Le generazioni al crocevia del tempo

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Dalla fiducia nel futuro dei boomers all’incertezza delle nuove generazioni, come cambia il modo di vivere e immaginare il tempo.
Immagine d'archivio, fonte IVG Urbino.
Immagine d’archivio, fonte IVG Urbino.

Molteplici ragioni concorrono oggi al rinnovato interesse per il tema delle generazioni. Una in particolare, a nostro giudizio, va tuttavia subito menzionata. In un periodo di intensa individualizzazione come quello che stiamo vivendo, questa prospettiva può infatti contribuire ad accrescere la consapevolezza circa il complesso intreccio tra dinamiche collettive, culture epocali e aspetti esistenziali individuali.

Nei primi decenni del Novecento, quando Karl Mannheim propone in modo sociologicamente compiuto, dunque in chiave storico-sociale, la propria riflessione sul tema, uno dei suoi intenti è mostrare il modo in cui, accanto e oltre l’appartenenza di classe, giochino un ruolo di primo piano nella formazione degli orientamenti culturali e degli stili di pensiero appartenenze collettive come quelle generazionali1. Un secolo dopo – pur in un’epoca globalizzata segnata da crescenti insicurezze economiche e aumento delle diseguaglianze sociali, oltre che in un contesto di processi di mutamento sempre più rapidi; in un tempo dominato da culture digitali e dalla mediatizzazione dell’esperienza, segnato da una relazione tra biografia e storia non solo frammentata, ma anche decisamente opaca – il riferimento all’appartenenza generazionale resta più che mai indispensabile per l’analisi sociale.

Per chi in particolare si occupa delle vite e delle esperienze delle persone giovani, in campo educativo e non solo, una ragione di questo interesse risulta prioritaria. Là dove, come accade ai nostri giorni in ampie parti del pianeta e, in modo più evidente, nei paesi a capitalismo avanzato, la cosiddetta transizione alla vita adulta perde via via di peso esplicativo nella comprensione delle scelte esistenziali dei soggetti giovani – oggi le età della vita smarriscono i propri confini, si fanno labili e a loro volta si individualizzano – le generazioni sembrano offrire un ancoraggio ancora significativo per comprendere i nessi tra processi storici, esperienze e immaginari collettivi.

Semantica generazionale

Su questo sfondo problematico, crediamo, un concetto di particolare forza euristica può rivelarsi quello di semantica generazionale, concetto proposto alla fine degli anni Novanta dal sociologo tedesco Michael Corsten2. Per quel che riguarda le rappresentazioni del tempo, e specialmente il rapporto dei giovani con il futuro – in queste pagine al centro dell’attenzione –, un approccio costruito intorno a questo concetto, come avremo modo di considerare, può aprire orizzonti analitici sin qui inediti. In sintonia con la visione di Mannheim esso rinvia infatti non solo al tempo biografico e al suo intreccio con il tempo della storia, ma introduce anche un’ulteriore, e decisiva, dimensione. Ci riferiamo al tempo intersoggettivo a carattere generazionale, plasmato da dinamiche insieme istituzionali e relazionali e capaci di costruire potenti immaginari collettivi.

Sostenuti dunque da questo approccio analitico, intendiamo qui esplorare, sia pure di necessità solo a grandi linee, due diversi modi di entrare in relazione con il futuro da parte di due diversi gruppi generazionali. Da un lato i cosiddetti baby boomers, la generazione degli anni Sessanta connotata da un’intensa fiducia in un futuro rappresentato in termini positivi, come aperto al cambiamento e, almeno potenzialmente, controllabile. Dall’altro, la prima tra le generazioni che hanno via via varcato la soglia del nuovo millennio, il gruppo generazionale noto come millennials – spesso identificato come la generazione-guida nel dare il via a un rapporto tormentato con il futuro in uno spazio sociale segnato da un’incertezza crescente.

