L’uomo classico 
tra humanitas, 
machinae
 e autómata

Sul rapporto dei Greci e dei Romani 
con la scienza e la tecnologia c’è ancora 
molto da dire, anche per smentire 
la convinzione che il mondo classico 
avesse sviluppato la prima più che la seconda.
Il meccanismo di Antikhytera, Atene, Museo archeologico nazionale

Credo che non esista epoca che più di quella “classica” (cioè quella greco-romana) venga associata all’idea del primato del fattore umano su ogni altra cosa. Non a caso l’Oratio de hominis dignitate (1486) di Giovanni Pico della Mirandola, uno dei manifesti programmatici dell’Umanesimo europeo – quell’orazione nella quale si afferma che Dio ha posto l’uomo «nel mezzo del mondo» perché possa governarlo «da nessuna barriera costretto, secondo il [proprio] arbitrio» – è piena zeppa di reminiscenze platoniche e ciceroniane.
D’altronde, non è forse stato il tragediografo greco Sofocle (V sec. a.C.) a scrivere «Molti sono i prodigi e nulla è più prodigioso dell’uomo» (Antigone, vv. 332-333, trad. F. Ferrari)? E non sono forse stati i latini Terenzio (II sec. a.C.) e Cicerone (I sec. a.C.) a darci le migliori definizioni dell’humanitas, concetto quasi intraducibile che allude al primato culturale, etico e sociopolitico della nostra specie?
In effetti il mondo classico (se mai si può generalizzare parlando di una civiltà durata oltre un millennio…) non manca di fiducia nel genere umano, anche se è ben lontano da un antropocentrismo stolidamente ottimistico. Esiodo (VIII-VII sec. a.C.), infatti, sa bene che sono esistite epoche (come l’età dell’oro di cui ci parla nelle Opere e i giorni) più felici di quelle storiche in cui l’uomo deve combattere e lavorare; e che il mondo sembri talora non essere “a misura d’uomo” ce lo ricordano sia l’epicureo Lucrezio (I sec. a.C.) sia lo stoico Plinio il Giovane (I sec. d.C.), con le loro descrizioni della Natura matrigna.
Insomma, l’uomo greco-romano, essere razionale e sociale, sa che è destinato a governare il mondo, ma ci deve mettere testa e cuore, spirito acuto e braccia robuste; e talora si deve ingegnare a inventare strumenti che lo aiutino in questa titanica impresa: un po’ come l’Odisseo omerico che, per accecare il Ciclope, usò sia la sua proverbiale métis (astuzia) facendolo ubriacare, sia una sapiente téchne (arte, tecnica) nel trasformare un tronco in un palo appuntito e arroventato.

Scienza e tecnologia antiche: 
un dibattito aperto

Si apre qui una questione che da tempo anima il dibattito tra gli antichisti, e cioè il rapporto dei Greci e dei Romani con la scienza e la tecnologia; dibattito condizionato fino a non molti anni fa dall’idea – corroborata anche dagli studi di Moses Finley, di gran moda negli anni Settanta e Ottanta del Novecento – che il mondo classico abbia sviluppato la prima ma non la seconda, a causa della massiccia presenza di manodopera schiavile. Infatti, se hai già un instrumenti genus vocale («tipo di strumento che parla»), come scriveva nel I sec. a.C. Varrone (De re rustica, 1, 17, 1), e per di più semovente, a che ti serve una tecnologia che crei strumenti muti e passivi? E che bisogno hai di oggetti dotati di “intelligenza artificiale”, se gli déi – con l’ampia giustificazione antropologica di filosofi del calibro di Aristotele – te ne hanno fornito altri, cioè gli schiavi, dotati di “intelligenza naturale”?
Oggi, però, sappiamo molto di più sulla scienza e la tecnica degli antichi; e ciò anche per merito di importanti ricerche, alcune delle quali menzionerò in bibliografia. Mi limito qui a ricordare solo quelle di Lucio Russo, notissime, relative soprattutto alla scienza di età ellenistica, e di Giovanni Di Pasquale, che in un recente volume tratta dell’uso delle macchine dalle civiltà mesopotamiche alla Roma imperiale. E se il primo studioso conferisce la giusta importanza alle scoperte scientifiche antiche, viste come anticipatrici della scienza moderna, il secondo prova a confutare il predetto rapporto consequenziale (considerato valido soprattutto per la civiltà romana) tra l’esistenza della schiavitù e la mancata evoluzione tecnologica; e lo fa nel modo più semplice e diretto, mostrando cioè come la tecnologia antica fosse tutt’altro che arretrata.

