos è l’unica sicurezza di questo mondo. Il padrone che tutti domina. Mio padre, scienziato, mi insegnò presto che dalla Seconda legge della termodinamica non si scappa: l’entropia può solo aumentare, nessuno potrà ridurla, non esiste un modo per farlo. Un essere umano accorto accetta questa verità. Un essere umano accorto non si oppone».

Sono le parole che Lulu Miller, giornalista scientifica americana, pone a prologo del romanzo biografico e autobiografico I pesci non esistono. Una storia d’amore, di perdita e dell’ordine segreto della vita (trad. Luca Fusari, Add Editore, Torino 2020, 214 pagine, calcolando anche le ultime 15 che offrono una ricca bibliografia). Il sovrano è il caos e un uomo che pensò di opporsi alla seconda legge della termodinamica è il tassonomista americano David Starr Jordan, uno di quegli scienziati che si prefiggono l’arduo compito di mettere ordine nel caos della terra.

Il saggio narrativo di Miller è una deliziosa lettura che offre l’occasione per conoscere la storia di un’ossessione d’inizio secolo: Jordan aveva dedicato la sua vita alla classificazione di migliaia di pesci (circa un quinto di quelli noti all’epoca) quando nel 1906 un violento terremoto mandò in frantumi la collezione, riportando migliaia di esemplari pazientemente catalogati a un «ammasso di materia sconosciuta». La lezione che avrebbe potuto trarne è che in un mondo dominato dal caos ogni tentativo di «fare ordine» non può che essere votato al fallimento. Ma l’indomito Jordan non accettò la resa al gran «mare dell’oggettività», al contrario: si armò di ago e filo e si impegnò a ricucire tutti i pesci che riusciva a identificare alla propria etichetta di stagno. Il filo, sostituto dei vasi di conservazione, consentì alla sua ricerca di proseguire e di resistere ai molti assalti del caos, così che negli anni successivi le ricerche di Jordan ebbero il tempo di intrecciarsi con le ambiguità della scienza primonovecentesca e con la barbarie delle sue derive eugenetiche.

Ho iniziato l’appassionante lettura alla ripresa delle lezioni di settembre, nel clima surreale di norme e divieti con i quali, invano, abbiamo inteso resistere al terremoto poco spettacolare e molto pervasivo che ha raggiunto la scuola, come ogni altro ambito della nostra vita sociale. Cercavo, forse, un manuale di ostinazione, mentre, come molti e forse tutti, ero costretta ad abituarmi all’idea che a volte l’unica forma di resistenza è proprio la resa.

La lettura de I pesci non esistono è amena per molte ragioni: la vicenda di Jordan, amabilmente raccontata, è intervallata da frammenti di vita della stessa Miller, alcuni dei quali legati al rapporto con il padre, uomo di scienza a cui l’autrice deve la lezione più importante della sua vita:

«Papà mi spiegò che l’unico padrone era Caos, il turbine di forze imprevedibili che, per puro accidente, ci crea e che presto ci distruggerà. (…) Non dimenticare mai, disse indicando il tappeto di aghi di pino dietro casa, che per quanto ti senta speciale, non ci sono differenze tra te e una formica» (p. 36).
Sembra un tema leopardiano e, proprio come in Leopardi, l’insignificanza dell’uomo e delle formiche non si traduce in un vuoto morale: «Tu non conti nulla. Neanche gli altri contano, ma tu trattali come se contassero» (p.39). Forse con un po’ di pazienza rileggerò Leopardi con Anna Maria Ortese, ma ora non voglio perdere il filo, arrivo al punto.

Quella che avrebbe potuto essere una realtà tetra ha riempito di grande vigore l’esistenza del padre di Lulu Miller. Talento? Fortuna? Di certo una forza che non tocca a tutti o, almeno, non sempre, non a Lulu Miller, che infatti cercando nella biografia di Jordan una fonte di ispirazione vi trova l’illuminante constatazione che esiste qualcosa che permette agli esseri umani di sopravvivere al Caos e questo non è l’ottimismo, ma una qualità che ricorda il celebre aforisma kafkiano: «Teoricamente esiste una possibile felicità piena: credere nell’Indistruttibile in sé stessi e non aspirare ad esso».
Siamo agli antipodi delle teorie del pensiero positivo, dell’osannata capacità di plasmare con la volontà il proprio e altrui destino, e certamente l’aforisma dell’indistruttibile di Kafka offrirebbe una raffinata risposta al delirante wishful thinking che, nei dibattiti del web che hanno sostituito oggi i discorsi da bar, investe le politiche sanitarie, come quelle economiche e sociali.

