Cambiamento climatico e percezione degli studenti

Storyboard di un’esperienza improntata al metodo del debate sul tema del cambiamento climatico.

Introduzione: le premesse e gli obiettivi dell’attività

Il tema del cambiamento climatico è all’ordine del giorno: richiamate all’azione da esperti, intellettuali e movimenti di opinione, sono sempre di più le istituzioni che prendono sul serio il problema, pianificando nuove azioni e nuove politiche da mettere in pratica nei prossimi 10 anni. A fronte di questa convinzione, sussistono tuttavia le posizioni di chi, anche all’interno del mondo della scienza, sostiene che il problema non sia così grave o, quantomeno, che sia di origine naturale e non il prodotto delle attività umane. Le posizioni più estreme di questa visione sono etichettate sotto la definizione di “negazionismo climatico”, in estensione con il concetto di “negazionismo” nato per descrivere l’atteggiamento di quanti si ostinano a negare la Shoah, a cui fanno da contraltare – all’estremo opposto e con eguale termine dispregiativo – i “catastrofisti”, ossia quanti vedono ormai avviato il percorso all’estinzione della vita umana sulla Terra.

Districarsi tra questi estremi e tra le numerose posizioni intermedie è difficile, trattandosi di un tema tanto complesso, che necessita per essere trattato e compreso di elevate competenze scientifiche e di informazioni precise, in un mondo caratterizzato invece dalla produzione e circolazione sempre meno controllata di notizie e opinioni di difficile verifica, spesso del tutto avulse dai fatti (le cosiddette fake news).

Con questa attività si è inteso fare riflettere gli studenti sul tema del cambiamento climatico, proponendo diverse interpretazioni del problema, sviluppando con loro il dibattito ed accompagnandoli in un breve percorso di commento e verifica incrociata delle diverse posizioni espresse informazioni e di riconoscimento delle notizie non suffragate da robustezza scientifica.

L’attività è stata realizzata all’interno di una classe prima di scuola secondaria superiore (Istituto Salvemini di Casalecchio di Reno, Bologna) nelle ore curricolari dell’insegnamento di geografia. In accordo con la docente titolare si è pensato di proporre la metodologia didattica del debate, una tecnica riconosciuta per acquisire competenze trasversali (life skill) e competenze chiave di cittadinanza discostandosi dalla tradizionale lezione frontale. Il debate consiste in un confronto fra due gruppi o squadre di studenti che sostengono o controbattono una tematica proposta dal docente, che funge da facilitatore dell’attività. Obiettivo del debate è aiutare i giovani a selezionare le fonti, formare l’opinione su determinati argomenti e, al contempo, sviluppare competenze di public speaking, educazione all’ascolto, autovalutazione.

1. Organizzazione dell’attività

L’organizzazione del lavoro ha quindi previsto la seguente articolazione:

  1. intervento seminariale di un esperto esterno, che ha trattato il tema: perché il cambiamento climatico non è una priorità, perché l’allarmismo è esagerato;
  2. intervento seminariale di un esperto esterno, che in un momento successivo ha trattato il tema: il cambiamento climatico a livello globale e in Emilia-Romagna, perché è bene preoccuparsi della situazione;
  3. attività in aula: il gruppo classe è suddiviso in cinque gruppi di cinque studenti ciascuno (uno di soli quattro), affidando a ogni gruppo un tema a supporto di una delle due tesi (il cambiamento climatico è/non è un problema reale per la nostra società) da sviluppare e da supportare con dati e informazioni; due gruppi decidono di assumere la posizione degli scettici, due dei preoccupati e uno decide di avviare la ricerca senza prendere posizione a priori (dubbio);
  4. una volta sviluppata la fase precedente, i gruppi avrebbero dovuto “sfidarsi” in un dibattito in classe sulle due posizioni, cercando di confutare le ragioni portate dalle controparti, discutendo e svelando le fake news volutamente o inconsapevolmente portate a supporto delle proprie tesi.
  5. questa attività – impedita dall’avvio del lockdown – è stata sostituita da un’attività individuale: ogni studente ha commentato autonomamente con una relazione scritta i principali risultati di uno degli altri cinque gruppi, argomentando le proprie impressioni;
  6. al termine, un facilitatore di eco&eco ha ripreso i principali spunti emersi dal lavoro dei gruppi e dai commenti successivi, per rimarcare alcuni aspetti e tendenze, in una breve relazione condivisa con gli studenti.