Il tempo delle generazioni

Per comprendere le dinamiche formative dell’appartenenza generazionale, capaci di incidere in profondità sulla rappresentazione del mondo e su modi e contenuti dell’esperienza, è fondamentale, a parere di Corsten, che chi compone una determinata generazione percepisca una sorta di “comune appartenenza” con altri soggetti che condividono le medesime contingenze storiche. Certo, ai nostri giorni si può dubitare che, nell’universo di adolescenti e giovani, esista una solida e netta coscienza generazionale, intesa come consapevolezza della propria generazione in relazione ad altre generazioni precedenti3. Tale consapevolezza rinvia infatti alla coscienza del carattere storico del tempo umano e alla percezione della presenza di un passato e un futuro che oltrepassano le vite individuali.

A tale presenza fa riferimento Corsten, ragionando sul potere di questa forma di sentire comune per plasmare una visione del mondo almeno a grandi linee condivisa. In sostanza, sulla sua base prendono forma idee e simboli, rappresentazioni del tempo e pratiche culturali quotidiane. In sintesi, un orizzonte di senso condiviso.

Attraverso il concetto di semantica generazionale si intende in sostanza alludere alla capacità di ciascuna generazione di plasmare un comune universo di fondo a carattere cognitivo al cui interno le pratiche individuali – altamente differenziate, come sappiamo – trovano nutrimento e risorse significative. Riprendendo Mannheim, integrando il suo pensiero con quello di Luhmann e Koselleck, aprendo significativamente alla sociologia dei media, Corsten mette a disposizione un’utile rete concettuale per cogliere l’influenza dei modelli di pensiero e di coscienza condivisi da una generazione.

In particolare, si può affermare che il concetto di semantica generazionale segnala la capacità delle pratiche discorsive, se condivise su base quotidiana dai componenti di un medesimo gruppo generazionale, di creare universi di significato comuni. L’interazione quotidiana consente la formazione di quelli che, in senso lato, vengono definiti dall’autore “circoli culturali” (cultural circles). Tali luoghi sono animati da adolescenti e giovani che costruiscono forme di comunicazione capaci di cristallizzare la rete discorsiva, nata dalla condizione contemporanea di “sospensione” della transizione all’età adulta. In tal modo prendono forma non solo esperienze del tempo comuni, ma anche, quando verbalizzate e sufficientemente discusse, capaci di creare un vero e proprio «senso comune generazionale»4.

Così costruita, questa particolare semantica è in grado di retroagire sull’auto-definizione soggettiva come componente di una specifica generazione, contribuendo in tal modo a rafforzarne la specifica coscienza di generazione.

Tempi della biografia e tempi della storia

Seguendo il percorso sin qui delineato, e prima di andare direttamente al cuore delle trasformazioni del rapporto con il futuro da parte delle giovani generazioni, il tema al centro del nostro interesse in questa sede, può essere utile una breve digressione sul tema del tempo in chiave sociale.

In accordo alla prospettiva abbracciata in queste pagine, il tempo non è una semplice cornice al cui interno la vita collettiva si svolge. Piuttosto, in quanto aspetto costitutivo della relazione tra biografia e storia, tra soggetti e norme sociali, tra azione e struttura, esso costituisce il medium grazie al quale, attraverso le interazioni quotidiane, individui e società si nutrono reciprocamente. Per suo tramite l’esperienza personale non solo prende forma, ma può essere anche trasmessa alle generazioni che verranno attraverso i processi di istituzionalizzazione5. Un aspetto cruciale di questa prospettiva va ulteriormente menzionato.

Considerato in chiave societaria, il concetto di tempo a cui siamo soliti riferirci – una dimensione astratta e quantificabile – è in realtà frutto di un lento processo storico, che abbraccia una pluralità di generazioni. Nel corso del processo di civilizzazione esso è stato progressivamente reificato, occultandone le costitutive interdipendenze e complementarità tra tempi individuali, sociali e naturali6.