2020: la scienza e il pensiero magico

Quel che vorremmo lasciare alle spalle, una volta superati questi mesi pandemici, è la sfiducia nella scienza. Certo, sulla scienza si è talvolta ricamata un’illusione di onnipotenza che sembrava proprio figlia dell’eccessiva fiducia nel pensiero positivo: guarire e perfino eliminare attraverso la ricerca e la prevenzione ogni malattia, prolungare la vita umana oltre ogni umana attesa, manipolarla fin dal suo inizio. L’umanità del nuovo millennio ha qualche volta guardato alla scienza e alle sue applicazioni con la credulità fideistica che altre antiche generazioni hanno rivolto alle divinità, e oggi quel delirio misura il fallimento dell’illusione. Ma questa è un’ottima notizia: la scienza è incolpevole della delusione quanto dell’illusione: incuranti del pensiero comune, i ricercatori non hanno mai smesso di applicare quel metodo sperimentale che, da Galileo in poi, fonda sulla provvisorietà e verificabilità di ogni acquisizione il suo fondamento metodologico.

Le verità della scienza sono infatti per definizione perfettibili e provvisorie: lo stesso Galileo passa alla storia per il metodo (e per la violenza della forzata abiura delle sue teorie), non certo perché ogni sua deduzione astronomica abbia oggi la stessa attendibilità dell’epoca in cui fu affermata. Il tempo passa, gli strumenti di osservazione e misurazione si perfezionano, gli errori e le false prospettive si emendano, la comunità dialogante degli scienziati si allarga, diventa globale, converge sulla pratica della peer review, la revisione paritaria specialistica. Il fatto che gli scienziati abbiano pareri discordi, si orientino su differenti piste di ricerca multidisciplinare, delude chi cerca una voce univoca e oracolare (e certo dovrebbe richiamare gli scienziati a una comunicazione chiara e misurata, non istintiva), ma la diversità delle opinioni è l’essenza stessa del metodo, non il suo limite.

Come diversi altri colleghi, ho proposto ai miei studenti di quarta una lettura che potesse integrare efficacemente i percorsi scolastici, evidenziando la correlazione tra lo studio in aula e la realtà nella quale siamo immersi, e stimolando una riflessione etica che a buon diritto ascriveremmo all’area dell’educazione civica.

Il saggio si intitola Nel contagio ed è opera dello scrittore e fisico Paolo Giordano (Einaudi, 2020), a mio giudizio la penna che dalle pagine del «Corriere della Sera» ha offerto in questi mesi le riflessioni più equilibrate e meglio argomentate sulla pandemia, i suoi meccanismi di trasmissione, il ruolo dei comportamenti individuali e l’influenza dei bias cognitivi, ossia i pregiudizi informativi che inficiano la razionalità del giudizio.

Si tratta in effetti di un piccolo libro, che però ha il merito di rendere anche matematicamente evidente, a partire da qualcosa che è già accaduto in passato e ancora accadrà, la complessità del mondo che abitiamo, l’interconnessione tra le specie e quanto «l’effetto cumulativo delle nostre azioni singole sulla collettività sia diverso dalla loro somma». La matematica, nella quale Galileo vedeva l’alfabeto del mondo, è lo strumento indispensabile per comprendere quanto è accaduto e sta accadendo e per scrollarsi di dosso le intuizioni infondate: «le epidemie, prima che emergenze mediche, sono emergenze matematiche, perché la matematica (…) è la scienza della relazioni, descrive i legami e gli scambi tra enti diversi, cercando di dimenticarsi di cosa sono fatti quegli enti, astraendoli in lettere, funzioni, vettori».

Il testo spiega in termini semplici ed efficaci il modello SIR, ossatura trasparente di ogni epidemia, per la quale l’umanità (ma dovremmo dire tutte le specie potenzialmente ospiti del virus) si dividono in Suscettibili (non ancora contagiati), Infetti e Rimossi (i contagiati e non più contagiosi). La trattazione si concentra sull’indicatore R0, fondamentale nella prima fase di diffusione di un’epidemia, e l’analisi dei modelli matematici è utile a evidenziare lo scarto tra le nostre attese cognitive, come quella che vorrebbe ogni incremento di contagio graduale e lineare, e una «natura per sua natura non lineare», anzi, piuttosto orientata a 1crescite vertiginose o decisamente più morbide, gli esponenti e i logaritmi»: la crescita esponenziale sorprende e atterrisce tutti noi, abituati a fidarci di un pensiero intuitivo, ma non stupisce gli scienziati.