Il rilievo funebre degli Haterii, con la gru calcatoria, Città del Vaticano, Musei Vaticani

Machinae al servizio dell’uomo

Il greco mechané e il latino machina sono termini polisemici, che al significato originario di «espediente ingegnoso» vennero sempre più associando quello moderno di «macchina», se è vero che l’architetto latino Vitruvio (I sec. a.C.) scrive: Machina est continens e materia coniunctio maximas ad onerum motus habens virtutes. Ea movetur ex arte circulorum rutundationibus, quam Graeci cyclicen cinesin appellant. («Una macchina è un assemblaggio di parti fra loro continue, che ha assai grande potenza per lo spostamento dei carichi. È mossa da rotazione dei cerchi, secondo il modo che i Greci chiamano ‘movimento circolare’», De architectura, 10, 1, 1, trad. E. Romano).
Vitruvio si nutre del trattato di meccanica, solo parzialmente conservato, del greco Filone di Bisanzio (III sec. a.C.), a sua volta dipendente dagli scritti dell’inventore alessandrino Ctesibio, di poco più vecchio di lui.
Impossibile, anche (e soprattutto) per l’incompetenza dello scrivente, ricordare qui nel dettaglio gli esiti dell’antica tecnologia (mechniké téchne in greco o ars mechanica, alla latina). Però le “macchine” di cui abbiamo notizia rappresentano marchingegni idraulici, pneumatici, meccanici pensati per un utilizzo pratico, finalizzato ad agevolare la vita civile o militare: si pensi solo ai torchi e alle presse per produrre vino e olio, alle gru per sollevare pietre da costruzione, agli orologi o ai mulini ad acqua, all’avanzata tecnologia usata sulle scene teatrali, oppure alle macchine da guerra (torri mobili, catapulte, etc.) che tanta mostra di sé fanno sovente nei film ambientati nel mondo antico.
Un vero film d’antan è invece l’interminabile fregio della Colonna Traiana, la cui erezione, curata dall’architetto Apollodoro di Damasco (grandissimo esperto di meccanica), è già di per sé un capolavoro di tecnica. Qui i soldati romani sono rappresentati non solo quando combattono, ma anche quando costruiscono palizzate, muri in pietra, ponti o quando trasportano armi e vettovaglie. E, sempre parlando di iconografia, come dimenticare il rilievo tombale degli Haterii, importante famiglia di imprenditori edili dell’età dei Flavi (coinvolti anche nella costruzione del Colosseo), il quale riproduce quella gru calcatoria (cioè azionata da piedi umani) il cui uso tanto contribuì al successo dei loro affari? La loro machina, questi, se la vorrebbero portare pure nell’Aldilà…

Gli autómata, macchine “intelligenti”?

