La responsabilità
 secondo don Peppe

Essere responsabili significa saper dare delle risposte, essere in grado di comprendere la necessità di darle nel rispetto del contesto e delle persone, comprendere che la responsabilità di ognuno diventa corresponsabilità se vista in dimensione comunitaria.

Essere responsabili significa saper dare delle risposte, essere in grado di comprendere la necessità di darle nel rispetto del contesto e delle persone, comprendere che la responsabilità di ognuno diventa corresponsabilità se vista in dimensione comunitaria.

diana

 

Il 19 marzo 2014 saranno passati 20 anni dall’uccisione di don Giuseppe Diana, morto per amore del suo popolo, e Casal di Principe si prepara ad accogliere migliaia di cittadini che marceranno per le vie del paese. Ricordare don Peppe Diana vuol dire tramandare alle nuove generazioni il suo straordinario impegno, ma anche far emergere appieno la sua figura di sacerdote attraverso le storie personali e le esperienze vissute da chi è stato al suo fianco. È in questo solco di liberazione e di rinascita che si inseriscono tutti i percorsi di responsabilità sociale che la sinergia composta dal “Comitato don Peppe Diana” e dalla delegazione casertana dell’associazione “Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” promuove da circa 10 anni nelle scuole di ogni ordine e grado. Attraverso la continua ricerca di nuove strategie comunicative per rendere efficaci tali interventi, si è deciso di propendere verso metodologie che oltre a fornire elementi teorici di riflessione, mirano all’accompagnamento attivo dei ragazzi sul territorio. Diversi gli obiettivi comuni:
– la costruzione della memoria di don Giuseppe Diana, contestualizzando la sua vita di persona comune in una realtà problematica;
– la realizzazione di azioni educative e didattiche sui temi dell’impegno civile e sociale per una cittadinanza attiva;
– la promozione nelle nuove generazioni della speranza, dell’impegno e dell’assunzione di responsabilità.

Formazione etica e sociale
La socialità, dimensione costitutiva dell’essere umano, si riferisce alla capacità costruttiva di vivere insieme agli altri, condividendo impegni e vincoli, istanze, progetti e opere sulla base dell’insieme di valori e norme che regolano la vita della comunità sociale. La socialità, si costruisce attraverso complesse dinamiche interpersonali, conflitti cognitivi e affettivi, articolati da processi di interscambio e comunicazione, attraverso interiorizzazione, da parte di ciascuno, di un apparato condiviso di comportamenti e consuetudini. In tal senso, la socialità appare intrecciata alla eticità, alla condivisione sociale di vincoli e di responsabilità nei confronti degli altri, delle istituzioni e dell’ambiente. Socialità ed eticità si incontrano nel campo della solidarietà sociale. Alla luce di questa categoria si cominciano a valorizzare nuovi diritti, dai diritti umani ai diritti della natura. L’educazione etico-sociale si sostanzia, nell’impegno a fare acquisire atteggiamenti di solidarietà e di rispetto dell’altro, di valorizzazione delle affinità e degli interessi comuni, di riconoscimento delle differenze e delle peculiarità individuali e culturali.
L’educazione alla legalità democratica ha ampliato sempre di più i propri confini divenendo il comune denominatore di esperienze educative apparentemente diverse fra loro. L’educazione alla cittadinanza attiva e responsabile, la promozione di comportamenti prosociali e altruistici, l’educazione alla convivenza civile, la prevenzione del bullismo, la tutela dei diritti delle minoranze, l’incontro fra culture diverse, la pace, l’uso responsabile del denaro, il rispetto delle regole, l’approfondimento sulla conoscenza delle mafie, la cultura dell’antimafia, della memoria, la legislazione antimafia, i comportamenti “etici” nello sport e il problema del doping sono temi e aree di intervento che rappresentano, nei fatti, le varie declinazioni attraverso cui l’educazione alla legalità trova percorsi di discussione e confronto.
Due i pilastri su cui poggia la filosofia di intervento di Libera nelle scuole: la prosocialità e la pedagogia legale. La prima implica quei comportamenti che, senza la ricerca di ricompense esterne, favoriscono altre persone, gruppi o fini sociali e aumentano la probabilità di generare una reciprocità positiva, di qualità, solidale nelle relazioni interpersonali o sociali. La seconda si ritiene raggiunta quando la persona impara a seguire una norma non in quanto imposta da una qualsiasi autorità (genitore, insegnante, datore di lavoro, eccetera), ma piuttosto perché sente che quel comportamento deontologico è l’unica via che gli permette di essere uomo in mezzo ad altri uomini.