Wright Mills e l’immaginazione sociologica

Studiare dunque le generazioni in chiave temporale implica una riflessione su tali interdipendenze alla luce della consapevolezza, espressa in modo magistrale da Charles Wright Mills già alla fine degli anni Cinquanta del Novecento nel testo L’immaginazione sociologica7, circa l’intreccio tra struttura sociale, storia e biografia. Secondo Wright Mills, tale connessione, se debitamente valorizzata, è in grado di dare potere agli individui – nel senso di potenziare le loro capacità di “fare la storia” in modo consapevole. Agli occhi di questo autore, infatti, primo obiettivo della sociologia è l’esplorazione critica del presente alla luce dei «problemi di pubblica importanza» e dei possibili modi di superarli8.

Identificando i nessi tra i due livelli individuale e collettivo, questo approccio “apre” il futuro all’azione e alla partecipazione. Dal nostro punto di vista, se una generazione – come è accaduto a quella dei baby boomers – si identifica con questa prospettiva, allora la sua capacità di aspirare a un futuro diverso la conduce anche verso la costruzione di una “mappa del futuro” in cui i problemi di rilevanza pubblica trovano superamento attraverso forme di azione collettiva9.

Chiarita, almeno a grandi linee, la rilevanza della questione generale del tempo – alla quale, di necessità, la riflessione sul futuro si appoggia – ritorniamo a riflettere sul tempo biografico. In termini ampi esso può essere concepito come l’esito di quel processo attraverso il quale i soggetti entrano in relazione con il passato, vivono il presente e si proiettano nel futuro. Si tratta, com’è evidente, di una dinamica di natura squisitamente temporale, ma anche, va sottolineato, a carattere storico-sociale. L’appartenenza a un determinato gruppo generazionale, influenzato da specifiche circostanze storiche, ne plasma  i tratti culturali costitutivi, tra i quali i modi in cui il futuro viene rappresentato e costruito attraverso l’azione.

Un’ultima annotazione intorno al tema del tempo biografico. La sociologia fenomenologica, considerato il suo interesse per la Lebenswelt, ovvero per il “mondo della vita”, considera l’analisi del tempo biografico cruciale in relazione soprattutto alla definizione dell’identità. Thomas Luckmann, ad esempio, identifica nell’identità tre diversi piani temporali: il piano del tempo interno, inseparabile dalla dimensione corporea e intrecciato all’esperienza della durata (durée); il tempo intersoggettivo che include il “vivido presente” delle interazioni faccia-a-faccia e la sincronizzazione dei flussi di coscienza; infine, il tempo biografico. Grazie a quest’ultimo i soggetti costruiscono una rete di significati in relazione alla propria posizione all’interno del corso di vita, utilizzando schemi interpretativi ricavati dall’insieme delle conoscenze disponibili in un determinato periodo storico.

Sulla base di queste indicazioni si può dunque affermare che il tempo biografico modella la cornice entro la quale possono successivamente intrecciarsi sequenze di azioni a breve, a medio e a lungo termine; essere messi a punto progetti di vita e poste in essere narrazioni biografiche. Infine, e non meno importante, si intrecciano tempi individuali e tempi delle istituzioni sociali, da quelle formative a quelle legate al mondo del lavoro.

Dal futuro come speranza al futuro come minaccia: le due generazioni

Manifestazione contro il cambiamento climatico, Australia, 2023 (Wikipedia).
Manifestazione contro il cambiamento climatico, Australia, 2023 (Wikipedia).

