Alighieri americano

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La notorietà di Dante negli Stati Uniti risale ai decenni che precedono la guerra civile. Sorprendentemente, è stato l’aspetto politico della Commedia, molto più che quello teologico, a incuriosire i lettori americani.
Da Dante’s Inferno, videogioco per Playstation, 2010

Il 31 gennaio 2010, durante il Super Bowl, è andato in onda lo spot di Dante’s Inferno, un videogioco tratto dalla Divina Commedia. La Electronic Arts, una delle più grandi aziende di videogiochi al mondo, ha acquistato trenta secondi di pubblicità per promuoverlo. Pagando fra due o tre milioni di dollari (una piccola parte di quanto è costato lo sviluppo dell’applicazione), si è garantita il pubblico televisivo più vasto possibile. Ma lo spot aveva attirato l’attenzione dei media già prima che andasse in onda, perché i dirigenti della CBS avevano chiesto e ottenuto di cambiare l’invito finale rivolto agli spettatori da “Go to Hell” (Andate all’inferno), un po’ troppo tranchant per quel tipo di pubblico, in un più morbido “Hell Awaits” (L’Inferno aspetta). D’altra parte, nessuno ha criticato la violenza gotica che caratterizza il videogioco.

Nello spot, Dante è raffigurato come un cavaliere crociato e nel primo segmento si vede una donna bionda, molto formosa e scollata, che gli porge la mano in un’evidente richiesta di aiuto. Subito dopo la donna viene avvolta dalle fiamme e precipita all’Inferno cadendo in una voragine apertasi nel suolo. Le immagini fanno capire che è la donna amata da Dante, Beatrice, e che quest’ultimo, disperato, deve salvarla da Satana. Per farlo, salta anch’egli nella voragine, cadendo per centinaia di metri nelle profondità dell’Inferno. Mentre numerosi mostri cercano di ucciderlo, i versi struggenti di Ain’t No Sunshine, una canzone di Bill Withers del 1971, aggiungono un malinconico sapore pop alla violenza delle immagini: «Non splende il sole da quando lei è via / Non c’è calore quando lei è via / Non splende il sole da quando lei è andata / Ed è sempre troppo a lungo ogni volta che lei è via».
Il tutto si conclude con Dante che elimina centinaia di gul e di demoni con una falce, mentre lo slogan “Hell Awaits” compare sullo schermo.

Dante nella cultura popolare americana

La presenza di Dante nella cultura popolare americana non si limita certo a questo spot. Film recenti come Seven (1995) e Saint John of Las Vegas (2010) hanno una trama basata sulla struttura dell’Inferno. I lettori di mystery hanno contribuito al successo di The Dante Club (Il circolo Dante, 2003), un romanzo di Matthew Pearl, bestseller nella classifica del “New York Times”, mentre Inferno (1976) di Larry Niven e Jerry Pournelle è stato nominato per il prestigioso Premio Hugo come miglior opera di fantascienza. E anche negli ultimi anni si succedono sempre nuove traduzioni della Commedia; le più recenti sono firmate da due poeti molto noti al pubblico, Robert Pinsky (Inferno, 1994) e William Merwin (Purgatorio, 2000).

Sono però soprattutto i giocatori di videogiochi ad apprezzare lo stile di Alighieri, persino più dei lettori e degli spettatori di film. L’elenco dei videogiochi ispirati alla Commedia comprende alcuni dei titoli più apprezzati degli ultimi vent’anni: Doom; Devil May Cry e Devil May Cry 3; Final Fantasy IV, V e VI; Halo 3; Fallout 3; Rainbow Six: Vegas.

Se poi consideriamo tutti i riferimenti a Il pensatore, la scultura che Auguste Rodin modellò immaginando un Dante pensoso, indeciso a varcare la porta infernale, allora la lista degli omaggi della cultura pop americana al Sommo Poeta aumenta ulteriormente. E si fa infinita se contiamo tutte le citazioni di uno dei versi più famosi della letteratura mondiale: «Lasciate ogni speranza, o voi che entrate».

