L’oca di Lorenz e le papere robot

Tempo di lettura stimato: 5 minuti
Sul palco di NVIDIA a Berlino quattro paperelle robot ricevono l’ordine di fare un pisolino, e una continua a zampettare: basta un attimo di esitazione per attribuirle una volontà. Accanto alle Microduck, addestrate con l’apprendimento per rinforzo, c’è l’ochetta Martina di Konrad Lorenz, che appena nata scelse l’etologo come madre e finì per cambiargli le giornate. Due modi di imparare dall’ambiente, e una reciprocità che rischia di esistere solo da una parte. 
microduck courtesy © Pollen Robotics
Microduck in campo. Dal Press Kit Microduck, © Pollen Robotics

Alla conferenza NVIDIA a Berlino del 21 ottobre 2026, il fondatore e amministratore delegato dell’azienda, Jensen Huang, ha invitato quattro paperelle a fare un pisolino. Tre si sono adagiate subito; la quarta ha continuato a zampettare, regalando al pubblico, per qualche istante, l’impressione di una piccola disobbedienza.

Si tratta di Microduck, robot alti venticinque centimetri sviluppati da Pollen Robotics, una società del gruppo Hugging Face, piattaforma di riferimento per lo sviluppo e la condivisione di modelli di intelligenza artificiale. Sono dotati di telecamera, sensori di movimento e di profondità e di quindici motori. Possono camminare, afferrare piccoli oggetti con il becco, rialzarsi dopo una caduta.

La scena, che suscita in noi un’immediata empatia per queste piccole creature artificiali, ci propone una questione molto più antica dell’intelligenza artificiale: che cosa significa apprendere dall’ambiente?

«Ero io sua madre»

La domanda ci riporta a L’anello di Re Salomone, libro pubblicato nel 1949 in cui Konrad Lorenz racconta la propria vita accanto agli animali che studiava. Nel capitolo dedicato a «L’ochetta Martina», l’etologo descrive con simpatia l’incontro con una piccola oca selvatica appena nata, che lo guarda attentamente e, al suono della sua voce, lo saluta. Quando Lorenz prova ad affidarla a un’oca domestica, la piccola fugge dal suo riparo e lo segue disperatamente:

Avrebbe commosso un sasso la povera piccina, con quel modo di corrermi dietro piangendo con la sua vocina rotta dai singhiozzi, incespicando e rotolando, eppure con velocità sorprendente e con una decisione dal significato inequivocabile: ero io sua madre, non la bianca oca domestica! (K. Lorenz,  L’anello di Re Salomone, trad. it. di L. Schwarz, Adelphi, Milano 2012, ed. dig.).

In quell’inseguimento l’ochetta ci spiega, con un gesto elementare, la sua direzione, che è inconfondibilmente quella di seguire colui che ha riconosciuto come soggetto di riferimento.

Lorenz ha studiato il fenomeno dandogli il nome, ormai di uso comune, di imprinting: durante una fase sensibile dello sviluppo, alcuni animali imparano a riconoscere una figura di attaccamento a cui rivolgere comportamenti già predisposti biologicamente. La tendenza a cercare e seguire qualcuno è innata, mentre contingentemente viene determinata l’identità – e perfino la specie biologica – di quell’individuo. Per l’oca, lo sguardo e la voce dello scienziato erano diventati segnali di una presenza, la cui sopraggiunta assenza ha scatenato una reazione insistente di richiamo per un ripristino del contatto. Nell’intreccio fra predisposizione ed esperienza, secondo Lorenz l’apprendimento assume quindi la forma di una relazione e conferisce a una specifica presenza un’importanza singolare.

Chi ha adottato chi

L’episodio narra anche di un’ironica e molto significativa reciprocità:

Mi comportai come se fossi stato io ad adottare l’ochetta, non lei me, e la piccola fu solennemente battezzata col nome di Martina. Passai il resto della giornata proprio come suole passarlo un’oca madre (ivi).

Questa relazione, scopre presto lo studioso, cambia anche le sue abitudini. Lorenz, che aveva predisposto le condizioni dell’esperimento, finisce per portarsi dietro l’ochetta e organizzare la giornata secondo le sue necessità. La piccola ha imparato a seguirlo e a sua volta lo scienziato, rispondendo ai richiami, apprende a guardare diversamente gli animali, oggetto privilegiato delle sue ricerche. Il racconto ci ricorda che imparare significa stabilire relazioni con il mondo e lasciarsi trasformare dagli incontri che diventano importanti nel nostro contesto di vita.

Due squadre, regole diverse

È questa dimensione relazionale a rendere particolarmente interessante, forse insidioso, il caso delle Microduck. Il loro apprendimento si basa sul reinforcement learning, apprendimento per rinforzo: in ambienti simulati, gli algoritmi vengono addestrati a produrre comportamenti secondo obiettivi prestabiliti, e poi trasferiti al robot fisico. È un sistema molto distante da quello dell’imprinting.

Ancora una microduck. Courtesy © Pollen Robotics

Eppure, quando una papera meccanica esita prima di coricarsi, siamo immediatamente tentati di riconoscervi una volontà, magari persino un piccolo capriccio. Il comportamento della macchina assume ai nostri occhi i tratti di un’interazione fra esseri viventi e suscita risposte affettive che appartengono però solo al nostro modo di fare esperienza delle relazioni.

Il rischio è di finire per confondere la realtà delle emozioni che proviamo con quella di una reciprocità che non abbiamo motivo di attribuire a questi robot. Crediamo di partecipare alla stessa partita, mentre tra le due squadre le regole del gioco sono profondamente differenti. L’apprendimento che rende le Microduck capaci di rispondere ai nostri gesti non implica affatto che la nostra presenza abbia per loro il significato che Lorenz aveva assunto agli occhi di Martina.

Anzi, se il robottino smettesse di comportarsi come abbiamo imparato ad aspettarci, la cocente delusione dell’ochetta potrebbe piuttosto essere la nostra, soprattutto quella dei bambini ai quali avremmo affidato queste creature artificiali. Resterebbero allora poche possibilità di reclamare un’attenzione che abbiamo creduto reciproca, senza che dall’altra parte si sia costituito un legame paragonabile al nostro.

Ci consoleremo, a quel punto, solo con la promessa di un aggiornamento software.

Condividi:
Silvia Capodivacca

ha studiato Filosofia e Storia tra Padova, Bologna e New York. Attualmente è Ricercatrice in tenure track in Estetica all’Università Pegaso e collabora con la casa editrice Lœscher come autrice e formatrice didattica. Maggiori informazioni e aggiornamenti sulla sua attività sul sito personale, www.silviacapodivacca.com.

Contatti

Loescher Editore
Via Vittorio Amedeo II, 18 – 10121 Torino

laricerca@loescher.it
info.laricerca@loescher.it