In una manciata di anni – dai Sessanta ai Novanta – si consuma il patrimonio di fiducia nella governabilità del futuro che la Resistenza aveva consentito di accumulare. Mai il futuro era stato così aperto al cambiamento, così carico di speranze come negli anni Sessanta. Liberata dal nazi-fascismo, l’Italia ritornava a respirare futuro. Le generazioni tutte vivevano questo nuovo clima, ma il mondo delle ragazze e dei ragazzi ne traeva una linfa vitale del tutto speciale. Complice anche il processo di espansione dell’istruzione secondaria caratteristico dell’Italia del Secondo dopoguerra, per la prima volta nella storia nazionale condizione giovanile e condizione studentesca diventano sinonimi. Il processo riguarda anche l’università: nel giro di quattro decenni, dal 1950 al 1990, la popolazione universitaria aumenta del 600%10, includendo anche le ragazze.

È su questo sfondo strutturale di grandi trasformazioni – in direzione di una veloce modernizzazione – che mette radici anche in Italia una vera e propria cultura giovanile, che i boomers sono i primi a sperimentare. Mentre la lotta contro le diseguaglianze nelle opportunità educative, all’interno di un sistema scolastico caratterizzato da distorsioni e rigidità notevolissime, alimenta le lotte dei movimenti studenteschi si fa strada un’inedita “cultura del quotidiano” alimentata anche dalle nuove forme di consumo. Ragazzi e ragazze vivono insieme nuovi gradi di libertà e auto-determinazione. Per le ragazze in particolare, la presa di parola riguarda anche il diritto a una sessualità libera, il cui esercizio viene sottratto ai vincoli istituzionali.

Il collasso del progresso

La visione di un futuro a lungo termine, governabile e plasmabile attraverso le scelte del presente, caratterizza questa generazione. Pur immaginato migliore del presente, il futuro non viene tuttavia costruito “contro” il presente. Mentre quest’ultimo apre a nuovi tipi di gratificazione qui-e-ora, inclusi quelli legati alle battaglie comuni sulle grandi questioni pubbliche (ricordate Wright Mills?), presente e futuro appaiono allineati lungo una medesima traiettoria, segnata dalla speranza.

Questa visione fiduciosa nell’avvenire si consumerà nell’arco di qualche decennio. Con crescente velocità, uno stato d’animo di incertezza rispetto al futuro – quando non di vero e proprio timore – sostituisce il clima aperto al miglioramento della generazione dei boomers. La sensazione di una vera e propria «crisi del futuro»11 frutto del collasso dell’ideologia del progresso; la decrescente centralità di quell’idea-guida della modernità costituita dal “futuro aperto”; la sensazione diffusa di dovere affrontare rischi globali non prevedibili concorrono a costruire un nuovo senso comune.

Lo connota una presentificazione, accentuata dalla crescita di velocità in ogni ambito della vita individuale e collettiva, che tende ad anestetizzare l’idea stessa di futuro. La velocizzazione del tempo – resa tra l’altro visibile dal nuovo ideale normativo del “tempo reale” che le tecniche digitali diffondono – brucia in particolare l’idea di futuro a medio e a lungo termine12.

Sperimentazioni e identità situazionali

Queste nuove coordinate temporali, che hanno preso il posto di quelle dell’età industriale, costituiscono il background al cui interno la generazione dei millennials viene a formarsi. Parlare di progetti di vita in senso tradizionale, vale a dire pensati su archi temporali relativamente estesi, diventa in questo contesto sociale poco sensato. La precarizzazione delle biografie, che tende a diffondersi nell’Europa occidentale a partire dagli anni Ottanta e si generalizza con la fine del lavoro full time/full life, la norma in epoca industriale, trasforma in profondità il paesaggio in cui i soggetti giovani costruiscono le loro esperienze. L’integrazione tra tempo biografico e tempi istituzionali si spezza. Le identità a loro volta si precarizzano: sempre più “situazionali”, si legano a determinate circostanze di tempo e di luogo.

In conclusione, va comunque ricordato che, pur in un contesto tutt’altro che favorevole alla costruzione di un tempo biografico unitario – singoli “episodi biografici” tendono a sostituire le biografie considerate standard almeno fino agli ultimi decenni del Novecento, vale a dire costruite intorno al processo tripartito di formazione-lavoro per il mercato-pensionamento13 – le generazioni dei millennials (e ancor più quelle dei post-millennials) non di rado si impegnano in sperimentazioni temporali.

