Il cavallo di Troia dei politici tecnocrati: requiem per il liceo

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La sperimentazione è avviata, i teorici del cambiamento sono già all’opera: è pronto il nuovo liceo, snello e smart, come piace oggi. In 4 anni proietteremo i nostri adolescenti nell’aureo mondo dell’Università e poi del lavoro, casomai ve ne fosse per loro. Tutto questo prima che abbiano l’età per votare.

La sperimentazione è avviata, i teorici del cambiamento sono già all’opera: è pronto il nuovo liceo, snello e smart, come piace oggi. In 4 anni proietteremo i nostri adolescenti nell’aureo mondo dell’Università e poi del lavoro, casomai ve ne fosse per loro. Tutto questo prima che abbiano l’età per votare.

pompei1L’Italia seguirà la Spagna, la Francia, l’Inghilterra e la fiorente Germania che però, incurante della crisi o insensibile al dogma della modernità e del cambiamento, in parecchi Länder riserva il provvedimento alle scuole tecniche e lascia che gli studenti ginnasiali continuino a dedicare alla filosofia, alla storia, persino allo studio del latino, gli anni che queste discipline richiedono.

Ho la stoffa di Cassandra e avrei molte obiezioni di sostanza, ma parto da una nota di forma: dove si parla del liceo in 4 anni? Dove se ne discute?
Non nelle aule del parlamento, non nelle sedi della collegialità politica e civile.
Il mondo smart è pop: la comunicazione passa per un rotocalco settimanale che intervista il ministro Carrozza in persona e, prima che qualche cinguettio telematico ne faccia debole eco, si scopre che in Lombardia i licei che hanno già attivato la sperimentazione del diploma in 4 anni sono tutti (tranne uno) scuole paritarie, private, lautamente finanziate, nei loro privilegiati percorsi d’integrazione alla didattica, dalla dote scuola, dalle rette degli iscritti, dai contributi privati.
Probabilmente la mia osservazione è fuori luogo, ora che anche le scuole pubbliche potranno impegnarsi in iniziative di found raising: se nel cassetto ho una risma di carta pagata di tasca mia per integrare quella, centellinata, dell’unica stampante dell’aula docenti, se sto meditando l’acquisto di un proiettore per non intasare le uniche due LIM disponibili (su un migliaio di studenti e una cinquantina di insegnanti), è solo perché “il meglio è nemico del bene”.

Dunque lasciamo stare la forma e torniamo alla sostanza: proverò schiettamente a domandarmi se davvero 5 anni son troppi. Lo farò dalla mia ridotta prospettiva di docente di lettere al liceo, nel caso in cui qualcuno giudicasse interessante sentire il pensiero dei docenti quando si parla di scuola.

Alla base di questo piccolo progetto c’è un’idea condivisa da molti politici (non di destra, né di sinistra, ma di quel che resta di entrambe): promuovere l’idea che l’alta formazione sia quella tecnica, riscattare i nostri giovani da una presunto debolezza tecnico-scientifica e portarli a gareggiare con i loro competitors europei. Personalmente ho qualche riserva su questo orientamento agonistico delle finalità pedagogiche e didattiche e più d’un dubbio circa la loro efficacia, ma tant’è.
Con un anno di liceo in meno si completa il percorso di ridimensionamento (marginalizzazione?) della componente umanistica nei curricula liceali. Non stupisce perciò che per raggiungere l’obiettivo di diplomare prima gli italiani non si valutino altre ipotesi più costose, come quella di iniziare la scuola primaria con un anno di anticipo: ciò comporterebbe spesa aggiuntive per l’ultimo anno di scuola dell’infanzia che oggi è a carico delle famiglie e dei comuni, rinunciando a un anno di liceo, invece, lo stato risparmia. Ma chi paga il risparmio?

Concezione agonistica dell’educare a parte, nessuno vuol negare il valore dell’approccio tecnico-scientifico alla realtà, ma l’abilità di coniugare, nella struttura liceale, la formazione umanistica e la conoscenza scientifica, è stata sino ad oggi il pregio della scuola italiana, la sua specificità legata a una storia e a tradizioni culturali che sono quelli di un paese che siede (siede!) su un tesoro artistico inestimabile.
Perché rinunciarvi? Perché svuotare quei contesti, come l’insegnamento liceale, in cui gli adulti conservano ancora il compito di farsi ponte tra le generazioni? Perché lasciare che, nel paese europeo in cui si legge meno, l’unico modo per sostenere la cultura artistica e letteraria sia trasformarla in uno dei tanti prodotti dell’industria del divertimento?