La traduzione di Longfellow

L’interesse per Dante negli Stati Uniti si è consolidato a partire dal 1867 con la traduzione della Divina Commedia da parte di Henry Wadsworth Longfellow, la prima a opera di un americano.

È un’edizione ancora oggi molto popolare; non a caso, per tornare agli esempi fatti prima, Dante’s Inferno utilizza citazioni da questa traduzione e lo stesso Longfellow è diventato il protagonista de Il circolo Dante, un romanzo che lo immagina intento a tradurre la Commedia e contemporaneamente a risolvere un misterioso omicidio nella Boston appena uscita dagli orrori della guerra civile, intorno al 1865.

L’interesse culturale per Longfellow (Pinsky lo celebra come il miglior traduttore inglese di Dante) ci consente di datare con precisione la diffusione della Commedia in America. Oggi è considerato fondamentale, ma l’entusiasmo popolare per questo testo inizia solo un paio di decenni prima della traduzione di Longfellow.

Ancora agli inizi dell’Ottocento, nonostante secoli di grande popolarità in Europa, Dante era quasi sconosciuto al pubblico americano. A quel tempo in inglese era disponibile solo la traduzione della Commedia fatta da Henry Boyd nel 1785, ma essendo stata pubblicata solo in Inghilterra non aveva avuto alcun impatto culturale sugli Stati Uniti. Nel Settecento nessun editore americano pubblicò alcun altro testo di o su Dante. Prima della storica traduzione di Henry Francis Cary del 1814 (The Vision of Dante Alighieri), un lettore anglofono curioso poteva accedere alla Divina Commedia solo imparando l’italiano. Sino ad allora, nessun corso universitario, nessun autore importante e nessun articolo della stampa popolare ne aveva mai parlato.

Nel corso dell’Ottocento, tuttavia, questa negligenza si ribaltò in un fortissimo interesse. Già nei decenni prima della guerra civile (1861-1865), Ralph Waldo Emerson, Herman Melville, Nathaniel Hawthorne, Margaret Fuller, Edgar Allan Poe e molti altri autori americani avevano letto la Commedia e l’avevano assimilata nel loro lavoro. Dante era ormai diventato un autore tanto importante da influenzare lo sviluppo del Rinascimento americano degli anni Cinquanta dell’Ottocento. […]

Da Dante’s Inferno, videogioco per Playstation, 2010

Un interesse tardivo

A ritardare in questo modo l’accoglienza di Dante può aver contribuito una serie di ostacoli. Il primo è senza dubbio linguistico. Essendo scritta in italiano volgare medievale, la Commedia poteva essere letta solo dai pochi americani che avevano il tempo e la capacità di imparare la lingua madre del Poeta, anche se coloro che avevano una buona conoscenza del latino (all’epoca praticamente chiunque avesse ricevuto un’istruzione universitaria) avevano un vantaggio considerevole in quell’impresa. Va da sé che nel mondo anglofono la Commedia è stata presentata ai lettori principalmente attraverso il veicolo della traduzione, con l’aggiunta di voluminosi apparati di note e prefazioni esplicative che fornivano il contesto e lo sfondo ai riferimenti classici e medievali.

Il secondo ostacolo all’accoglienza di Dante in America è legato all’alterità culturale e religiosa dell’autore. In quanto cattolico, italiano e medievale, apparentemente aveva poco in comune con il clima protestante imperante in America a quei tempi. Il suo cattolicesimo romano può aver provocato l’ostilità di una cultura che, almeno in certi momenti e luoghi, era violentemente anticattolica. Inoltre vi erano all’epoca pochi nativi italiani in grado di promuovere Dante, poiché l’immigrazione di massa dall’Italia non sarebbe iniziata prima degli anni Settanta dell’Ottocento. Perché allora gli americani, per lo più protestanti anglosassoni, iniziarono a leggere Dante già prima della guerra civile e a promuoverlo come uno dei più grandi autori mondiali di sempre? Come furono superati gli ostacoli linguistici, religiosi e culturali?

