
Che cos’è la filosofia? Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so. Questa parafrasi di Agostino è ironica, ma fino a un certo punto: realmente non sono sicuro di essere in grado di dare una definizione di filosofia, pur insegnandola e praticandola come posso da più di due decenni. Una definizione, intendo, che possa includere tutto ciò che essa è oggi ed è stata in passato. Quale è il filo rosso che tiene insieme Pitagora e Gianni Vattimo, Giordano Bruno e Tommaso d’Aquino, Montaigne e Roy Bhaskar? L’uso della ragione, potrei dire. Ma cosa vuol dire far uso della ragione? Il problema è che qualsiasi definizione della filosofia diventa a sua volta un problema filosofico.
Che cos’è la filosofia (e come insegnarla)
Non sarei dunque troppo duro con gli estensori della bozza delle nuove Indicazioni Nazionali per la filosofia. Che – immagino dopo qualche discussione estenuante – sono giunti a questa definizione:
La filosofia è una disciplina complessa che, come tale, educa in ogni tempo ad affrontare situazioni complesse.
Che dice tutto e nulla. Che cos’è una situazione complessa? Cavarsela nel traffico nell’ora di punta? Affrontare una delusione sentimentale? Accettare una sconfitta o la mancanza di senso di una, di due, di tante giornate? E siamo sicuri che i filosofi ci educhino ad affrontare situazioni complesse? Un pensatore come Dewey sì, immagino; ma che dire, ad esempio, di Cioran? E di Giuseppe Rensi? Porto sempre con me i suoi Frammenti d’una filosofia dell’errore e del dolore, del male e della morte, che considero uno dei libri di filosofia più belli del Novecento italiano, ma non direi proprio che mi educhi ad affrontare situazioni complesse. E non lo direi nemmeno di quel capolavoro che è La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter, a meno che non si consideri il «venire a ferri corti con la vita» come un affrontare situazioni complesse.
Forse sarebbe bastato dire che la filosofia è una disciplina complessa.
Ma c’è dell’altro. Essa, si legge, ha due aspetti:
Da un lato, la filosofia è un esercizio concreto, una vera e propria pratica, che si traduce in un’attività di riflessione, d’interrogazione, di giudizio, di argomentazione. Dall’altro lato, essa ci consegna, al pari delle altre discipline, un sapere storico e teorico, nonché una tradizione di autori e testi da conoscere e da approfondire. Entrambi gli aspetti vanno considerati e insegnati, per consentire agli studenti di sviluppare la riflessione personale, il giudizio critico, l’attitudine all’approfondimento e alla discussione razionale, la capacità di argomentare una tesi, anche in forma scritta, riconoscendo la diversità dei metodi con cui la ragione giunge a conoscere il mondo in cui viviamo.
Qui la disciplina astrattamente complessa prova a farsi più concreta, senza riuscirci troppo: perché se è vero che i filosofi riflettono, si interrogano, giudicano e argomentano, non si può certo dire che siano gli unici a farlo. Se qualcuno non sapesse cos’è la filosofia – ma qualcuno, ripeto, davvero lo sa? – avrebbe grande difficoltà a farsene un’idea alla luce di queste parole: perché se c’è il come, manca il riguardo a cosa.
Dalla riforma Gentile alla crisi del modello storicistico
Eppure, compare qui qualcosa di interessante. Com’è noto, dalla riforma Gentile in poi in Italia insegnare filosofia vuol dire insegnare storia della filosofia. Nella visione hegeliana il succedersi dei sistemi e delle convinzioni filosofiche nei secoli non è casuale, ma segue una linea precisa: è il progressivo svolgersi dello Spirito e dunque la manifestazione progessiva della Verità stessa, che giunge al suo culmine in Hegel stesso, un filosofo che non ricordiamo per la sua modestia. Non è possibile conoscere la filosofia, dunque, se non nel suo farsi storico.
Questa prospettiva è lontana da noi, perché lontano è l’hegelismo, anche nelle sue riprese novecentesche, marginalizzato dagli anni Cinquanta in poi dall’esistenzialismo, dalla fenomenologia, dal personalismo e così via. Eppure pochi hanno messo in discussione quel modo di insegnare la filosofia. Per diverse ragioni.
