
La metamorfosi di Cimone
La Quinta giornata è dedicata a vicende di amore a lieto fine. Si tratta quindi, almeno in teoria, di una giornata caratterizzata da toni sereni, e la “rubrica” della Prima novella (cioè il sintetico argomento premesso a ciascuno dei testi narrati) lo conferma, esordendo con le parole «Cimone amando divien savio». Una sommaria ricerca nei siti online che presentano questa novella agli studenti ci permette di allineare giudizi coerenti con questa promessa: Boccaccio «ci presenta il sentimento amoroso in una luce positiva e nobilitante», racconta «la storia di un sentimento amoroso positivo e nobilitante», descrive «l’amore [come] fonte di civiltà» e così via. Panfilo, colui che la racconta, dichiara alle sue ascoltatrici che, grazie alla sua novella, potranno «comprendere […] quanto sian sante, quanto poderose e di quanto ben piene le forze d’Amore». A me pare che queste affermazioni (che riguardano in realtà la prima parte della novella, non l’intero testo) siano largamente contraddette dalla vicenda narrata. Proviamo dunque a entrare nel testo e vediamo cosa ci viene raccontato.
La storia si svolge in un lontano e vago passato (il tempo delle fiabe, diciamo), sull’isola di Cipro. Cimone, figlio del ricchissimo Aristippo, pur essendo grande e bello, è «quasi matto» e ha raggiunto la maggiore età senza sviluppare nessuna dote intellettuale e nessuna capacità di vivere civilmente, in società. Il padre, disperato, lo manda a vivere in campagna, cioè nell’ambiente rozzo che a lui si addice, e qui si verifica il primo evento imprevisto, fortuito, dalle conseguenze decisive: un giorno Cimone si imbatte in «una bellissima giovane [addormentata in un boschetto] con un vestimento indosso tanto sottile, che quasi niente delle candide carni nascondea, e era solamente dalla cintura in giù coperta d’una coltre bianchissima e sottile»; sbalordito alla vista della ragazza, Cimone si sofferma a esaminarne golosamente le fattezze: «cominciò a distinguer le parti di lei, lodando i capelli, li quali d’oro estimava, la fronte, il naso e la bocca, la gola e le braccia e sommamente il petto»; e sente nascere in sé il desiderio di vederle gli occhi, per cui si ferma, appoggiato al suo bastone, finché la giovane (che Cimone «dubitava non fosse alcuna dea») si sveglia e gli rivolge la parola intimorita.
Cimone subisce una metamorfosi: accompagna la giovane fino a casa, poi chiede al padre di poter tornare in città (cioè alla vita civile) e qui, grazie all’amore, nel giro di quattro anni diventa «valorosissimo tra’ filosofanti», «maestro» di canto e di musica, «espertissimo» nel cavalcare e nell’usare le armi – insomma, il giovane più leggiadro e «meglio costumato» e più virtuoso che si possa immaginare. La prima parte della novella si conclude con un ampio commento del narratore Panfilo, il quale riprendendo la sua stessa introduzione esalta la potenza civilizzatrice dell’amore, che ha trasformato Cimone da «montone» a «uomo».