Queste domande ci riportano alla traduzione di Longfellow, un’opera molto amata, ma anche complessa dal punto di vista letterario e dotata di valore in sé. Longfellow la sviluppò lungo l’intero corso della sua vita, ma la scrisse durante la guerra civile e la pubblicò due anni dopo la sua conclusione, convinto (al pari degli editori, Ticknor e Fields) che sarebbe stato un successo commerciale

La tempistica non è casuale. Dante, infatti, aveva iniziato a essere relativamente popolare sia durante che immediatamente dopo la guerra. Thomas Parsons, un dantista che aveva iniziato a tradurre l’Inferno negli anni Quaranta, proprio in quel periodo terminò la sua lunga impresa, pubblicando nel 1865 la traduzione dei primi diciassette canti dell’Inferno e nel 1867 l’intera prima cantica. Ma già qualche anno prima, nel 1864, quando a causa della guerra la carta era costosa e venivano pubblicati pochi libri, la Harper and Brothers aveva dato alle stampe la traduzione dell’Inferno di John Aitken Carlyle. E l’anno dopo Vincenzo Botta aveva pubblicato il suo Dante as Philosopher, Patriot, and Poet (1865). Infine, cogliendo il successo internazionale delle illustrazioni dell’Inferno di Gustave Doré, un’immigrato tedesco a Filadelfia, Frederick Leypoldt, ne aveva dato alle stampe un’edizione portfolio.

Si potrebbe immaginare che il grande interesse per Dante esploso nel giro di quei pochi anni nascesse dalla coincidenza con il cinquecentesimo anniversario della nascita del poeta (celebrato nel 1865), ma sicuramente non fu così. In un periodo segnato dalla devastazione della guerra è impensabile che gli editori vedessero in quest’anniversario un motivo commerciale sufficiente per opere di grande impegno.

A mio parere la spiegazione va rintracciata nel fatto che il testo dantesco affrontava temi sociopolitici in sintonia con quel particolare contesto storico: l’impatto sociale di una guerra civile, il significato della storia e suo corso futuro, il ruolo proprio e improprio degli imperi nelle vicissitudini mondiali e la convergenza tra politica e religione popolare; tutti argomenti particolarmente significativi per la politica americana anteguerra e postbellica. […]

Un modello di riferimento

La questione particolarmente intrigante non è però quanto il contesto storico americano abbia influito sui Dante Studies, quanto piuttosto quale impatto ha avuto l’improvviso interesse per la vita e l’opera di Dante sulla cultura degli Stati Uniti. Assumendo questa prospettiva possiamo porci alcune domande: in che modo Dante ha influenzato o è entrato in sintonia con la cultura americana? La Commedia ha in qualche modo parlato alla politica e alla religione del Paese? Ha cambiato o migliorato le relazioni fra cattolici e protestanti? Ha stimolato l’interesse per l’Italia come entità politica e culturale? E ancora: la familiarità con Dante ha cambiato il modo in cui gli americani pensavano all’Italia?

Quest’ultima domanda è particolarmente interessante, soprattutto se teniamo a mente che nel corso dell’Ottocento i rivoluzionari italiani avevano lottato per decenni per unificare la penisola e per creare una nuova nazione, un progetto politico realizzatosi, guarda caso, nello stesso periodo in cui gli Stati Uniti, con la guerra civile, si confrontavano con problemi simili.

A lungo riconosciuto in Europa come il grande poeta nazionale italiano, Dante venne allora a rappresentare la lingua e la voce di un popolo lontano ma molto rispettato. L’Italia era associata alla terra e al patrimonio culturale dell’Impero Romano, un importante modello storico per gli americani di quel periodo, e il Rinascimento italiano aveva prodotto capolavori riconosciuti in tutto il mondo. Molti desideravano onorare e far fruttare quest’eredità. Lo dimostra il lungo elenco di americani che negli anni appena precedenti alla guerra civile si recarono in Italia, spinti dall’interesse per i suoi siti storici e le sue conquiste culturali. Un elenco che comprende autori canonici come Waldo Emerson, Herman Melville, Margaret Fuller, Henry Wadsworth Longfellow, Irving Washington, Francis Parkman e Nathaniel Hawthorne.

