
Sono in vigore da settembre le nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo, e quelle per i licei sono in dirittura d’arrivo: i documenti con cui il Ministero dell’Istruzione e del Merito indica una direzione da seguire agli insegnanti delle discipline che si studiano a scuola. Fissano obiettivi e contenuti irrinunciabili, e lasciano ai docenti ampi margini sulla scelta di testi e percorsi.
Tra marzo e aprile di quest’anno, le modifiche apportate all’insegnamento della storia e della letteratura, in particolare, hanno suscitato un certo dibattito che – al netto delle immancabili uscite a vuoto – fa sempre un po’ piacere agli addetti ai lavori.
Letteratura: passi avanti o corsa sul posto?
Il canone letterario, oltre a essere un importante punto di riferimento per studenti e studiosi, è spesso un macigno difficile da spostare. Infatti, proprio quando si riesce a spingerlo un po’ più in là, scattano le reazioni. La commissione che si è occupata di scrivere le Nuove indicazioni nazionali per i licei ha portato molte novità, ma la gran parte del dibattito – o comunque, la sua componente più accesa e vivace – si è concentrata sullo spostamento della Divina Commedia e dei Promessi sposi da un anno all’altro del percorso di studi. Lo spostamento, appunto, del macigno. Poi, a giugno, nel testo inviato al Consiglio superiore della pubblica istruzione, il Ministero ha fatto marcia indietro: i Promessi sposi restano al secondo anno, la Commedia torna a distribuirsi su tre anni. Il macigno è tornato al suo posto.
Oltre quest’indicazione ci sono poi i consigli: far leggere più libri integralmente; suggerire autori contemporanei e, quindi, linguaggio, temi e modi di raccontare il mondo più vicini agli studenti del 2026 che a quelli del 1886; allargare lo sguardo ad altri autori del Novecento. E già qui, su quest’ultimo punto, la lista è potenzialmente infinita.
Allargare il canone
Il macigno, però, non dovrebbe essere spostato né demolito. Anche perché è fatto d’argilla ed è facile da modellare. Se i punti fermi restano intoccabili, la proposta di concentrarsi di meno sulla vita e leggere di più le opere avanzata nelle Indicazioni nazionali offre anche la possibilità di allargare il canone, finalmente.
Non solo dando spazio ad autori e autrici ignorati ormai da decenni, ma anche sottolineando l’importanza e l’attualità delle cosiddette opere minori degli autori inamovibili.
Quanto potrebbe risultare attuale e interessante, agli occhi di un/una liceale di 16-17 anni, il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi, ad esempio? Quanto sono attuali i Quaderni di Serafino Gubbio operatore di Pirandello (riesumati così, all’improvviso, solo per la prova scritta della maturità di qualche anno fa), anche per un alunno dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado?
Probabilmente, molto più del fanciullino di Pascoli che, consumato dai secoli, è diventato un povero fantoccio da esibire solo per colmare il vuoto di una tesina esposta controvoglia all’esame di fine ciclo. O dei versi di Carducci, delle opere di Monti e Alfieri – immortali, per carità – ma se, come tutti ripetono ormai da anni, è vero che bisogna mettere l’alunno “al centro del villaggio”, forse qualche domanda in più su quello che c’è, in questo villaggio, bisognerebbe farsela.
Canti, canzoni e cantautori
Quando, nell’ottobre del 2016, fu annunciata l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, «per aver creato nuove espressioni poetiche nell’ambito della grande tradizione della canzone americana», in molti furono spiazzati dalla scelta dell’Accademia svedese.
Ci furono critiche e divisioni tra addetti ai lavori e semplici commentatori che, come sempre in questi casi, sembrano spuntare fuori da ogni angolo del web. Lo stesso Dylan, nella sua Nobel Lecture, precisò:
Le nostre canzoni sono vive nel mondo dei vivi. Ma le canzoni sono diverse dalla letteratura. Sono fatte per essere cantate, non lette.
Eppure, al netto delle valide argomentazioni presentate dai due schieramenti opposti, il mio primo pensiero, allora, fu: «Perché no?». In fondo, guardando anche solo al patrimonio musicale italiano, cos’ha di diverso De André, ad esempio, rispetto a un poeta classicamente inteso, se non il fatto di pensare che
è bello che dove finiscono le mie dita
debba in qualche modo incominciare una chitarra
Nella maggior parte dei casi, però, preferiamo perderci nelle polemiche. E allora ecco che, di tanto in tanto, esce fuori la critica dei gusti musicali degli adolescenti, i giovani di ieri che si dilettano a disprezzare la musica ascoltata dai giovani di oggi.
Ora, siccome qui si parla di lettura e istruzione, la proposta per allargare davvero il canone letterario è un’altra.
Lasciando a ogni ragazzo e ragazza la libertà di ascoltare in pace gli artisti che preferisce, perché la scuola – che, come retoricamente si dice, è presidio di educazione e civiltà – non propone la scoperta dei grandi cantautori del recente passato? Un passato che, peraltro, è così vicino nel tempo eppure sta già rischiando di cadere nell’oblio.
Qualche anno fa, in una classe seconda di una scuola secondaria di primo grado, durante una lezione qualcuno nominò i Beatles, non ricordo come né perché. Quel che ricordo, però, è una domanda a dir poco memorabile. Un’alunna, che ne aveva sentito parlare, chiese, testualmente: «Ma i Beatles sono musica classica, vero?». Una sorta di Chiedi chi erano i Beatles, riveduta e corretta: la domanda che tutti i giovani hanno il diritto di fare e a cui – siamo onesti – tutti gli adulti desiderano rispondere almeno una volta nella vita.