La potenza trasformativa dell’amore non è ovviamente un’invenzione di Boccaccio: al contrario, è uno dei temi fondamentali di una tradizione cortese che culmina con la Vita nuova di Dante, a cui Boccaccio fa senza dubbio riferimento: l’incontro con la donna amata che provoca una metamorfosi interiore, l’importanza dello sguardo e del saluto, la natura nobilitante dell’amore, la divinizzazione della donna («una cosa venuta / di cielo in terra a miracol mostrare”), sono tutti temi danteschi. Ma le lettrici del Decameron non potevano fare a meno di accorgersi che il modello cortese-stilnovistico è radicalmente rovesciato: innanzitutto per l’insistenza sulla bellezza fisica della donna (per ben sei volte nella stessa pagina Panfilo coniuga l’aggettivo «bello») e per l’estrema sensualità della scena dell’incontro (il voyeurismo di Cimone di fronte alla ragazza seminuda). Inoltre, accano alla bellezza fisica che condivide con le protagoniste della letteratura cortese (ma non con Beatrice, mai descritta se non come «gentilissima»), a Efigenia non viene riconosciuta alcuna nobiltà d’animo, e lo rivela il suo dialogo con Cimone, unico momento della novella in cui la donna si esprime a parole, con due sole battute di sconcertante mediocrità («Cimone, che vai tu a questa ora per questo bosco cercando?» e «Cimone, rimanti con Dio»). L’ultimo elemento che fa della vicenda di Cimone un ribaltamento della tradizione cortese è la mancanza di reciprocità del sentimento: l’amore di Cimone non è affatto l’amore «ch’a nullo amato amar perdona», anzi la povera Efigenia, né qui né in seguito, mostra mai di apprezzare l’interesse del suo spasimante.
Se prendiamo in considerazione la metamorfosi di Cimone, essa non risponde meglio allo stereotipo dell’eroe cortese. È vero che il giovane si innamora attraverso la vista, rimane per qualche momento in preda a una vera e propria estasi, poi torna a vivere in città, frequenta la buona società, e in particolare gli altri innamorati, diventa abile nel parlare e nel cantare e nell’usare le armi, insomma si trasforma in un perfetto cavaliere, con tutti i tratti di un tipico eroe dei romanzi arturiani. Ma la novella non si conclude qui: quella che ho sintetizzato si può considerare, al contrario, una lunga premessa. Le vere conseguenze della metamorfosi di Cimone vengono alla luce ora, nel momento in cui Cimone tenta di «onesto fine porre al suo disio», cioè di sposare Efigenia.
Come si conquista una sposa
La seconda parte della novella inizia con la proposta di nozze di Cimone, respinta dal padre di Efigenia. Si noti che anche questa proposta contraddice la tradizione cortese-stilnovistica (in cui l’amore è, salvo rare eccezioni, estraneo al vincolo coniugale): Cimone, a dispetto della gentilezza a cui è approdato, si caratterizza per una mentalità più mercantile che cavalleresca, e pensa all’amore innanzitutto in termini di matrimonio – è un’osservazione che tornerà utile più avanti. Si noti anche il termine «disio»: fino a questo momento Panfilo ha parlato di «amore» e ha usato il verbo «disiderava» per indicare il desiderio appunto di Cimone di vedere gli occhi di Efigenia, che aveva sorpreso addormentata. Ora questo desiderio, da aspirazione contemplativa che era, assume un carattere completamente diverso, è il desiderio di possedere Efigenia. Cimone dunque entra in trattative col padre della ragazza, che rifiuta l’accordo perché la fanciulla-merce è già venduta a un altro, Efigenia è già fidanzata a un certo Pasimunda.
E qui avviene la seconda e assai più inquietante metamorfosi di Cimone: la prima è stata una nobilitazione da bestia a uomo, questa seconda (provocata, come la precedente, dall’amore) lo trasforma da onesto mercante in feroce pirata. Cimone, non potendo avere Efigenia «onestamente», arma un legno e con alcuni compagni abborda la nave che porta la promessa sposa da Cipro a Rodi, rapisce la ragazza e fugge a Creta. In che modo Cimone giustifica la sua azione? Innanzitutto, dicendo ai marinai della nave abbordata che l’amore l’ha costretto a comportarsi così. In secondo luogo, spiegando a Efigenia (comprensibilmente in lacrime) che a causa del «lungo amore» che ha provato per lei, se la merita più di Pasimunda, il quale la sposerebbe solo «per promessa fede», cioè perché si è accordato col padre di lei. Né il narratore Panfilo, né altri personaggi della novella commentano queste affermazioni – solo Efigenia, quando cala la sera e si scatena una violenta tempesta, interpreta la furia degli elementi come una punizione degli dèi nei confronti di colui che voleva prenderla in sposa contro la loro volontà. Il commento di Efigenia non è condiviso esplicitamente dalla voce narrante, ma lo svolgimento della novella sembra in effetti punire la violenza di Cimone, condannandolo all’infelicità. La nave viene infatti trascinata a Rodi, nella stessa insenatura dove hanno trovato rifugio le vittime del suo piratesco abbordaggio. Il giovane viene quindi arrestato insieme ai compagni e incarcerato, e con questo rovescio di fortuna si conclude la seconda parte della novella.
