
Risale a Gianfranco Contini la definizione di una «funzione Gadda» che, portata al suo culmine nelle opere del «gran lombardo», in particolare La cognizione del dolore, trova testimonianze in tutti i secoli della storia della letteratura italiana: dal «contrasto» di Cielo d’Alcamo all’espressionismo maccheronico di Folengo, dalla poesia dialettale agli scapigliati, fino ad arrivare, con gradi diversi di risultati e successo, a Testori, Arbasino, il Pasolini romanziere, il Tondelli di Altri libertini. È, quella gaddiana, una «funzione» o una «linea» ardua da seguire, per imitazione o per ispirazione, senza correre il rischio di scadere nel manierismo, nel barocchismo, nell’«insincerità» – taccia che prima e dopo Croce ha sempre pesato nella valutazione delle opere letterarie in Italia.
Una cognizione del dolore dopo Gadda
Difficilmente si poteva immaginare che, in tempi di autofiction («Mi chiamo Walter Siti, come tutti») e di passione per l’immediatezza espressiva, il «reagente» Gadda fosse reso di nuovo disponibile per far risaltare ben altra «cognizione» e ben altro «dolore», ossia la malattia psichica variamente diagnosticata. L’occasione è offerta dallo Sbilico, il romanzo autobiografico di Alcide Pierantozzi che, pubblicato da Einaudi nel 2025, ha inanellato premi e candidature fino a quelle del Campiello e dello Strega. Qui, in effetti, Gadda è tra i primi autori citati: Pierantozzi, l’io narrante, dice di leggerlo con «sgomenta attenzione», p. 28 (l’edizione del romanzo meriterebbe, oltre a un glossario, l’indice dei nomi, compresi quelli di farmaci e principi attivi).
Non è, tuttavia, una matrice linguistica a determinare l’espressionismo pierantozziano, un qualche amore assoluto per le parole, per la metamorfosi della realtà, né un’istanza morale, come perlopiù in Gadda. L’ambientazione dello Sbilico, anzi, è impietosamente definita nella sua cruda quotidianità, al limite della perseguibilità giudiziaria, come nel sabotaggio dell’impianto di condizionamento di una palestra per protestare contro le inadempienze cialtrone dei gestori (si scoprirà alla fine, purtroppo, che non è successo davvero), non senza polemiche politico-sociali, qui come nel caso delle concessioni balneari.
Nello Sbilico, il Maradagál è esplicitamente l’Abruzzo, il Parapagál le Marche, Gonzalo Pirobutirro si chiama Alcide Pierantozzi, anche lui affezionatissimo alla madre, che lo cura all’esterno e persino all’interno («si aggrappa all’arcata delle costole, tra le mucose che le si serrano intorno come montagne di carne», p. 24), anche lui discendente da illustri antenati (proprietari terrieri); il dottore è invece moltiplicato in vari medici, psichiatri e psicoterapeuti, che intervengono con metodi e quindi esiti diversi. Solo il padre assurge alla definizione sublime del Negazionista per antonomasia (nega il quadro clinico del figlio), ma il lettore è messo subito al corrente dell’equivalenza.
La lingua come sintomo, non come ornamento
A spingere con lucida perizia il pedale dell’espressionismo, nello Sbilico, è – dicevamo – un movente non linguistico né morale ma psichico. Pierantozzi (l’autore e il protagonista) trasfigura la realtà perché è la sua mente a farlo, in una dimensione di ossessioni, allucinazioni, dispercezioni che i medicinali, assunti con precisione maniacale, solo in parte attenuano. Non solamente persone e cose possono subire improvvise metamorfosi annichilenti e perturbanti, ma, forte della sua potenza immaginifica, è il paziente-scrittore stesso a ricavarne la cifra della sua poetica:
Noi matti, invece delle molliche, lungo la strada seminiamo pasticche di psicofarmaci che gli uccelli ripudiano. La nostra casa di marzapane ha una fontana di litio davanti all’ingresso. La staccionata è un blister argentato con le cunette sfondate per passarci attraverso; in giardino, al posto degli alberi, ci sono gigantesche siringhe piene di Valium; dai rubinetti escono benzodiazepine che sanno di banana liofilizzata e le scale sono scivolose di gel gastroprotettori. Il tetto è il tappo scanalato del flacone di Wellbutrin, le mattonelle sono scandole piatte di Lamictal, il forno è incastrato in un anfiteatro di capsule azzurre.
Siamo in tanti a sederci a questa mensa e mentre mangiamo chiacchieriamo nella nostra minestra di voci, senza lume di sintassi. (p. 117)
Alla sintassi sgangherata delle conversazioni dei malati mentali rimedia, come nella letteratura dialettale «riflessa», la dimensione della scrittura. Che non si presenta quale accozzaglia allucinata e allucinante di immagini, alla William S. Burroughs per intenderci. Né le varie sindromi vengono poeticizzate alla Eugenio Borgna o idealizzate, né freudianamente psicoanalizzate, anche se Pierantozzi racconta con dovizia di particolari urtanti episodi dell’infanzia e dell’adolescenza: lo scannatoio della nonna pollicida; i corvi fatti ubriacare con semi d’orzo immersi nel vino e poi presi a palate dal nonno; il fratellino morto quasi appena nato e dissezionato, filo conduttore dell’intero romanzo, offrendo quindi al lettore appigli per comprendere – forse – le radici di quel che verrà e che tuttora è.
Pierantozzi sottolinea come i «matti» vivano al presente, potendo coniugherebbero i verbi solo all’infinito, e, pur manifestando qualche criticità della psichiatria o, meglio, degli psichiatri, crede fermamente nella terapia farmacologica.
