Boschi, foreste e identità

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Dove il mito dell’identità si perde, nasce l’Europa. Alcune riflessioni a margine dei libri di Federica Manzon e Maurizio Bettini.

Un paio di premesse, prima di cominciare

Vorrei parlare di due opere che al momento del mio acquisto si fronteggiavano dagli scaffali, richiamandosi in ragione del titolo, ma prima due premesse.

Mentre completo questa doppia recensione si è appena conclusa la cerimonia di insediamento del neo presidente Biden e io l’ho seguita con un misto di invidia e perplessità. Ciò che colpisce oltreoceano è che le narrazioni siano brevi e arrivino sicure al lieto fine. Non è solo questione di regia, musica e colori: abbiamo visto un popolo a terra, piegato dagli scontri e dall’apparente fragilità delle istituzioni democratiche, abbiamo letto nella cronaca i segni di un tramonto, e invece l’America ripropone se stessa come un Paese comunque aurorale e, a due settimane dall’assalto al Congresso, offre al mondo un “the end” identico a qualunque altro film o racconto che l’abbia vista prima colpita da un nemico esterno o interno o da un cataclisma e infine vincente con tutto il suo sogno. Ora, il sogno è soprattutto una narrazione e, come ogni narrazione, si fonda su un patto di sospensione della credulità. Affermarlo non sminuisce la portata del cambiamento, perché le narrazioni sono da sempre un modo di cambiare la realtà e la cambiano in effetti, nel senso che gli effetti ci sono.

Quel tipo di sospensione della credulità, però, dalle nostre parti non funziona o forse prende soltanto gli ingenui. Chi non vorrebbe commuoversi per l’insediamento di un buon governo, mentre Malika Ayane canta nella cerimonia del giuramento? Sorridiamo all’idea, che infatti resta un vagheggiamento, a cui è difficile credere guardando la cronaca politica di oggi e di sempre. Così proviamo qualcosa che vorremmo poter chiamare sdegno, ma che sdegno non è, perché lo sdegno richiede una fede che spesso manca. E questa mancanza sul momento può sembrare un vizio, perché, se ogni narrazione può avere e ha effetti sul mondo reale, anche quella del disincanto, che sembra appunto la nostra, ne avrà.

Cosa impedisce a noi la fiducia in un lieto fine che invece altrove vediamo? È un dato nazionale? Un’attitudine della vecchia Europa? Sarà lo scotto di aver praticato più analisi che sintesi, una postura diffidente ai trionfi o, per gli Italiani, il cinismo nato da secoli di sudditanza e poi incistato nella coscienza come una specie di dote transgenerazionale? Di fatto, non siamo un popolo di pionieri, più spesso eravamo quelli a cui la terra fu tolta, senza che questo sia mai stato un merito.

La seconda premessa si lega a eventi che potrebbero avere una portata storica non dissimile da quelli che ricordiamo il 27 di gennaio e che invece sfilano sotto i nostri occhi quasi senza generare la reazione che ci si aspetterebbe: parlo di donne e uomini profughi della rotta balcanica, dispersi nel gelo dei nostri confini. Con qualunque governo, pare, il Paese in cui viviamo è il luogo in cui la pietà è intermittente, l’interesse accende o spegne la luce sulle vite degli altri, li respinge ai margini, sulle montagne e nei boschi. E le foreste, come il mare, sono il buio in cui si eclissano le responsabilità. Restano le leggi (si dirà giustamente), ma bastano le leggi a consolare e, soprattutto, a dire chi siamo? Se ciò che accade sul confine istriano (o a Bardonecchia) ci sembra una cosa enorme (e lo è), come ‘fingere’ che vada bene così, a quale narrazione che definisca quello che siamo affidare una sana sospensione della credulità?

Proviamo a ipotizzare che lo spazio della nostra narrazione europea sia uno spazio silvestre. La selva, il bosco, la foresta sono da sempre un topos che attraversa il nostro immaginario letterario e folclorico e sono certa che le lezioni indugiano su questi aspetti del simbolico. Tuttavia per la mia riflessione prendo a prestito un passo di Gianbattista Vico: «L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie». (La scienza nuova, Libro primo, lezione seconda, LXV). L’immaginario della Vecchia Europa parla una lingua che per Vico è nata nel (dal) bosco, e di ciò resta una memoria che attraversa le generazioni e le interroga. Altrove, in un’America perciò sempre giovane, uomini già alfabetizzati hanno conquistato le sterminate praterie, addomesticato chi le popolava, e per questo forse la lingua in cui ufficialmente si raccontano e legiferano può nascondere sotto una narrazione unitaria e coesiva tutte le sue contraddizioni.

Colpisce che la costituzione americana includa il diritto inalienabile alla «ricerca delle felicità», le nostre carte costituzionali non hanno mai osato tanto: sarà perché da queste parti i boschi vivono ancora e nei boschi le cose sono meno nette? Se quello della foresta in America è un richiamo, l’invito a recuperare la dimensione individuale del selvaggio, da noi è qualcosa di più complesso, che a volte assomiglia a un rimorso. Ma lasciamo le astrattezze, torniamo ai due libri.