Virtù, fortuna e lieto fine
La divisione della novella in tre parti dev’essere motivata, perché autorevoli commenti (come quello che accompagna l’edizione critica di Fiorilla del 2013) propongono invece una divisione in due. Ma la tripartizione è evidente se si considera il contenuto narrativo della novella, ed è confermata dal gioco delle simmetrie interne (22 periodi la prima parte, 26 la seconda, 22 la terza).
La terza parte si apre dunque con la presentazione di nuovi personaggi, il fratello di Pasimunda Ormisda e il governatore di Rodi Lisimaco, innamorati della stessa fanciulla Cassandrea (come nel caso di Efigenia, dei sentimenti di quest’ultima non ci viene detto nulla). Pasimunda e Ormisda pensano di celebrare nozze doppie (in base a un ragionamento economicistico: «per non tornare più alle spese e al festeggiare», cioè per risparmiare, da buoni mercanti); Lisimaco pensa di cogliere l’occasione per rapire Cassandrea con l’aiuto proprio di Cimone, che è in carcere per aver fatto esattamente ciò che Lisimaco stesso medita di fare.
Il discorso con cui Lisimaco espone il suo piano a Cimone ha la stessa importanza di quello con cui Cimone ha giustificato il primo rapimento ed è così articolato: gli dèi stanno mettendo alla prova la tua virtù, facendoti precipitare dalla felicità alla disperazione per verificare la costanza del tuo animo; io sono nella tua stessa situazione e «a fuggire tanta ingiuria e tanta noia della fortuna, niuna via ci veggio da lei essere stata lasciata aperta se non la vertù de’ nostri animi e delle nostre destre», cioè delle nostre mani. Insomma, la fortuna (gli dèi, il caso) ci ha messo in una difficoltà da cui potremo uscire grazie alla nostra virtù (la nostra capacità di agire, che altrove Boccaccio chiama «industria»), conquistando con le armi le donne che amiamo.
Boccaccio anticipa, con gli stessi termini, il tema che Machiavelli svolgerà centocinquant’anni più tardi in chiave politica (l’esaltazione della virtù, ossia della capacità del principe di opporsi alla fortuna, a prescindere da qualsiasi considerazione morale) e che qui viene enunciato forse per la prima volta con tanta chiarezza, ma in chiave cortese-mercantile (la conquista non del potere, ma dell’oggetto del desiderio: giacché l’amore, ormai è chiaro, coincide col desiderio, avendo perso ogni connotazione spirituale). E si noti la spregiudicatezza di Lisimaco, che non ha dubbi nel qualificare come «rapina» (termine che Panfilo ripete altre due volte) l’azione che sta proponendo a Cimone; il quale dal canto suo, mentre nella seconda sequenza aveva magnanimamente lasciato liberi i marinai della nave aggredita, adesso accetta subito l’idea di rapire le donne «uccidendo chiunque ciò contrastar presummesse».
È quanto accade: i due complici si presentano alla festa di nozze accompagnati da un piccolo esercito, sconvolgono le mense, trascinano sulla loro nave le donne (ancora una volta piangenti) mentre Cimone uccide sia Pasimunda che Ormisda. E «lasciata piena la casa di sangue, di romore e di pianto e di tristizia, senza alcuno impedimento stretti insieme con la loro rapina alla nave pervennero: sopra la quale messe le donne e saliti essi e tutti i lor compagni […], dato de’ remi in acqua lieti andaron pe’ fatti loro». E questo termine, «lieti», torna ben quattro volte nell’ultimo capoverso della novella, due come aggettivo e due come avverbio, a sancire il destino di Cimone, che sposa la donna amata e dopo qualche tempo ottiene il perdono e può tornare dai parenti a Cipro (e Lisimaco a Rodi), per vivere «lungamente contento nella sua terra».