 

liberaNell’ottica del learning by doing, ogni laboratorio di cittadinanza attiva è soprattutto un grande cantiere didattico in cui i partecipanti sentono, comprendono, parlano, realizzano. Per una reale acquisizione di pratiche democratiche nella vita quotidiana è necessario attivare un processo di condivisione e di interiorizzazione delle regole, che non sono più imposte dall’alto ma sono forme di tutela dei propri diritti e di quelli altrui. Da un punto di vista formativo l’apprendimento esperienziale risulta essere la metodologia più idonea a questo tipo di obiettivi. Le esperienze concrete sono un “linguaggio” che tutti possono afferrare e permettono di incidere più in profondità rispetto a quelli trasmessi a parole.
Contribuire a formare cittadini responsabili vuol dire, in maniera costante e continua, acquisire sempre nuove competenze per far comprendere, conoscere e promuovere la cultura della convivenza sociale, delle regole del vivere civile, del rispetto, della partecipazione e della responsabilità. Ormai da tempo si è compreso la necessità e la “forza preventiva” di educare alla responsabilità e alla cittadinanza.
Le attività di educazione e formazione sono cresciute e si sono sviluppate differenziandosi di volta in volta in relazione agli obiettivi specifici, ai contesti territoriali, alle collaborazioni:
– stimolare i ragazzi a osservare criticamente la realtà in cui vivono;
– promuovere la cooperazione e la solidarietà;
– invitare gli individui a interrogarsi sulle contraddizioni, sui problemi che li circondano;
– riflettere sul perché di alcune dinamiche sociali locali;
– cercare di individuare le responsabilità di chi non fa o non fa bene e proporre suggerimenti/soluzioni;
– re-impadronirsi del territorio in cui si vive;
– facilitare la riflessione sul bene comune;
– promuovere la libera espressione nel rispetto dell’espressione altrui;
– partecipare alla vita sociale, alla costruzione della realtà.

Il riutilizzo dei beni confiscati
I beni confiscati sono stati simboli del potere dei camorristi su territori da loro dominati. Il loro utilizzo da parte delle istituzioni e della società civile organizzata è il segnale della perdita di controllo e di prestigio di questi criminali, proprio nel loro stesso ambiente. Diventa, quindi, un indicatore della crescita di comunità alternative alla camorra; la prova reale del processo di cambiamento in atto nelle terre di camorra. I progetti di educazione alla legalità e alla responsabilità sociale attraverso il riutilizzo sociale dei beni confiscati, sono stati gli strumenti più efficaci di cui si sono dotati la delegazione casertana di Libera e il “Comitato Don Peppe Diana” nel corso di questi anni per portare avanti i loro programmi.
Questi percorsi vogliono aiutare i ragazzi a riflettere sulle azioni, i modi e le finalità delle organizzazioni criminali che ostacolano lo sviluppo di un territorio e favoriscono la sperequazione sociale. Attraverso la storia di un proprietà confiscata alla mafia, i ragazzi hanno modo di conoscere che cosa significhi il blocco di un bene e la sua restituzione alla collettività, di quale sviluppo venga generato prima e dopo la confisca. Le attività presentate favoriscono la creazione di un rapporto tra la scuola e le cooperative di riutilizzo del bene confiscato, attraverso una conoscenza diretta. Inoltre aiutano i ragazzi a diventare protagonisti di uno studio di proposte relative all’uso più indicato che si potrebbe suggerire per il riutilizzo di nuovi beni confiscati.