Se dunque non mancano interessanti esempi di tecnologia antica, è però vero che il tema del presente numero della nostra rivista, cioè quello della “intelligenza artificiale” e dei rischi che questa può comportare, è assai più specifico e a prima vista ancora più lontano dal mondo antico.
Eppure, anche in epoca classica l’idea di costruire automi – macchine, dunque, “intelligenti” in quanto semoventi – non è mancata; anzi, Filone di Bisanzio crede che la creazione di meccanismi dotati di moto rappresenti lo stadio più evoluto della tecnologia, come ho appreso dalle pagine di un bel saggio di Monica Pugliara. Non si può poi negare come tale sforzo ideativo contenga un tentativo inconscio di imitare gli déi: non era stato infatti il dio Efesto, secondo lo pseudo-Apollodoro (Biblioteca, 1, 9, 26) a fabbricare un automa bronzeo di nome Talo, di foggia umana o taurina, perché fungesse da guardiano all’isola di Creta? È per sfuggire a lui che l’architetto Dedalo e il figlio Icaro dovettero allontanarsi da Cnosso muniti di ali!
Citerò allora un paio di esempi – tra quelli tramandati – relativi a due noti scienziati greci. Anzitutto Archita di Taranto (V-IV sec. a.C.), che avrebbe ideato una colomba di legno meccanica e volante (Aulo Gellio, Notti Attiche, 10, 12). Quindi Erone di Alessandria (I sec d.C.), inventore poliedrico e autore (oltre che di altre opere matematiche, meccaniche e ingegneristiche) di un trattato intitolato Autómata, amatissimo nel Rinascimento e che noi leggiamo ancora, nel quale descrive uno stupefacente “teatro” semovente, nel quale alcune marionette di divinità si muovono in modalità non troppo diverse da quelle dei nostri “presepi meccanici”: l’episodio messo in scena, con tanto di effetti speciali, è mitico, cioè l’annegamento da parte della dea Atena di Aiace Oileo, reo di avere ucciso Palamede, figlio di Nauplio.
È però l’archeologia a stupirci maggiormente, poiché nel 1906 il mare prospiciente l’isola di Antikhytera ci ha restituito le ruote dentate e gli ingranaggi in rame di un meccanismo identificato come un planetario meccanico del II sec. d.C., oggi conservato (e ricostruito) presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene: solo ipotetica la sua originaria fabbricazione a Rodi, ove era attivo l’astronomo Ipparco di Nicea. Si tratta di un oggetto eccezionale, in primo luogo perché alle spalle della sua avanzata “tecnologia” ci sono raffinate conoscenze astronomiche e scientifico-matematiche, in primis quelle desunte dagli studi di Eratostene di Cirene (III sec. a.C.); in secondo luogo perché la sua struttura sembra ricordare planetari simili attribuiti dalle fonti ad Archimede (III sec. a.C.), uno che di meccanica certo se ne intendeva: numerose, infatti, sono le invenzioni a lui attribuite, tra le quali la cosiddetta vite idraulica (quella che Leonardo da Vinci riprodusse nel celebre “Codice Atlantico”), o le macchine belliche che ritardarono la conquista romana della “sua” Siracusa (212 a.C.).

Il meccanismo di Antikhytera, Atene, Museo archeologico nazionale

La consapevolezza dell’umana caducità

Siamo ora giunti al momento di tirare un po’ le fila di questa riflessione che, partendo dall’Umanesimo ci ha portato, saltabeccando tra Grecia e Roma, fino a parlare di automi. Mi pare che da tutto ciò emerga un uomo classico un po’ più scientifico-tecnologico di quanto abitualmente si creda; i risultati di questa applicazione, però, sono sempre visti come “mezzo” – sapientemente guidato dall’uomo – per conseguire una vita migliore, e mai come fini a sé stessi. Quanto poi ai teatrini mobili o alle colombe volanti (che sembrano quasi poter vivere di vita propria), si tratta di oggetti – per così dire – voluttuari, che non paiono offuscare in nulla il primato dell’uomo nel governo del mondo. No, non ce li vedo proprio, i Greci e i Romani, a temere una ribellione di automi come quella descritta nel film del 1968 2001 Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, nel quale la disobbedienza del supercomputer Hal9000 è un primo, profetico, esempio dei pericoli nella creazione di “macchine” (scusate la banalità del lessico) modellate sulla struttura della mente umana.
Oserei inoltre dire che il primato che l’uomo classico rivendica nel governo del mondo gli derivi – paradossalmente – anche dalla profonda consapevolezza della sua debolezza. E con ciò intendo, in primo luogo, la coscienza della sua natura composita, quella che Pico della Mirandola descrive come possibilità di «degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti», o viceversa «rigenerarsi nelle cose superiori che sono divine» (trad. E. Garin). Ma alludo soprattutto al “chiodo fisso” della fugacità della vita, e della necessità di convivere con l’idea della morte: c’è infatti un fil rouge che lega l’uomo caduco “come le foglie” di Omero (VIII sec. a.C.?) e Mimnermo (VII-VI sec. a.C.) al carpe diem di Orazio (I sec. a.C.).
No, l’uomo antico, pur consapevole delle proprie facoltà, non si sente onnipotente; e se qualche volta prova a fare l’homo deus, c’è qualcuno o qualcosa che gli ricorda che potrebbe trasformarsi in un homuncio («omuncolo»), e che forse almeno in potenza già lo è.