Nel bosco passano i sentieri del sogno europeo

L’ultima opera di Federica Manzon, Il bosco del confine, da poco edito da Aboca, è stata una scoperta emozionante: romanzo breve (o racconto lungo) attraversato da vera poesia, con una lingua al contempo precisa e gentile, trascina il lettore in una storia semplice eppure complessa come sono tutte le storie europee. Lo fa a 25 anni dall’Accordo di Dayton per la pace in Bosnia ed Erzegovina, richiamando alla mente della mia generazione un sommerso di ricordi che provo a condensare nell’uccisione di due giovanissimi amanti sul ponte di Vrbanja (Sarajevo): Admira Ismic era una venticinquenne musulmana, Boško Brkic il suo fidanzato un serbo ortodosso, e i colpi dei cecchini li raggiunsero il 19 maggio del 1993, facendo del loro abbraccio fatale il simbolo di una città pacifica e multietnica martoriata in nome del delirio identitario. Di queste cose dovremmo parlare agli studenti quando parliamo di Europa.

La storia che Federica Manzon racconta, meno epica dell’immagine di quell’abbraccio, è tuttavia altrettanto incisiva perché, anziché portarci altrove, si posiziona in prossimità, proprio nel cuore selvaggio della coscienza nazionale ed europea. Il racconto inizia nel 1979 con una serie di verbi all’imperfetto (facevamo lunghe passeggiate, ci alzavamo, andavamo avanti, camminavamo sempre verso…) che collocano la voce narrante e suo padre sui boschi delle alture che separano (e uniscono) la popolazione di due stati: la l’Italia, in cui la giovane protagonista è nata e cresciuta, e il territorio jugoslavo, oggi sloveno. «Nel bosco non esistono confini», è la massima che il padre ripete di continuo alla figlia, quasi un oracolo o un mantra, un segreto da adulti: «nel bosco non puoi dire questo albero è mio o è tuo, non puoi nemmeno controllare le persone che lo attraversano». (p.12)

Nel 1979 la protagonista non è ancora del tutto uscita dall’infanzia e condivide con il padre un legame esclusivo, speciale, fondato sulla fatica di un camminare errabondo, solitario nonostante la vicinanza dei due, che infatti si scambiano poche parole che, proprio in virtù della rarità, resistono al tempo come scolpite su pietra. Sull’altura che separa le due città Schatzi riceve la sua iniziazione alla montagna e a una natura aspra selvatica: impara così ad orientarsi in base alla luce e ai riferimenti del paesaggio, ma anche a modulare i propri passi al pensiero di «centinaia di uomini illustri che hanno fatto della passeggiata nella natura il fondamento del pensiero europeo» (p. 13-14).

Vivere in una città che si specchia in un’altra posta oltre il confine (di là) significa fare i conti con un’identità complessa, anche perché Schatzi ha una madre italiana, un padre serbo per nascita e cosmopolita per esperienza e vocazione e abita un luogo in cui la gente parla un dialetto che testimonia nei suoni una storia articolata e difficile. In più frequenta una scuola straniera sul Carso, nella quale impara il serbo-croato e coltiva uno spirito internazionalista: «ho trascorso l’infanzia in un equilibro esotico: straniera in una scuola che non avevo motivo di frequentare […], intrusa nel mio quartiere dove i bambini andavano tutti alle stesse elementari nell’ordinato viale di commissione asburgica». Uno «spirito internazionalista combatteva i confini e i provincialismi» di cui erano l’incarnazione tutti coloro che abitavano più a ovest della città, «cittadini di una sola nazione», e non come lei e la sua stravagante famiglia, «di una più vasta cultura balcanico-mediterranea» che soltanto negli anni della maturità Schatzi imparerà a definire europea e a sentire propria.

L’eccentricità di Schartzi trova un punto di svolta nell’inverno del 1984, quando insieme al padre assiste ai Mondiali invernali di Sarajevo, lì incontra Stefan, vecchio amico del padre, e il nipote di questi, Luka. Sono giorni brevi e densi, l’età è quella giusta perché la vita cambi e Sarajevo, non ancora dilaniata dall’assedio e dalla capricciosa crudeltà dei cecchini, vista dall’alto appare come due città, per via del fiume Miljacka che l’attraversa. A guardarla così Schatzi si «sente salire alla gola quel sentimento vago di cui parlano le canzoni bosniache, ka sevdah, la piacevole sofferenza spirituale che si prova quando si accetta che la propria vita è fatta anche di dolore e ci si abbandona al piacere di questo preciso momento» (p. 54).