Conclusioni provvisorie
Quali risultati possiamo trarre da questa rapida analisi? Innanzitutto, è evidente che la novella non racconta solo, né principalmente, la trasformazione provocata in Cimone dall’amore: sia perché la vera protagonista della novella si rivela essere la fortuna (anche l’incontro con Efigenia, nella prima parte, è infatti opera sua, e Panfilo non manca di sottolinearlo: «s’avenne, sì come la sua fortuna lo guidò, in un pratello…»), sia perché la fortuna, assai più che la virtù, garantisce a Cimone il successo finale della sua impresa (anche in questo caso, Panfilo lo dichiara introducendo la terza parte del suo racconto: «La fortuna, quasi pentuta della subita iniuria fatta a Cimone, nuovo accidente produsse per la sua salute»; e la «rubrica» iniziale, onestamente, dedica solo quattro parole alla prima parte della vicenda e ben quattro righe alle successive peripezie).
Non sarebbe giusto però accusare di scarsa attenzione i lettori che fanno della metamorfosi narrata nella prima parte il nocciolo della novella. La problematicità del testo riguarda infatti proprio il carattere di questa metamorfosi, dato che appare difficile giudicare «savio» un comportamento come quello di Cimone e «positivo e nobilitante» un sentimento che si manifesta soprattutto con comportamenti distruttivi e violenti. L’amore rivela dapprima il suo aspetto più nobile, civilizzando il protagonista, poi prevalgono gli elementi irrazionali e il sentimento perde quel tanto di cortese che sembrava caratterizzarlo nella prima parte: Cimone e Lisimaco rapiscono e stuprano Efigenia e Cassandrea, ignorando i principi elementari dell’etica e della religione, nonché le basi giuridiche di qualsiasi convivenza civile (si può forse discutere se, per la morale del Trecento, Cimone, pressato dalla natura che gli impone di amare, abbia il diritto di rapire una fanciulla promessa sposa dal padre a uno sconosciuto che le è indifferente; ma non esiste giustificazione possibile per il governatore che si accorda con un fuorilegge sottoposto alla sua autorità per commettere un intero catalogo di reati gravissimi).
Ammirare la perfetta costruzione narrativa del racconto (la tripartizione, il gioco delle simmetrie, la collocazione dei due discorsi apologetici e così via) e la limpidezza con cui vengono messi a fuoco i termini delle questioni affrontate (l’amore, la fortuna, la virtù) non può esaurire le nostre reazioni di lettori. Il testo solleva una messe di questioni proprio per la «felice fine» a cui Cimone perviene tramite comportamenti immorali e delittuosi, tanto più che questi comportamenti vengono giustificati in nome dell’amore, cioè di un impulso naturale e quindi insopprimibile. Non si tratta, beninteso, di giudicare moralisticamente la novella, ma di far emergere la contraddizione tra le parole di Panfilo e la vicenda da lui stesso narrata: la lezione morale che i lettori possono ricavare dalla vicenda narrata contraddice la saggezza a cui Cimone sembrava pervenuto.
Ora, Boccaccio condivide il giudizio del narratore interno o no? La risposta (che per ora è un’ipotesi di lavoro e come tale viene qui sintetizzata) è che Boccaccio assume rispetto alla vicenda narrata una posizione di suprema oggettività: non può ignorare il carattere problematico e inquietante che la storia di Cimone assume a partire da un certo momento in poi, ma si limita a rappresentare, senza intervenire, il fatto che il successo può arridere, e in molti casi in effetti arride, ai violenti e ai sopraffattori.
(continua)