 

 

2. I seminari: le ragioni di scettici e preoccupati

A presentare le due posizioni sono stati chiamati in momenti differenti due esperti di tematiche climatiche e ambientali. I seminari, di un’ora, hanno visto come relatori un referente di eco&eco, che ha presentato le ragioni di chi nutre scetticismo verso l’effettiva esistenza di un’emergenza climatica, ed un esperto di ARPAE Emilia-Romagna a illustrare le motivazioni di chi considera il cambiamento climatico un problema rilevante.

2.1 Clima ed emergenza climatica: le ragioni degli scettici

Partendo da un caso emblematico, ancorché fuori contesto, di errore previsionale (quello del primo piano di sviluppo della città di New York, che nel 1870 prevedeva l’abbandono della città entro il 1920 per l’impossibilità di gestire le deiezioni dei cavalli, necessari come mezzo di locomozione di una popolazione che sarebbe arrivata a sei milioni di abitanti), il relatore ha introdotto ed esaminato diversi esempi conclamati o incriminati di previsione sbagliata da parte di modelli di simulazione climatico-ambientale.

Tra essi, anche quelle di The Limit to Growth, del Club di Roma (1972), che aveva previsto: 1. esaurimento del petrolio entro l’inizio del secondo millennio; 2. riduzione delle risorse naturali del 25%; 3. riduzione della produzione di beni agricoli entro il 2010; 4. crollo della produzione industriale entro il 2020; 5. riduzione della popolazione a partire dal 2025.

Altri esempi portati di allarmi climatici e delle relative conseguenze sono “Una scomoda verità”, il documentario di Al Gore (2006), e un lancio di agenzia del 2019, secondo cui il 1° agosto di quell’anno 11 miliardi di tonnellate di ghiacci della Groenlandia si sono sciolti nel corso della giornata. Quest’ultima notizia è stata confutata dal professor Franco Battaglia (UNIMORE), secondo cui si è trattato di un modestissimo assottigliamento dovuto alla stagione estiva (6 millimetri in tutto), poi recuperato a partire dal termine del periodo più caldo.

Un altro documento esaminato è stata la lettera con cui 508 scienziati, professionisti, esperti e uomini delle istituzioni si sono rivolti al Segretario Generale dell’ONU (Antonio Guterres) e al Segretario della Convenzione ONU sui Cambiamenti Climatici (Patricia Espinosa) per richiedere una «Scienza per il clima meno politicizzata» e una «politica contro il cambiamento climatico più scientifica». La critica si è appuntata da un lato sulle “esagerazioni” che molti scienziati incorporano nelle loro previsioni sul riscaldamento globale, dall’altro sull’enfasi data alle politiche di mitigazione a scapito di quelle di adattamento, nonostante i più elevati costi delle prime.

Le conclusioni della lettera sono che il cambiamento climatico è il risultato di cause soprattutto naturali (il clima sulla Terra è variabile fin dalle origini del pianeta, con fasi naturali più fredde e più calde), che esso è inferiore a meno della metà di quanto annunciato dai modelli previsionali, e che non esiste alcuna evidenza statistica della sua presunta responsabilità sulla intensificazione e maggiore frequenza di uragani, inondazioni, casi di siccità ed altre calamità.

In sintesi, gli scettici sostengono che da sempre il nostro Pianeta conosce oscillazioni nel clima, anche in periodi storici in cui l’attività umana era meno estesa. Negli ultimi tempi, tuttavia, previsioni allarmistiche basate su una modellistica lacunosa, che più volte in passato ha mostrato di esagerare la dimensione delle crisi ambientali, hanno conosciuto nuova fama. Al contrario, di fronte a un cambiamento climatico comunque dovuto per lo più a cause naturali, si deve continuare ad avere fiducia nella capacità umana di trovare soluzioni. In questo senso, le politiche di adattamento sono preferibili a quelle di mitigazione, in quanto meno costose e rispettose delle opportunità dischiuse dal progresso tecnologico.

2.2 Cambiamenti climatici: le ragioni di chi li considera un allarme

La settimana successiva è stata la volta di un tecnico di ARPAE Emilia-Romagna raccontare le ragioni di chi invece vede nel cambiamento climatico un problema da affrontare entro i prossimi 20 anni, pena la irreversibilità.