Considerato il poeta italiano per eccellenza, Dante appariva a questi scrittori come il prototipo di autore capace di distillare l’essenza della sua nazione in un’opera di importanza mondiale, che a sua volta aveva reso onore e aumentato il prestigio dell’Italia. Era esattamente il modello che molti autori americani della giovane Repubblica federale (ad esempio Whitman) cercavano di emulare.

Dante e il New England

Alcuni studi recenti si sono concentrati sulle ragioni culturali dell’ingresso di Dante nella società americana. Before Longfellow: Dante and the Polarization of New England (2001) di Patrick Van Anglen sostiene che Dante fu soprattutto utile alle élite culturali inglesi dell’inizio dell’Ottocento. […] In quanto poeta della moralità sociale, egli forniva una voce autorevole che metteva in guardia dalla degenerazione morale e culturale indotta dagli imperi, una condizione che secondo la teoria della translatio imperii, di cui allora molto si discuteva, avrebbe potuto un giorno toccato anche gli Stati Uniti.

Per le élite americane di quel tempo, infatti, il trasferimento della sovranità imperiale dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti era un evento inevitabile, almeno in teoria, ma che un giorno avrebbe fatto sperimentare al Paese una grave degenerazione morale e persino un rovinoso collasso, inevitabile esito finale, si pensava, di ogni sistema imperiale. Una dottrina che proprio in quegli anni Thomas Cole illustrava nel ciclo Il corso dell’impero [una serie di cinque dipinti titolati Stato selvaggio, Stato pastorale, Consumazione dell’Impero, Distruzione, Desolazione]. In quest’ottica, Dante aveva dato voce al crollo dell’Impero Romano e alla conseguente degenerazione dell’Italia medievale.

In Dante’s Inferno, Jonathan Edwards and New England Calvinism (2005) Kathleen Verduin si chiede invece perché nel diciannovesimo secolo i calvinisti del New England si entusiasmarono tanto per il cattolico Dante. La sua risposta è che i calvinisti (e coloro che avevano abbandonato il calvinismo, come Herman Melville e Mary Moody Emerson, la zia di Ralph Waldo) ignoravano del tutto i problemi dottrinali del cattolicesimo medioevale ed erano interessati solo a questioni teologiche generali, come l’origine della depravazione umana o la possibilità della salvezza. […] Tuttavia, né Van Anglen né Verduin sono pienamente convincenti nella loro analisi del “Dante americano”, poiché si focalizzano solo sulle questioni culturali e religiose del New England, escludendo tutto il resto del Paese.

Da Dante’s Inferno, videogioco per Playstation, 2010

La lettura politica della Commedia

Un altro saggio di Verduin, Dante in America: The First Hundred Years (1996), è più completo, perché ricostruisce l’ascesa del Poeta in diversi Stati, tenendo conto del fatto che le traduzioni inglesi del diciannovesimo secolo della Commedia, pur distribuite a livello nazionale, erano testi storicamente contingenti che hanno plasmato e che sono stati plasmati sia da ragioni culturali sia da esigenze di mercato. Come sottolinea Verduin, la poesia di Dante «difficilmente avrebbe potuto circolare al di fuori delle esigenze del mercato letterario e della rete di produzione, promozione e accoglienza che ne ha consolidato e perpetrato il valore».

Esaminando brevemente le principali traduzioni in lingua inglese (di Cary, Longfellow e Carlyle), egli mostra che lo status sociale e letterario di questi autori fu un fattore importante nella diffusione di Dante ai lettori americani. Ralph Waldo Emerson, ad esempio, brigò molto per la pubblicazione della traduzione di Carlyle (1849), mentre Longfellow faceva parte di un “nucleo letterario” del New England che includeva tra gli altri James T. Fields, un editore che molto facilitò i suoi sforzi per tradurre e pubblicare Dante.