Lo stesso vale per le nostre ottimistiche previsioni: augurarsi il meglio non sempre significa augurarselo nel modo giusto, specie quando si ha a che fare con eventi e fenomeni naturali che non corrispondono alle nostre attese: «Aspettare l’impossibile, o anche solo l’altamente improbabile, ci espone a una delusione ripetuta. Il difetto del pensiero magico, in una crisi come questa, non è tanto di essere falso, quanto di condurci dritti verso l’angoscia».

Dal libro di Paolo Giordano scaturiscono alcune lezioni importanti di ordine scientifico ma anche etico.

La prima è che il contagio, nella fredda astrazione matematica, è anche una specie di sfida, un grande gioco nel quale «la decisione migliore non è presa in base al mio tornaconto personale. La decisione migliore è quella che considera il mio tornaconto contemporaneamente a quello di tutti gli altri». È il medesimo monito del padre di Lulu Miller: «tu non conti nulla e neanche gli altri contano, ma tu trattali come se contassero», e chi scrive non può non mettere in relazione questa prospettiva con la consapevolezza dell’ultimo Leopardi, che davanti all’insignificanza dolorosa e crudele della natura invoca la «social catena». Nell’epidemia i Suscettibili devono proteggere sé stessi anche per proteggere gli altri.

La seconda lezione è che l’imparare a pensarci come collettività, come organismo unico, ha un carattere geograficamente largo, perché nessun uomo è un’isola e nessun paese può uscire da una pandemia isolandosi e pensando di non condividere le proprie risorse e le proprie soluzioni. «Esistono milioni e milioni di Ultrasuscettibili per cause sociali ed economiche. Il loro destino, anche se sono geograficamente molto lontani, ci riguarda molto da vicino».

Infine, la terza lezione estende il concetto di interconnessione a tutte le specie viventi del pianeta: «La nostra aggressività verso l’ambiente rende sempre più probabile il contatto con questi nuovi patogeni che fino a poco tempo fa se ne stavano tranquilli nelle nuove nicchie naturali». La deforestazione, l’estinzione accelerata di molte specie animali, gli allevamenti intensivi che finiscono per creare involontarie colture virali e batteriche, mostrano che i virus, come pure i batteri, i funghi e i protozoi sono profughi della distruzione ambientale: «se riuscissimo a mettere da parte un po’ di egocentrismo, ci accorgeremmo che non sono tanto i nuovi microbi a cercarci ma noi a cercare loro».

Sono questi i temi già affrontati da una lettura suggerita dai colleghi scientifici: Spillover. L’evoluzione delle pandemie, saggio dello scrittore e divulgatore scientifico David Quammen, pubblicato 8 anni fa negli Stati Uniti (l’edizione italiana, con la traduzione di Luigi Civalleri per Adelphi, è invece del 2014) e diventato oggi di estrema attualità per la capacità di evidenziare la relazione tra gli sviluppi epidemici e pandemici e le alterazioni ecologiche di origine antropica, che creano le condizioni perché virus e batteri si diffondano anche attraverso salti di specie. Come spiega anche Giordano, «il contagio è un sintomo, l’infezione è l’ecologia».

Cittadini di un mondo globale

Il Sars-Cov-2, nemico invisibile, ha messo in crisi molte certezze e generato delusione, ma riflettere scientificamente sul tema ci costringe a puntare l’attenzione su alcuni punti essenziali del nostro essere cittadini. Un percorso di didattica integrata che volesse approfondire le connessioni “civiche” del tema, anche attraverso i testi qui proposti, potrebbe trovare riferimenti ad almeno due delle tre le aree della nuova disciplina previste dalla legge 92/20 agosto 2019: quella costituzionale (diritto, legalità e solidarietà) e quella relativa allo sviluppo sostenibile.

Inoltre la pandemia offre anche l’occasione per ricavare dal sapere scientifico non soltanto presunte certezze, ma la salutare pratica del dubbio, che nella scienza è più importante della verità. Per quel dubbio e per la responsabilità che ne deriva possiamo costruire la nostra responsabilità di cittadini di un mondo complesso: informati, consapevoli e capaci di atteggiamenti adeguati al contesto.


P.S.

Congedo queste righe nei giorni dell’incertezza scolastica (presenza o DAD? Tutti o al 75% o al 50%?). Faremo come ci diranno di fare, ma mi pare che valga la pena inquadrare il presente in quadro più ampio perché anche l’incertezza trovi senso e speranza.

Condividi:

Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it