Prima della riforma Gentile l’insegnamento della filosofia seguiva un approccio tematico: la logica, la metafisica, l’etica eccetera. Un approccio storico poteva sembrare un passo in avanti anche a chi non condivideva la visione neo-idealistica ed era preoccupato piuttosto, marxianamente, del rapporto tra sistemi filosofici e contesto storico, sociale ed economico, ed aveva il vantaggio innegabile di essere per così dire ecumenico: poteva ospitare diverse visioni della disciplina, mentre un insegnamento per temi e problemi avrebbe imposto scelte più esplicite.
E tuttavia sul piano didattico c’erano, e ci sono, almeno due problemi.
Il primo è la riduzione della filosofia a un succedersi di opinioni più o meno bizzarre, venuto meno il filo rosso che consentiva una lettura unitaria e progressiva e restando fragile la considerazione del contesto economico, a causa dell’appiattimento dell’insegnamento della storia sugli aspetti militari più che sui cambiamenti economici e tecnologici.
Il secondo è che l’impostazione storica ha marginalizzato, appunto, la filosofia come pratica. Nelle scuole italiane solo di rado si fa filosofia. È un limite noto e dibattuto da tempo. Tra gli interventi recenti di maggior successo c’è da annoverare Come non insegnare la filosofia di Massimo Mugnai (Raffaello Cortina, Milano 2023). E Mugnai è il coordinatore, insieme a Adriano Fabris, della commissione che è responsabile della stesura delle Indicazioni Nazionali relative alla filosofia.
Approccio storico e approccio tematico: un compromesso instabile
Questo riconoscimento di due lati della filosofia diventa, più avanti, la proposta di due vere e proprie modalità di insegnamento; alla prima modalità tradizionale storica si affianca una seconda modalità tematica e problematica:
Le linee generali e le competenze qui delineate, valide per tutti i Licei, saranno attuate e raggiunte mediante due modalità di insegnamento e apprendimento della filosofia di valore reciproco, complementari e integrabili fra loro. La prima accentua l’approccio diacronico: per ogni anno del triennio, si richiede l’approfondimento di autori e correnti attraverso uno sviluppo storico. La seconda privilegia l’approccio tematico: per ogni anno del triennio, si prevede l’analisi di problematiche fondamentali della tradizione filosofica.
Due modalità, dunque: una storica, tradizionale, e una tematica. Si tratta evidentemente di un compromesso. Ma è qualcosa di più, almeno nelle intenzioni, di una timida apertura all’approccio tematico, come è evidente dal fatto che il percorso storico al secondo biennio giunge fino a Nietzsche e al nichilismo. Si tratta degli argomenti cui spesso si giunge alla fine del quinto anno; non è scontato che si riesca a arrivare a Heidegger, ed è piuttosto raro che di vada oltre.
La bozza delle nuove Indicazioni Nazionali prevede invece che il quinto anno sia interamente riservato al pensiero contemporaneo:
L’ultimo anno è dedicato principalmente alle filosofie del XX e del XXI secolo, e alle questioni da esse specificamente affrontate.
Che dire? Se questa bozza passasse in questa forma sarebbe una discreta scossa all’insegnamento della filosofia; e una scossa, mi sembra, necessaria. Ma le difficoltà non saranno poche. La parte storica dovrà essere fortemente ridimensionata, anche pensatori come Kant e Hegel dovranno essere ridotti in poche pagine, salvo essere poi recuperati nei percorsi tematici. Vi saranno forti resistenze da parte di chi percepirà in questa sintesi una banalizzazione della disciplina e il rischio della perdita di rigore. I libri di testo andranno riscritti, richiedendo questa nuova impostazione qualcosa di più radicale degli aggiustamenti spesso minimi propri delle nuove edizioni dei manuali scolastici. Si chiederà ai docenti di filosofia di stare nel dibattito filosofico attuale – etico, politico, estetico, metafisico – e condurvi per mano gli studenti, e non è scontato che sappiano farlo senza un adeguato aggiornamento.
Ma c’è un altro rischio, che si fa evidente se scorriamo i temi presentati a mo’ di esempio: «la filosofia greca e la sua influenza nel corso del pensiero occidentale; la nascita e lo sviluppo dell’etica nel mondo antico; libertà e potere nel pensiero antico e moderno; la questione della verità nel pensiero antico, nel cristianesimo e negli sviluppi scientifici in età moderna», eccetera.