Basandosi su dati scientifici degli osservatori internazionali e su quelli regionali, sono state mostrate le correlazioni esistenti tra emissioni di CO2, innalzamento delle temperature medie e aumento della frequenza degli eventi calamitosi. Stanti gli attuali andamenti, secondo stime dell’International Panel on Climate Change (IPCC) la temperatura sulla Terra raggiungerà nel 2100 un incremento di 4,7°C rispetto al periodo precedente la Rivoluzione Industriale, rendendo la vita per il genere umano insostenibile. Si deve agire ora, per fare in modo che tale incremento non sia superiore a 2,5°C.

A questo scopo, si devono introdurre politiche di mitigazione incentrate sull’adozione di un nuovo sistema energetico basato sul 100% di fonti rinnovabili (riduzione dei consumi energetici ed il blocco della deforestazione), su trasporti sostenibili e sulla innovazione tecnologica in settori quali l’edilizia. L’obiettivo è quelli di ridurre le emissioni di CO2, responsabile principale dell’effetto serra.

A dover sostenere questo sforzo, che contrariamente a quanto si dice ha una serie di effetti positivi su occupazione e crescita economica, sono soprattutto i Paesi più sviluppati; questo non solo per motivi di equità, ma anche perché essi sono i principali responsabili delle emissioni mondiali, sia in termini assoluti che come tonnellate equivalenti pro-capite (in questo, gli USA hanno emissioni pro-capite pari a 20 volte l’Africa, quasi tre volte la Cina e i Paesi dell’UE).

3. Il lavoro degli studenti

Come anticipato, gli studenti sono stati chiamati a realizzare una relazione per piccoli gruppi, organizzando dati ed informazioni a supporto di una delle due tesi. Questi lavori sono stati sottoposti a valutazione e giudizio da parte dei loro stessi compagni, in modo che a ogni studente di un gruppo è stato affidato il compito di commentare il lavoro di un altro gruppo (Cfr. Par. 1).

Tanto la realizzazione della nota, quanto il commento successivo, hanno consentito di mettere in luce alcuni aspetti di estremo interesse sulla percezione del problema e, soprattutto, delle tesi a supporto di uno o dell’altro orientamento da parte dei ragazzi. Quella che segue è una riflessione dall’esterno sulle principali questioni che emergono dai lavori degli studenti, senza alcuna volontà di giudizio né di critica al lavoro svolto, che è stato accurato e meritorio da parte di ciascun partecipante e della docente.

 

3.1 Principali elementi emersi

Alla fine, sono quattro le famiglie di questioni su cui appuntare l’attenzione.

3.2 Previsioni che non si verificano: la scienza e l’anti-scienza

I gruppi che hanno assunto la posizione degli scettici, così come molti commentatori individuali del lavoro dei gruppi, hanno preso come esempio di previsioni che non si sono avverate – inferendo da essi la fallacità della scienza previsiva in stile Club di Roma – anche casi totalmente anti-scientifici, quali la «fine del mondo prevista per il 1954, comunicata con un messaggio dal pianeta Clarion a Dorothy Martin» e «la fine del mondo nel 2011 prevista da Braulio Herrera a beneficio dei suoi fedeli».

Come evidente, si tratta in entrambi i casi di previsioni che nulla hanno a che vedere con il cambiamento climatico, e – soprattutto – basate su superstizione e credulità, ovvero quanto di più lontano dal metodo scientifico esista. Sembra dunque sussistere, di fronte a una previsione sul futuro, la difficoltà a distinguere quando essa si basa su ipotesi ascientifiche tout court e quando invece su interpretazioni di osservazioni e dati, corrette o fallaci che siano.

3.3 Eventi naturali ed eventi climatici

Il secondo aspetto che emerge è la commistione tra i concetti di calamità naturale e calamità climatica. Questo è comprensibile ed è più frequente nella confusione, ad esempio, tra fenomeni quali lo tsunami (causato da un terremoto che crea onde pericolose nel momento in cui si infrangono sulla costa) e la mareggiata o l’inondazione, correlate con il cambiamento climatico, ma finisce per ricomprendere anche altri fenomeni come terremoti (nessuna correlazione) e incendi (correlazione potenziale).

Tutto ciò è dovuto alla scarsa conoscenza dei fenomeni conseguenti al cambiamento climatico, classificati sbrigativamente come fenomeni naturali e, in quanto tali, associabili ai terremoti.