Non dirò di più, per non svelare una trama che sembra fatta di nulla ma che è invece attraversata dalla violenza della storia e non tace la difficoltà delle scelte e la piega ambigua dello spirito di sopravvivenza, quando sopravvivere è una scommessa. Ma spero che questo mio invito basti a sentire che proprio il ka sevdah è il malinconico antidoto di ogni narrazione trionfalistica. Il libro, come dicevo, sa raccontare senza spiegare troppo (per via allusiva e suggestiva) la portata violenta del concetto di identità, che proprio nelle vicende della ex Jugoslavia e nel suo dissolversi, ha manifestato lo stretto legame con il sacro, travestimento strumentale alla lotta per il potere.

Il furore dell’identità secondo Maurizio Bettini

Hai sbagliato foresta (Il Mulino, Bologna 2020) ) è invece il saggio con il quale da filologo classico Bettini esplora il tema a lui caro dell’identità. Il verso viene dalla celebre poesia di Giorgio Caproni, Caballetta dello stregone benevolo (Non chieder più / Nulla per te qui resta / Non sei della tribù / Hai sbagliato foresta). Devo ringraziare l’intuizione analogica che mi ha portato ad acquistare, e poi leggere, i due libri insieme, per poter dire ora che racconto e saggio sviluppano per due vie il medesimo tema: la geografia delle relazioni umane.

Il lavoro di Bettini è, come ci si aspetta, tutto incentrato sulle parole e sulla loro storia. Vi scopriamo che la parola identità è un concetto alieno agli antichi Romani, qualcosa che Cicerone e Seneca non riconoscerebbero, perché nata in un contesto cristiano e teologico all’epoca di Costantino, per rispondere all’esigenza di sancire la natura unica comune al Padre e al Figlio, in opposizione dalla dottrina di Ario. L’identità dunque nasce sacra, ha a che fare con soggetti divini, non umani, e non costituisce un’alternativa alla vocazione romana all’assimilazione, alla societas, al meticciato che costituisce il fondamento di Roma sin dal suo primo passaggio da piccolo villaggio a città.

Il viaggio nelle parole merita davvero il tempo della lettura: il termine alterità, per esempio, richiama l’alterazione o l’adulterazione della purezza che si vorrebbe caratteristica essenziale dell’identità – l’adulterio è quindi l’atto della donna che si unisce ad un uomo diverso dal marito (ad + alter) e questo mischiarsi determina contaminazione, impurità, adulterazione appunto.

Proprio la sacralità del concetto di identità è stata alla base della violenza anche in tempi a noi più vicini: alla morte di Tito, con il tramonto di un’idea di nazione multinetnica che trovava nel culto del leader la sua più forte ragion d’essere «la difesa dell’identità serba si è accompagnata alla teoria e alla pratica della pulizia etnica, sullo sfondo costituito dal mito religioso della cosiddetta Serbia celeste. Tutto prese inizio da un evento: la riesumazione solenne delle spoglie del duca Lazar, l’eroe cristiano caduto contro i Turchi nella battaglia del Campo dei Merli. Una volta compiuta questa cerimonia, il sarcofago aperto venne fatto girare in processione di paese in paese, preparando così il terreno alla costruzione e all’affermazione dell’identità serba (p. 31).

Il saggio di Bettini è uno strumento importante in un momento in cui, da un lato, l’esperienza degli ultimi mesi mostra che nessun uomo è un’isola e che per la maggioranza i flussi di persone su cui si gioca la nostra rischiosa esistenza non sono quelli che interessano profughi e migranti (e ricorderete chi asseriva che sarebbe venuto da loro il contagio); dall’altro lato, oggi come un secolo fa, la crisi economica e politica offre terreno fertile alla rinascita di miti fortemente identitari e sovranisti che identificano nell’altro alternativamente un pericolo o un nemico. In tutto ciò la storia degli ultimi resta ai margini, si mimetizza nel sottobosco tra le foglie, lasciano le loro impronte sulla neve esseri umani per i quali l’esistenza stessa è una scommessa: the game, è oggi il nome che si dà ai tentativi di sfidare la sorte e la polizia di confine.

Credere al bosco

Il presidente degli Stati Uniti si insedia con una cerimonia a cui il mondo intero guarda con occhi sognanti, qualcuno da quel sogno si lascia cullare e non sarà un male se per quella via “onirica” il mondo sarà poi meno ingiusto e più inclusivo.

Al contrario, la nostra vecchia Europa è custode di una storia lunga, complicata e imperfetta, tuttavia non meno aurorale, a ben guardare. Raccontare la selva, ossia le contraddizioni della storia, significa educare una disposizione morale forse dolente ma anche profondamente umana, fondata sulla consapevolezza che il mondo è senza pace, sul senso della caducità di tutte le cose, e dunque su una calma malinconia che è il terreno su cui fiorisce la pietà, quel senso del sacro che include e non esclude, e che poi è l’eredità del profugo Enea, non a caso arrivato da Oriente.

Che sia questo il sogno in cui, di nuovo, potremmo credere?

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Elena Rausa

Docente di Lettere nei Licei e Dottore di Ricerca in Italianistica. Ha pubblicato due romanzi: “Ognuno riconosce i suoi” (Neri Pozza 2018), “Marta nella corrente” (Neri Pozza 2014).

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