La vite di Archimede riprodotta da Leonardo nel “Codice Atlantico”, Milano, Veneranda Biblioteca Ambrosiana

L’homuncio di Petronio: 
una lezione di humanitas

Mi viene in mente, a tale proposito, una “marchingegno” del tutto particolare, ben diverso da quelli dei quali abbiamo parlato prima. Si tratta di uno «scheletro d’argento, costruito così che le sue giunture e vertebre snodate potessero piegarsi da ogni parte», che il ricco liberto Trimalchione, nel Satyricon di Petronio, mostra ai suoi convitati per invitarli a riflettere sulla caducità della vita e bere senza troppe remore l’ottimo vino Opimiano da lui offerto, dicendo: «Ahinoi miseri, com’è nulla l’intero omuncolo! / Così saremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapiti. / Dunque viviamo, finché possiamo spassarcela» (Satyricon, 34, trad. L. Canali).
In fondo, anche questa macabra marionetta è un prodotto tecnologico, esito della perizia di qualche ingegnoso artefice; però non si muove da sé – non è dunque un automa – ma solo se manovrata dallo stesso Trimalchione, denunciando così i limiti della sua meccanica; da ultimo, essa raffigura uno scheletro, cioè quel che resta di un homo dopo la sua morte: un homuncio («omuncolo»), insomma.
Sappiamo tutti che il Satyricon è un’opera paradossale, sospesa tra realismo e parodia; eppure quell’homuncio d’argento dice forse più cose di mille discorsi filosofici (quelli che Trimalchione aborriva): se ogni tanto non guardi la pur argentea miseria di questo scheletro e non ti accorgi che questo si muove solo se agitato manualmente, finisce che ti credi immortale (e allora sono guai perché la tua superbia – quella che Erodoto nel V sec. a.C. avrebbe chiamato hýbris – ti rovinerà) oppure che ti scordi di goderti la vita (che è pure peggio). Quell’homuncio è certamente privo di “intelligenza artificiale”, ed è invece l’homo – il quale è naturaliter “intelligente” – che deve apprendere la lezione che proprio l’inerte marionetta gli offre. Il messaggio che questa gli porge è infatti chiaro: l’humanitas ci porta sì a esaltare il nostro stato e, parimenti, ad aprirci con fiducia verso gli altri, ma tale atteggiamento è tanto più nobile quanto più si realizza tra esseri che ben conoscono i loro limiti e la precarietà della loro vita. In fondo, homuncio e humanitas hanno la medesima etimologia!


Per approfondire

Moses Finley, Economia e società nel mondo antico, Laterza, Roma-Bari 1984 (prima edizione inglese 1965).

Monica Pugliara, Il mirabile e l’artificio. Creature animate semoventi nel mito e nella tecnica degli antichi, L’Erma di Bretschneider, Roma 2003.

Franco Minonzio, Problemi di macchinismo in ambito romano. Macchine idrauliche nella letteratura tecnica, nelle fonti storiografiche e nelle evidenze archeologiche di età imperiale, in “Archeologica dell’Italia Settentrionale” n. 8, Como 2004.

Eugenio Lo Sardo E. (a cura di), Eureka. Il genio degli antichi, Catalogo della mostra, Electa Napoli, Napoli 2005.

Elio Lo Cascio (a cura di), Innovazione tecnica e progresso economico nel mondo romano. Atti del Convegno, Capri 2003, Edipuglia, Bari 2006.

Marco Galli, Giuseppina Pisani Sartorio (a cura di), Machina. Tecnologia nell’antica Roma. Catalogo della mostra presso il Museo della Civiltà Romana, Palombi editore, Roma 2009.

Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli, Milano 2017 (prima edizione 1996).

Lucio Russo, Archimede. Un grande scienziato antico, Carocci, Roma 2019.

Giovanni Di Pasquale, Le macchine nel mondo antico. Dalle civiltà mesopotamiche alla Roma imperiale, Carocci, Roma 2019.

Mauro Reali

Docente di Liceo, Dottore di Ricerca in Storia Antica, è autore di testi Loescher di Letteratura Latina e di Storia. Le sue ricerche scientifiche, realizzate presso l’Università degli Studi di Milano, riguardano l’Epigrafia latina e la Storia romana. È giornalista pubblicista e Direttore responsabile de «La ricerca».

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