3.4 Cognizione del grado di credibilità di una fonte

Gli studenti hanno mostrato difficoltà nel selezionare la qualità e la credibilità delle fonti. Si tratta di un problema complesso, forse non alla portata di ragazzi della scuola secondaria e problematico da trattare anche per gli esperti.

Tale difficoltà è risultata evidente in particolare nella fase di commento individuale ai lavori dei compagni, con apprezzamento che è sì andato a chi ha espresso opinioni suffragate da siti e notizie, senza tuttavia interrogarsi sulla effettiva scientificità delle informazioni a supporto. Si riscontra infatti una tendenza in primis a indurre che qualunque notizia pubblicata sia automaticamente vera o, quantomeno, che sia stata verificata (come peraltro dovrebbe essere) e, aspetto questo meno giustificato, che i diversi mezzi di informazione (web, televisione, giornali, …) abbiano pari livello di affidabilità.

3.5 Attrazione per le notizie rassicuranti

Come tutti, anche gli studenti tendono a essere più ricettivi verso le notizie rassicuranti, che tendono a depotenziare le emergenze. Esempi di questo tipo sono il richiamo all’affermazione secondo cui «fasi di riscaldamento ci sono sempre state tra una glaciazione e l’altra» e secondo cui «i picchi climatici nel Medioevo erano superiori a quelli attuali», entrambe opinioni standard portate dagli scettici, che tuttavia la scienza specializzata tende a criticare o quantomeno a contestualizzare.

Notizia similare, menzionata da più di un gruppo di lavoro, riguarda «la possibilità di vivere anche in terre sommerse grazie alle tecniche disponibili, come fanno gli Olandesi da diversi secoli». Si configura in questo caso una non dichiarata predilezione per le “strategie di adattamento”, che tuttavia hanno un costo non necessariamente inferiore alle “strategie di mitigazione”, come invece sostenuto da cosiddetti scettici (Cfr. Par. 2.1).

Hohe Tauern Wilderness Audit Mission 2015 163121.jpg – © European Wilderness Society CC BY-NC-ND 4.0

 

 

4. Cosa è stato restituito

Il quadro precedente, ben lontano dall’essere preoccupante o inaspettato, pone l’attenzione su un aspetto dirimente: come fornire agli studenti gli strumenti per orientarsi nel mare magno dell’informazione, scientifica o pseudo scientifica. In maniera più precisa, si è lavorato con gli studenti (purtroppo a distanza) fornendo alcuni spunti su come discernere la comunicazione scientifica da quella che non lo è.

A tale scopo, è stata proposta agli studenti una “scala di affidabilità”, non omnicomprensiva né scevra da possibili critiche, che ha classificato le diverse fonti secondo il grado di loro rispondenza a controlli di validità.