 

cesaChi fa il mio mestiere sa che oggi al Classico e allo Scientifico si accolgono deliziosi tredicenni che pensano a Cesare come al rivale di Asterix, né potrebbero fare altrimenti per non averlo più studiato dalle elementari, grazie alla riforma. In genere sono ragazzi svegli e curiosi: proprio nelle aule delle medie in cui i loro bisnonni salmodiavano titiretupatulérecubans, hanno solidarizzato in tre lingue diverse, usano la tecnologia con scioltezza, ma capita che (nonostante i salti mortali dei loro precedenti insegnanti), proprio non possano fare a meno di pensare che il verbo “sembrare” sia transitivo, diffidano del passato remoto di cuocere, non sanno distinguere la tesi dall’argomentazione.
Con fatica (e con gioia, sia detto) li si porta pian piano a leggere Manzoni e poi Dante, Petrarca, l’Ariosto, Galileo e così via fino ai “grandi” scrittori del Novecento – quasi sempre solo i primi “grandi del Novecento”, perché il tempo è poco, con buona pace di chi troverebbe sensato esplorare anche la ricca cultura italiana degli anni ’50, ’60, ’70 (se ne legga nel bel racconto di Sandra Petrignani, Addio, Roma, per Neri Pozza).

Nel percorso liceale, la quantità del tempo speso nello studio non può essere compensato dalla qualità. L’apprendimento ha i suoi tempi: 8 ore di lezione al giorno, un mese più l’anno – come suggerisce invece qualche politico fan del liceo “abbreviato” – non fanno un anno di crescita. Su questo non si può barare. E anzi dispiace che nulla sappia, la pletora di tecnocrati a cui si affida il compito di legiferare, della lotta di ogni docente contro il tempo reale, eroso dai cellulari e i tablet.
Senza demonizzare strumenti dalle straordinarie potenzialità, anche didattiche, non possiamo tacere i danni di un’attenzione intermittente: quell’intuito vivido, rapido e brillante che tocca ai docenti educare alla concentrazione, mentre tutt’intorno il mondo trilla, bippa, urla.

Eppure, anche in questo tempo rumoroso, qualcosa di buono accade e si palesa proprio in quel momento di soglia in cui gli studenti, ormai quasi a pieno titolo giovani cittadini, si preparano all’età delle scelte: dove andare, chi essere, persino cosa votare? Perché sottrarre loro  un percorso di alfabetizzazione civile condotto parlando – ad esempio – dell’Antigone di Sofocle e delle ragioni del Kim calviniano, del canto di Ulisse balbettato da Primo Levi nel gelo polacco e del quousque tandem ciceroniano?
Bene, in un percorso così l’ultimo anno è ininfluente? Aspetto la risposta dei colleghi di matematica e fisica. Personalmente, non li ho mai sentiti dire che cinque anni son pochi e vorrei tanto che fossero accanto ai colleghi “umanisti”. Di certo il diploma a diciott’anni non è una buona notizia per chi ancora crede nel valore degli studia humanitatis. Sarà il requiem del latino e del greco, il cui apprendimento è nemico della velocità.

La riduzione del quadro orario prevista dalla riforma Gelmini e l’esaltazione della competenza tecnica, rispetto alla costruzione globale della persona, che affascina anche la sinistra da oltre dieci anni, avevano già ridotto lo studio della cultura antica a una scelta di nicchia. Oggi il Classico muore, lo Scientifico perde e questo mi pare solo l’epifenomeno di un indirizzo politico e culturale preciso.
Il latino e, più ancora, il greco si avviano con questo nuovo provvedimento ad essere lingue definitivamente morte. Con un anno in meno, anche la nicchia sarà svuotata di senso: perché 4 anni non bastano a guadagnare la competenza linguistica e poi ad accedere in modo sensato all’interpretazione dei testi d’autore.
Io per prima arriverò a convincermi che abbia poco senso insegnare una lingua “morta” se non posso portare i miei studenti a comprendere i testi scritti in quella lingua.
Finirà che studieremo il latino come in certi altri paesi europei (non neolatini), con il metodo naturale, fingendo che sia una lingua viva in barba al prezioso senso della diacronia che questa disciplina rinforza; oppure ci faremo un bel giro di giostra tra la cultura latina e greca in traduzione, magari comparandola a quella araba o tamil, per non far torto a nessuno? Un buffo modo di difendere le nostre radici, proprio mentre sarebbe bello sapere chi siamo per incontrare generosamente il nuovo, l’altro, il diverso.

Concludo con un cenno ai lavoratori della scuola: la riduzione degli anni di formazione liceale, comporterà posti tagliati, docenti in esubero, ricambio generazionale bloccato nel mondo della scuola e le rivendicazioni professionali saranno legittime e doverose.
Se qui si è scelto di fondare anche su altro la riflessione è perché i tagli del personale sono il danno più imminente, ma chi insegna matura dalle discipline storiche l’attitudine a pensare su tempi lunghi e all’allarme per la propria sorte aggiunge la preoccupazione per i danni meno immediati, ma destinati a plasmare in modo irreversibile il profilo culturale del Paese. E di un Paese, sia detto per inciso, che molti (dentro e fuori) credevano già alla fine della sua decadenza.
Non c’è limite al peggio?

Non piace ai miei colleghi e a me far la parte di tante Cassandre, rovinare questa bella festa post-futurista che però del Futurismo non ha neppure un Marinetti, ma temo che sarà ancora più triste scoprire di avere avuto (di nuovo) ragione: l’automobile è preziosa, ma non si getti alle ortiche la Nike di Samotracia.

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