Formazione e testimonianza
La modalità utilizzata permette agli studenti di sentirsi protagonisti dell’attività, essi infatti partecipano alla progettazione, all’organizzazione e alla stesura delle fasi di lavoro di un dossier che verrà presentato con modalità differenti, sia nella scuola sia nella città in cui si è inseriti. Lo studio del personaggio e delle azioni da lui svolte saranno motivati dall’obiettivo della trasmissione del sapere che favorirà nei ragazzi un’assunzione di responsabilità diversa nei confronti del compito assegnato. Si sottolinea, infatti, che una motivazione adeguata può davvero spingere i ragazzi verso la conoscenza di un fenomeno apparentemente lontano dalla propria esperienza.
Salvatore Nuvoletta, carabiniere. Federico Del Prete, sindacalista. Franco Imposimato, impiegato. Attilio Romanò, informatico. Alberto Varone, commerciante. Domenico Noviello, imprenditore. Sono questi alcuni nomi simbolici, ritratti sconvolgenti ma non rassegnati. Perché anche nella Gomorra assatanata di soldi e di potere arriva una sentenza giusta emessa “in nome del popolo italiano”; c’è qualcuno, un insegnante, un giornalista, una studentessa, un prete, che difende a testa alta i valori dell’Italia civile. Libera ha redatto un elenco con oltre 700 nomi di persone che hanno pagato con la vita il prezzo del loro impegno nel contrastare la prepotenza mafiosa, ovvero le cui vite, per casi fortuiti, sono state travolte dalla ferocia criminale. Attraverso questo elenco, disponibile sul portale dell’associazione è possibile rintracciare i nominativi di una o più vittime di mafie, sulle quali iniziare il percorso didattico. Ricostruire una storia, quindi anche per evidenziare carenze o possibili prospettive per la propria città, per sottolineare i punti critici che interessano la sicurezza dei cittadini e per capire infine che è importante promuovere l’impegno di tutti a scapito di comportamenti di delega o indifferenza.

 

ricercan5Le “Terre di don Diana”
Dal 2009 abbiamo proposto a tante scolaresche di vivere un’esperienza di protagonismo reale alla lotta antimafia. Un viaggio che propone un modo nuovo e diverso di conoscere e di imparare, perché è visita di istruzione in un territorio vissuto in chiave equo-solidale, in compagnia di persone impegnate nell’economia solidale che sperimentano e propongono le buone pratiche del consumo critico. Un’esperienza importante non solo per apprendere l’interculturalità, la valorizzazione dei luoghi, la salvaguardia della memoria e delle risorse. Essere a fianco degli operatori delle cooperative, che con enorme sforzo si impegnano nella difficile ma fondamentale opera di restituzione dei beni confiscati alla collettività diventa un modo per contrastare in concreto la camorra. I programmi proposti sono fatti di incontri con persone che con i loro racconti ed esperienze di vita solleciteranno i partecipanti a riportare lo stesso impegno anche nei loro territori di provenienza.
Non solo beni confiscati, ma anche visite guidate nei luoghi di interesse della provincia di Caserta, da Aversa normanna al millenario santuario di Villa di Briano, fino ai piccoli incontaminati borghi del casertano, con lo scopo di far conoscere paesi e luoghi che per troppo tempo sono stati dimenticati ed oltraggiati da chi li ha rovinati e da chi si è arricchito sulle rovine. Paesi, gente, popoli che ora desiderano farsi ri-conoscere in un’ottica di riscatto e di cittadinanza attiva perché è questa che vivono.

Un progetto realizzato
Si tratta di un progetto formativo finanziato dal MIUR, che ha coinvolto 25 istituzioni scolastiche della provincia di Caserta (secondarie di I e II grado) realizzato nell’a.s. 2009/2010.
Abbiamo svolto laboratori nei quali i giovani, con gli adulti, potessero conoscere l’economia sociale, nella quale si producono beni e servizi di pubblica utilità e con la quale si promuove uno sviluppo sostenibile, dove al centro c’è l’uomo e l’ambiente nel quale vive. Un’economia che, su territorio a dominio camorrista come quello dell’agro-aversano, può essere un valido antidoto alle logiche e alla cultura dell’economia criminale. I laboratori in particolare si sono focalizzati sugli obiettivi di far conoscere la produzione di beni e servizi di utilità sociale come antidoto all’economia criminale; di sensibilizzare all’uso responsabile dei beni comuni, in particolare i beni confiscati alla camorra; di far acquisire competenze pratiche agli studenti, usando come case history i beni confiscati nella provincia di Caserta.

[N.d.r. Questo articolo è contenuto nel numero 5 de La ricerca, in uscita in questi giorni.]

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