  • all’ultimo posto, i social network. Non soggetti di fratto ad alcun tipo di controllo (tant’è che solo di recente i principali hanno iniziato a introdurre modalità di selezione delle notizie ospitate), e chiunque può aprire una pagina su di essi e diffondere o veicolare opinioni, con poco contraddittorio (è disponibile al titolare della pagina o dell’account la modalità del blocco) e senza verifica. Nonostante il loro ruolo proattivo nell’ampliare e rendere democratico il dibattito, sono la fonte principale di fake news. L’approccio migliore a essi è partire dal presupposto che quanto di tecnico o di scientifico riportano sia falso fino a prova contraria, ricredendosi eventualmente dopo avere verificato la notizia con altre fonti. Una verifica iniziale può riguardare il titolare della pagina/account del social network: se è un’agenzia scientifica riconosciuta o un’istituzione, è più probabile che i contributi (che si tratti di un post o un tweet) riflettano posizioni ufficiali e quindi soggette a qualche tipo di verifica. Diverso se si tratta di pagine individuali di referenti di quelle stesse istituzioni (un ricercatore o il Sindaco), che quindi intervengono a titolo personale, spesso non suffragato da analisi o ricerche;
  • salendo nella scala, si incontrano i siti web generalisti, che condividono molti dei problemi elencati per i social network. Con essi, l’errore più comune è pensare che le notizie siano suffragate da fonti e dati verificati, così come che gli autori siano automaticamente esperti del tema che trattano. Purtroppo, è sempre più usuale l’attitudine di chi scrive a non verificare le fonti e a preferire di veicolare l’opinione che li vede partecipi, piuttosto che fornire gli strumenti per interpretare l’attualità. Questo vale oggi per i siti web di molti giornali nazionali e vale, a maggior ragione, per i blog (che sono molto simili ai social) ed i giornali non ufficiali, senza un Comitato di redazione1;
  • il “gradino” successivo è occupato da giornali e quotidiani con comitato di redazione, chiamato a discutere ed eventualmente bloccare notizie non verificate. Ciononostante, hanno gli stessi problemi di credibilità visti sopra;
  • poi ci sono i libri scientifici; nemmeno in questo caso, tuttavia, la pubblicazione è sinonimo di credibilità assoluta, perché non è automatico che una casa editrice o una collana abbia insediato un comitato scientifico a valutare l’affidabilità dei testi. Ultimamente i temi scientifici e i saggi hanno infatti conosciuto crescente notorietà presso il pubblico generalista, cosicché l’interesse alla pubblicazione da parte dell’editore è spesso legato al “mercato” potenziale, più che alla robustezza scientifica dell’opera. Un’altra dinamica piuttosto diffusa negli ultimi anni – soprattutto per testi scientifico-divulgativi – è quella di pubblicare libri a spese dell’autore, altro aspetto che tende a rilassare i meccanismi di controllo di fonti e veridicità dei testi. Rispetto ai casi precedenti, tuttavia, un libro ha il vantaggio di seguire circuiti diversi: una notizia di un giornale o un post su internet si dimentica molto velocemente, sostituita già il giorno dopo da una nuova. Un libro è più “persistente”, si presta a lettura attenta e a commenti su riviste specializzate. Questo significa che un libro più facilmente può essere “notato” e sottoposto a critica, cosicché se l’autore non è accurato, finisce per essere facilmente sconfessato, trovando più difficile in futuro pubblicare nuovi libri o essere apprezzato dalla comunità scientifica. In ogni caso, la notorietà e la reputazione della casa editrice e della collana possono aiutare a orientarsi sull’accuratezza dei controlli compiuti prima della pubblicazione2;
  • infine, al gradino più alto di questa scala, ci sono le riviste scientifiche. La loro diffusione è per lo più tra addetti ai lavori (università, centri di ricerca, biblioteche ed esperti), difficilmente circolano presso il grande pubblico, anche perché le più importanti sono pubblicate in inglese, così da estenderne al massimo la diffusione tra i membri della comunità scientifica internazionale. Rispetto ai libri, hanno due caratteristiche a renderle più affidabili: (i) la periodicità di pubblicazione, di solito ogni 2/3 mesi, così da rappresentare sempre l’avanzamento massimo del discorso scientifico e da assicurare l’attualità dei temi; (ii) il sottoporre gli articoli a peer review prima di accettarne la pubblicazione, con analisi e verifica di almeno tre esperti dello stesso settore scientifico e di pari livello dell’autore. Inoltre, una volta pubblicato, l’articolo circola negli ambienti scientifici e qualunque altro esperto può scrivere una critica o una confutazione (che a sua volta sarà sottoposta a peer review).

Questa scala di affidabilità indica quindi nella categoria delle riviste scientifiche peer-reviewed le fonti da citare con maggiore sicurezza, lasciando tuttavia sempre aperta l’ipotesi di confutazione anche per esse. Una simile interpretazione può aiutare a orientarsi di fronte a una notizia, ma resta comunque affidato all’arbitrio di ciascuno dare maggiore o minore credito a una notizia o a un’opinione.

Conclusioni: una valutazione dell’esperienza

Nel corso di questo lavoro, già complesso e articolato in sé, ma reso ancora più complicato dalle modalità imposte dal lockdown, sono emersi spunti di grande interesse, anche quando non del tutto inattesi, che possiamo riprendere in sintesi come segue:

  1. attitudine a dare ascolto a chi veicola messaggi rassicuranti, anche quando smentiti o quantomeno messi in discussione dai fatti; questo è un aspetto tipico della natura umana, che coinvolge naturalmente anche gli studenti;
  2. difficoltà nel discernere all’interno della macrocategoria delle cosiddette “catastrofi naturali”, distinguendo tra quelle di effettiva origine naturale e quelle di origine antropica. Nemmeno questo è un atteggiamento esclusivo degli studenti: basti pensare a tutte le volte in cui particolari categorie di portatori di interesse (Amministratori, agricoltori, cittadini) hanno invocato la dichiarazione dello stato di calamità naturale per danni in realtà conseguenti a eccesso di cementificazione (come a ogni esondazione del Seveso a Milano) o al danneggiamento di edifici costruiti in zone non autorizzate, ad esempio nelle aree golenali dei fiumi. Diversa, e forse più legata all’inesperienza dell’età, la difficoltà a distinguere tra ipotesi ascientifiche e irrazionali e previsioni che, per quanto sbagliate, si basano comunque su ipotesi rigorose;
  3. infine, direttamente collegato a un livello di competenza che non può essere sufficientemente sofisticato in uno studente ancora in fase di formazione, si palesa la difficoltà nel selezionare qualità e credibilità delle fonti, con conseguente inattitudine a distinguere tra un blog, magari pubblicato con intenti di pura polemica e studi che hanno seguito un metodo scientifico, tra la famigerata fake news e l’opinione informata.

La scuola e la società nel suo complesso – poiché a ben vedere quelli elencati sono limiti interpretativi presenti anche nel corpo sociale, non solo tra gli studenti – hanno il tempo e la maniera per lavorare su ciascuno di questi aspetti: sul primo di essi, favorendo lo sviluppo del pensiero critico, anche quando “scomodo” e allarmante. Sul secondo, andando in profondità nella spiegazione dei fenomeni e migliorando la capacità di analisi degli studenti. Sul terzo, lavorando sulla comprensione dei diversi linguaggi e delle diverse modalità di comunicazione; quest’ultimo aspetto non può prescindere dalla conoscenza delle lingue e le culture straniere, perché l’informazione scientifica è internazionale e il dialogo con essa è improntata all’apertura e all’accoglienza di idee diverse.


Ringraziamenti: questa esperienza si inserisce in un più ampio progetto dal titolo: “Attività di comunicazione, diffusione e coinvolgimento degli stakeholder ai fini dell’attuazione della Strategia di mitigazione e adattamento per i cambiamenti climatici della Regione Emilia”, finanziata da ART-ER (agenzia per l’Attrattività, la Ricerca e il Territorio della Regione Emilia-Romagna).

Si ringraziano per il supporto Fabrizio Tollari, Angela Amorusi ed Enrico Cancila (ART-ER) e Patrizia Bianconi (Regione Emilia-Romagna).

Note

1. Il riferimento è legato a un contributo – citato e molto apprezzato da alcuni studenti – sul tema delle previsioni che non si realizzano. La fonte in oggetto è un articolo di tono al limite del sarcastico sulla prevista inondazione di Venezia entro il 2000 ospitato da un sito web (www.meteolive.it). L’autore, peraltro anche redattore capo e amministratore della pagina, si autodefinisce “esperto di meteorologia e previsioni del tempo”, ma ha formazione umanistica, che lo ha portato a scrivere “romanzi gialli a sfondo climatico” (meteo-thriller), secondo la sua stessa definizione.

2. Anche in questo caso, il commento segue lo spunto dei lavori degli studenti, che hanno assunto come “prove scientifiche” i lavori di un professore universitario di notevole esposizione mediatica, che ha pubblicato volumi divulgativi sul tema del cambiamento climatico, esterno dal suo campo di applicazione scientifica (quest’ultima, la chimica delle molecole).

Francesco Silvestri

Economista, si occupa da 25 anni del complicato rapporto tra tutela dell’ambiente e sviluppo economico. Amministratore della società eco&eco Economia ed Ecologia srl di Bologna, dal 2008 è professore a contratto di Istituzioni di Economia presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Va in giro in bicicletta per necessità, ancor prima che per convinzione ideologica (non ha mai preso la patente).

Liliana Falasconi

Insegnante e libera professionista in campo edile, è consigliere dell’Ordine dei Periti Industriali della provincia di Bologna. Dal 2011 si occupa di architettura svolgendo la libera professione e dal 2013 ha scelto di insegnare nella scuola secondaria di secondo grado le materie Laboratorio di progettazione e Geografia. Negli ultimi anni si è dedicata alla sensibilizzazione dei giovani verso le problematiche globali e locali contemporanee, tra le quali il cambiamento climatico.

Altri articoli dello stesso autore:

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it