È comprensibile che, a quell’età, non si conoscano i Beatles. Così come è comprensibile che non si conoscano Pascoli, D’Annunzio e Montale. Ed è difficile apprezzare davvero (e da soli) le parole dei vari Fabrizio De André, Giorgio Gaber, Lucio Dalla, Franco Battiato, Francesco Guccini, solo per fare alcuni esempi. L’ascolto, almeno in questo ragionamento, viene dopo la lettura dei testi che, in molti casi, definire poetici è addirittura riduttivo.
Le figure retoriche con Lucio Dalla
E allora, cosa c’entra la didattica? Ecco qualche esempio.
Come spiegare le figure retoriche in classe senza chiedere solo un noioso sforzo mnemonico? Con le canzoni di Lucio Dalla, ovviamente.
La personificazione è chiarissima in Canzone, scritta nel 1996 con Samuele Bersani:
Canzone, trovala se puoi
Dille che l’amo e se lo vuoi
Va’, per le strade tra la gente
Diglielo veramente
Non può restare indifferente
E se rimane indifferente non è lei
E se
[…] La luna è una palla ed il cielo è un biliardo
Quante stelle nei flippers, sono più di un miliardo
non è una metafora immediata, Anna e Marco (1979) nasconde comunque altri valori letterari. Come l’immagine pasoliniana di «Marco dentro a un bar che non sa cosa farà / Poi c’è qualcuno che trova una moto e si può andare in città», che sembra trasferire l’atmosfera delle borgate romane sui colli bolognesi.
E poi la sfida delle migrazioni che emerge in tutta la sua forza nella desiderata America che
[…] è lontana
Dall’altra parte della luna
Che li guarda e anche se ride
A vederla mette quasi paura
In un certo senso, la versione musicale di una celebre frase incisa su una targa nel Museo dell’Immigrazione di Ellis Island, a New York:
Sono venuto in America perché mi avevano detto che le strade erano lastricate d’oro. Le tre cose che ho capito quasi subito sono che le strade non erano lastricate d’oro, anzi non erano lastricate affatto… e che aspettavano me per lastricarle.
Poesia, storia, geografia
Ho inoltre recentemente appurato, a dispetto del mio stesso scetticismo, che Gino Paoli può introdurre alla poesia ragazzi e ragazze di 11-12 anni. Il testo di Eravamo quattro amici al bar (1991) mette di fronte vecchiaia e gioventù, illusioni e disincanto, col cinismo che avanza man mano che aumentano gli anni. E, se è vero che la poesia è l’arte del non detto, la canzone non cita mai esplicitamente lo scorrere del tempo, ma lascia che chi ascolta lo intuisca, attraverso il numero di avventori al bar che, man mano, diminuisce mentre la frizzante Coca Cola della gioventù si trasforma nel senile whisky degli ultimi incontri. Se una canzone aiuta poi a introdurre concetti come quelli di cinismo, illusione e disincanto, ecco che allargare il canone vuol dire anche ampliare il lessico.
Altri cantautori, invece, aiutano a spiegare il senso della strategia della tensione negli anni di piombo con pochissime e disarmanti parole. È il caso di Battiato che, sorpreso e scioccato, in Bandiera bianca del 1981 esclama:
Ho sentito degli spari in una via del centro
Quante stupide galline che si azzuffano per niente
Mentre De André che spiega le ragioni del Bombarolo nel 1973 sembra dialogare in modo naturale con il protagonista de La vita agra di Bianciardi, del 1962.
C’è poi la possibilità di adattare musica e parole al contesto geografico e ambientale. Solo un esempio: il Fortunato di Pino Daniele che «tene ‘a rrobba bella» da vendere nei vicoli di una Napoli che è «comm’e ‘na vota, ma nuje dicimme c’adda cagnà» nasce da una storia vera e interessante, oltre che istruttiva.
La regia dell’insegnante
Naturalmente, il lavoro di regia e filtro dell’insegnante è fondamentale. Ma questo è vero anche per la scelta di opere e autori classici da proporre.
Per il resto, la Costituzione garantisce la libertà d’insegnamento ed esiste una forte autonomia che caratterizza sia le scuole che le scelte dei singoli docenti. Scelte che possono essere condizionate dalle attitudini e dalle conoscenze degli insegnanti, ma anche e soprattutto dal contesto ambientale e dalle diverse condizioni che caratterizzano ogni istituto. Anzi, addirittura di ogni classe. Se un docente, conoscendo bene gli alunni che ha davanti ogni mattina, ritiene che sia più opportuno proporre lo studio di Pascoli e Carducci, ben venga.
Per fortuna, però, il patrimonio artistico italiano, di cui tanto si parla, è variegato e offre una vastissima possibilità di scelta. E basterebbe anche un solo esempio per chiarire quanto esposto fin qui. O meglio, una domanda: un artista che, alla fine di una canzone, riesce a evocare con poche parole la nitida immagine di una folla al seguito di un parroco che «si porta a spasso per il paese / l’amore sacro e l’amor profano» si può definire immaginifico almeno quanto D’Annunzio?
Il vero problema
Ebbene sì, non ci sono donne. Le cantautrici sono meno dei colleghi (ma ci sono: da Giovanna Marini a Rosa Balistreri, da Nada a Carmen Consoli…). Le scrittrici, poi, sono tantissime: Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Alba de Céspedes, Goliarda Sapienza. Se i miei elenchi ne restano privi, il problema riguarda chi li compila. Tocca a noi insegnanti cercarle, studiarle, proporle.