Lo sbilico non celebra la fragilità che sarebbe in tutti noi; mette però in discussione gli stolti confini innalzati tra la percezione di quel che sarebbe «normalità» e quella della «anormalità». Parallelamente, elenca i numerosi luoghi comuni, gli automatismi verbali volgarmente adoperati quando si parla di «matti» (essere «fuori», ti serve «uno bravo», «handicappato» ecc.), tarpando le ali, fin dagli anni della scuola, a chi, opportunamente indirizzato e motivato, seguirebbe invece traiettorie di carriera notevoli.
Corpi, farmaci e parole
Elemento centrale dello Sbilico è la dimensione fisica, corporea: per quanto Alcide riconosca che la sua «ragione» latiti in alcuni momenti, sono il suo corpo, i suoi organi, i suoi muscoli, le sue valvole a subire in primo luogo gli effetti dei medicinali così come quelli di dipendenze e astinenze. La palestra, la sala pesi, gli attrezzi, i tappettini, i bagni turchi e le saune diventano il paradiso momentaneo in cui far recuperare all’io in bilico una massa che è carne, sangue, liquidi.
Rispetto ai comuni avventori, in cerca di incontri occasionali o di esibizioni culturistiche, Pierantozzi vive l’allenamento come un’opportunità di stabilizzazione personale, a cui fa da contraltare un altro tema gaddiano (Gadda lo applicava alla propria visione ultima del regime mussoliniano), approfondito in Eros e Priapo. Riferendo del proprio senso d’impotenza dovuto ai medicinali, dell’«itifallofobia» (p. 64), il malato mentale si sente rivolgere parole tiepide dalla maggior parte degli psichiatri, che li riconducono senza empatia agli effetti collaterali dei farmaci, subordinati all’equilibrio generale raggiunto (che ti importa dell’impotenza se per il resto ti senti meglio?).
Tiepidezza dovuta a un altro elemento tutt’altro che secondario, ossia l’orientamento sessuale: un corpo maschio eterosessuale subirebbe come una menomazione assurda l’impossibilità di avere una vita affettiva e dunque generativa e i medici ricorrerebbero a soluzioni alternative; un corpo gay, invece, può rinunciarvi tranquillamente perché tanto, anche da «sano», non agirebbe la riproduzione (mica devi mettere su famiglia!).
Questo atteggiamento, apparentemente condiscendente, di fatto discriminatorio, fa il paio con la visione del narcisismo, ancora di scuola freudiana (freudesca?), di certa psicoterapia, anche questa sperimentata con sofferenza, e per poco tempo, da Pierantozzi: «ogni omosessuale» non sarebbe altro che «una persona infantile» (p. 87), un eterno adolescente incapace di amare pienamente, fermo alla contemplazione di sé in individui del proprio stesso sesso, irascibile, isterico, aggressivo, se necessario manesco (e per fortuna, direbbe qualcuno, non ha la patente). Dopo simili episodi, Pierantozzi pretenderà specialisti non eterosessuali.
Letterarietà e scrittura
Nemmeno questi elementi di denuncia mettono in secondo piano la profonda, stupefacente, gaddiana letterarietà dello Sbilico. Con un’avvertenza: le parole, le citazioni, l’ipotassi del romanzo non hanno nulla di terapeutico e mettono in crisi gli stessi medici, non abituati alla maniacalità verbale, alla personalizzazione del loro stesso linguaggio specialistico. Pierantozzi non è un novellatore che, per sfuggire a un’epidemia, si isola e riscrive il mondo da sano; al contrario, vive la scrittura come una, la meno diagnosticata e trattata, delle proprie ossessioni, nutrita tanto dalle letture dei grandi autori e autrici, da David Foster Wallace a Marie Darrieusecq, e dei pensatori del «corpo», quanto dei vocabolari, puntualmente elencati nella Nota conclusiva.
L’accostamento imprevisto di aggettivi preziosi o tecnici a nomi ordinari produce originali nessi espressionistici: nella medesima pagina, la 128, campeggiano «confetti bicompressi», «concentrazione plasmatica», «mondi ustori», «eucarestia farmaceutica», «espressione amebeggiante». Non raramente si giunge a veri e propri neologismi, come il bellissimo «digitolunare» (p. 63). Sulla stessa scia i verbi, per Contini veicolo precipuo di espressionismo, il cui spettro d’impiego va dai regionalismi («incignare», p. 212) alle citazioni colte («m’incielerò», p. 193, dantismo).
Avendo dietro di sé una lunga tradizione di scrittori psichiatri (come Mario Tobino), di poeti e poetesse ricoverate (Dino Campana, Amelia Rosselli, Alda Merini), di scrittrici frequentatrici di centri di salute mentale (Fabrizia Ramondino), di autobiografie consapevoli della psicoterapia (Ernesto di Umberto Saba, Il male oscuro di Giuseppe Berto), Pierantozzi si inserisce in un filone diverso: scrive in prosa di una malattia che lo riguarda, che lui stesso grazie ai farmaci e alle visite psichiatriche sa analizzare da dentro e da fuori, da curato e da trascurato, che si sforza di attraversare e definire nelle sue specificità biochimiche e neurodivergenti prima che sociali.
Gli eroi letterari come il Pelide Achille, l’Alcide Eracle, a giudicare dai loro comportamenti «anormali», esorbitanti, non erano così diversi dal nostro Alcide Pierantozzi: cambiava il modo in cui venivano definiti, cioè offuscati da Ate, privi di coscienza, perché le loro scelte erano «suggerite all’orecchio dagli dèi» (p. 167). Se Omero leggesse oggi Lo sbilico, chiederebbe l’ispirazione a uno psichiatra queer anziché alla Musa Calliope e metterebbe come prima parola dell’Iliade (una posizione fondamentale, secondo Pierantozzi) «bipolarismo anancastico» anziché «ira». Gadda approverebbe.