In tal senso, progetti su tempi brevi e brevissimi sostituiscono i progetti di vita tradizionali; capacità di far fronte ai tempi discontinui del mondo del lavoro vengono coltivate; le tecnologie digitali messe a disposizione dell’attivismo e dei suoi tempi. In una parola, forme di controllo sul tempo di vita sono comunque ricercate e proiezioni nel futuro perseguite. Gli esiti di queste sperimentazioni temporali sono variabili. Riconoscere e sostenere queste nuove strategie di temporalizzazione è compito delle generazioni adulte.


Note

  1. K. Mannheim, Il problema delle generazioni, in Id., Sociologia della conoscenza, trad. it di M. Gagliardi, T. Souvan, M. Deichmann, Dedalo, Bari 1974. Il saggio è stato originariamente proposto da Mannheim nel 1928. Intorno all’analisi mannheimiana delle generazioni vedi anche M. Merico, Giovani, generazioni e mutamento nella sociologia di Karl Mannheim, in «Studi di Sociologia», vol. 1, 2012.
  2. M. Corsten, The Time of Generations, in «Time & Society», volume 8, issue 2-3, 1999.
  3. Vedi in particolare, al riguardo, le riflessioni di C. Attias-Donfut, Sociologie des générations. L’empreinte du temps, PUF, Paris 1988.
  4. Ai nostri giorni si pensi, ad esempio, all’esperienza della precarizzazione esistenziale da parte dei giovani.
  5. Questa prospettiva trova nel pensiero di Barbara Adam, internazionalmente riconosciuta come capostipite dello studio contemporaneo del tempo in chiave sociale, un riferimento essenziale. In lingua italiana vedi il suo Timewatch. Per un’analisi sociale del tempo (Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005). Una riflessione sulla relazione tra processi temporali e accelerazione sociale è proposta in C. Leccardi, Sociologie del tempo. Soggetti e tempo nella società dell’accelerazione, Laterza, Roma-Bari 2009.
  6. N. Elias, Saggio sul tempo, trad. it. di A. Roversi, il Mulino, Bologna 1986.
  7. C. Wright Mills, L’immaginazione sociologica, trad. it. di
    Q. Maffi, Il Saggiatore, Milano 1995.
  8. Ivi, p. 28.
  9. Vedi, intorno alla centralità politica dell’immaginare un futuro diverso sulla base dei problemi del presente, A. Appadurai, Il futuro come fatto culturale. Saggi sulla condizione globale, trad. it. di M. Moneta, M. P.  Ottieri, Cortina, Milano 2014.
  10. A. Cavalli e C. Leccardi, Le culture giovanili, in Storia dell’Italia Repubblicana, volume terzo, tomo secondo, Einaudi, Torino 1997.
  11. K. Pomian, La crisi dell’avvenire, in R. Romano, a cura di, Le frontiere del tempo, Il Saggiatore, Milano 1980.
  12. H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, trad. it. di E. Leonzio,
    Einaudi, Torino 2021.
  13. Si veda M. Kohli, Il mondo che abbiamo dimenticato: una rassegna storica del corso di vita, in «RPS – La Rivista delle Politiche Sociali», numero 1, 2004.
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Carmen Leccardi

è professoressa emerita in Sociologia della Cultura presso l’Università di Milano Bicocca. Attualmente è Presidente dell’International Society for the Study of Tome (ISST). A Milano è Presidente della Casa della Cultura. Tra le sue ultime pubblicazioni “Vite aperte al possibile. Un’indagine longitudinale qualitativa sulle realtà giovanili in Italia” (a cura di), il Mulino, Bologna 2024, “Exploring New Temporal Horizons. A Conversation Between Memories and Futures” (con P. Jedlowski e A. Cavalli), Bristol University Press, Bristol 2023.

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