Si tratta, come si vede, di temi che non si distaccano realmente dalla trattazione storica, e che sono ben diversi da quelli che ad esempio si affrontano in Francia. Proviamo a scorrere l’indice del volume Philosophie terminale, disponibile ad accesso aperto nella piattaforma Livre Scolaire: la coscienza, l’inconscio, il tempo, la ragione, la verità, la scienza, la tecnica, l’arte, il lavoro, la natura, il linguaggio, lo Stato, il dovere, la giustizia, la religione, la libertà, la felicità. Temi di filosofia vera e propria, mentre gli esempi della nostra bozza ricordano il percorso monografico di un esame universitario di storia della filosofia.
Il rischio di una falsa svolta didattica
Il rischio, insomma, è che la storia della filosofia, timidamente uscita dalla porta, rientri prepotentemente dalla finestra; e che didatticamente si faccia un pasticcio. La cosa migliore sarebbe seguire l’esempio della Spagna e trattare la storia della filosofia e la filosofia in due momenti diversi. Si potrebbe seguire lo sviluppo storico della filosofia al secondo biennio, giungendo fino a Nietzsche (come previsto da questa bozza), senza la seconda modalità parallela, e dedicare in quinto anno esclusivamente alla filosofia, con una trattazione delle tematiche più urgenti anche alla luce del dibattito filosofico in corso e una attenzione particolare a quelle legate alla tecnologia, che in questa bozza ottengono un rapido cenno, mentre sono questioni squisitamente filosofiche.
Filosofia “al femminile” e assenza di una prospettiva interculturale
Sul piano dei contenuti, una novità importante e anch’essa inattesa riguarda la filosofia “al femminile”:
All’interno degli argomenti del biennio e dell’ultimo anno va prevista la trattazione di figure femminili di rilevante interesse per la loro attività, la loro riflessione e la loro opera, per consentire agli studenti di approfondire la questione della presenza femminile nella ricerca filosofica e la sua rappresentazione. Come esemplificazione può essere fatto riferimento alle figure di Ipazia, Ildegarda di Bingen, Eloisa, Madame de Staël, Émilie du Châtelet, Edith Stein, Simone Weil.
Ci sarebbe da aggiungere anche, per completare la questione della presenza femminile, la considerazione dei modi in cui il pensiero filosofico, per lo più maschile, ha pensato la donna, che è un tassello irrinunciable in qualsiasi visione critica della filosofia (e non riesco a immaginare un insegnamento della filosofia che non sia anche una critica di quello che è stato ed è la filosofia), ma non si può che approvare questa esplicita richiesta di attenzione alle pensatrici.
C’è una cosa che invece manca, e dal mio punto di vista è un’assenza grave.
Nelle Linee generali e competenze si legge:
Al termine del percorso liceale gli studenti dovranno essere consapevoli del significato della riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana che, in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, ripropone costantemente questioni che hanno una portata potenzialmente universale.
Si tratta di un passo ripreso dalle precedenti Indicazioni nazionali, che comporta un problema che evidentemente la commissione non ha voluto porsi: se la riflessione filosofica è una modalità specifica della ragione umana, e non dunque solo della ragione occidentale, e se essa ripropone questioni universali in epoche diverse e in diverse tradizioni culturali, non si dovrà insegnare in una prospettiva interculturale? Che senso ha, dopo aver affermato che la riflessione filosofica si manifesta in diverse tradizioni culturali, scrivere che lo studio della filosofia consentirà agli studenti di orientarsi «sui nuclei essenziali del pensiero occidentale»? Se la filosofia non è solo europea, perché si studiano solo i filosofi occidentali? Perché non si può far tutto? Per pigrizia? Perché noi siamo occidentali e degli altri ci importa poco? Perché, in fondo, si ritiene che solo l’Occidente conosca non solo la storia, ma anche la filosofia?
Questo, di fatto, sarà l’esito dell’insegnamento della filosofia: al termine del percorso liceale gli studenti saranno inconsapevoli dell’esistenza di sistemi di pensiero complessi e rigorosi anche al di fuori dell’Occidente e procederanno con la convinzione di appartenere all’unica civiltà che ha fatto un vero uso della ragione. Usciranno, insomma, con una postura sostanzialmente antifilosofica. Perché se non è facile dire cos’è la filosofia, è abbastanza agevole dire cosa non è: pigrizia intellettuale e chiusura identitaria.