Il saggio di Verduin chiarisce anche che questa rete letteraria di traduttori ed editori non era solo regionale o nazionale, ma di portata transatlantica. Per portare Dante ai lettori americani, si doveva instaurare un’ampia rete sociale capace di coinvolgere anche l’Inghilterra e l’Italia. […]

Per gli americani, l’Italia era affascinante anche dal punto di vista politico, oltre che culturale. Durante la maggior parte dell’Ottocento, molti guardavano con fascinazione romantica le battaglie del Risorgimento, una lotta per un’unificazione nazionale secondo ideali repubblicani. Alcuni, come Margaret Fuller, arrivarono addirittura a partecipare direttamente ai moti risorgimentali italiani.

Uno dei pochi studi ad analizzare le connessioni culturali e letterarie tra l’Italia e l’America dell’Ottocento è American Risorgimento: Herman Melville and the Cultural Politics of Italy (2009) di Dennis Berthold. L’autore usa la figura di Melville per ricordare che il Risorgimento e lo sviluppo nazionale italiano furono paralleli a quelli americani. […]

In effetti Melville, vagamente affiliato al movimento “Young America”, ha utilizzato temi, motivi e riferimenti legati alla cultura italiana in tutte le sue opere, cosa che per Berthold dimostra gli stretti legami culturali nell’Ottocento fra l’Italia e gli Stati Uniti e la misura in cui la fusione fra estetica e ideologia abbia rappresentato in quel periodo un fenomeno transnazionale.

All’inizio dell’Ottocento Dante era considerato la figura principale della letteratura italiana e una delle figure principali dell’idea di “Italia”. Nel capitolo dedicato a Mardi [il terzo libro di Melville, N.d.T], Berthold sostiene che Dante è stato un vero e proprio mediatore culturale tra il Risorgimento italiano e diversi autori americani. E Melville è solo uno di questi. In quanto figura politicamente indipendente, schierata con entrambe e con nessuna delle due fazioni del conflitto guelfo-ghibellino (nella Firenze medievale), e in quanto cattolico romano critico verso la Chiesa, per molti progressisti ottocenteschi rappresentò l’ideale di unità nazionale e di un approccio tollerante fra cattolici e protestanti. «Per gli appassionati americani e inglesi, la lettura di Dante divenne sinonimo di sostegno al Risorgimento». Berthold ricorda anche che fu Vision, l’opera di Cary, a orientare Melville verso una lettura politica di Dante. Essa conteneva infatti ampie note che collocavano la Commedia nel suo contesto storico e politico.

I collegamenti che risultano sono transnazionali e transculturali: un poeta italiano del Trecento (Dante), tradotto da un inglese all’inizio dell’Ottocento (Cary), letto e ripensato da un americano della seconda metà del secolo (Melville), che associava la traduzione inglese di un poeta medievale alla politica italiana contemporanea.

Dante ha poi fornito un esempio di flessibilità ideologica e politica. Come combattente nelle lotte partigiane della Toscana medievale, e avendo cambiato diverse alleanze politiche nel corso della sua vita, rappresentava sia la causa degli Stati sia quella del potere federale e dell’unificazione nazionale. Questa flessibilità interpretativa ha consentito letture politiche multiple e contrastanti della Commedia. Molti sudisti hanno associato Dante alla causa secessionista e al contrario, negli anni Sessanta dell’Ottocento, i confederati nazionalisti del New England ne hanno fatto un nazionalista liberale fautore della pace attraverso l’unificazione. Mentre infuriava la guerra civile, i lettori di entrambe le posizioni interpretarono la Commedia come una prova della validità della loro posizione; una duttilità che rappresenta una delle ragioni principali per cui il Sommo Poeta è diventato, in quel periodo di crisi, un autore rilevante.


Tratto da: J. S. Matthews, The American Alighieri: receptions of Dante in the United States, 1818-1867, in «Iowa Research Online», 2012.

Traduzione di Francesca Nicola.

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