
A proposito della collana Einaudi Biblioteca Giovani, Natalia Ginzburg, storica redattrice, autrice e collaboratrice della casa editrice, osò affermare, considerando l’assenza di nomi femminili e di pluralità geografica, come fosse diventata un fortino pensato da «maschi piemontesi» – oggi aggiungeremmo bianchi, eterosessuali, di mezza età.
Si potrebbe applicare questa stessa limitazione alla costruzione del canone letterario scolastico, ideato da ministri della (allora) Pubblica istruzione già sudditi del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia, una costruzione di cui vediamo ancora oggi gli effetti nelle Indicazioni nazionali, nelle Linee guida, negli autori scelti per l’Esame di maturità, come da quest’anno è tornato a chiamarsi.
Il canone dei «maschi piemontesi»
Proprio un maschio piemontese di area einaudiana è presente nella prima traccia, Cesare Pavese (nato nel 1908), con una poesia che la commissione che prepara i testi d’esame non ha nemmeno fatto la fatica di estrapolare dalla raccolta originaria; come fonte bibliografica, infatti, non si cita Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, raccolta postuma curata da Italo Calvino, bensì l’Antologia della poesia italiana, sempre einaudiana, curata da altri due «maschi piemontesi», Cesare Segre e Carlo Ossola. Viva la coerenza.
Ambientata a Roma, come specificato nelle note redazionali (sia mai che qualche studente collochi Piazza di Spagna a Londra, insieme a Times Square), la lirica è dedicata all’amore che il poeta visse «senza essere ricambiato» per Constance Dowling, attrice statunitense che lavorò, ebbene sì, anche in Italia. Qui però serve come silenziosa e anonima musa letteraria, pure un po’ stronz@, in quanto non avrebbe imparato la lezione di Andrea Cappellano e Francesca da Rimini. Un uomo che ama, a maggior ragione se con velleità letterarie, se maschio, se piemontese, va riamato, anche se c’è il rischio di finire all’Inferno tra le lussuriose.
Maschio ma siciliano, è l’autore della seconda traccia, Vitaliano Brancati (nato nel 1907). Così il Ministero ha smentito chi suggerisce di inserire nell’esame solo personalità sicuramente studiate in classe. Brancati rientra tra queste? E se sì, quale Brancati? Al massimo per Il bell’Antonio, che come il Pavese storico, ha problemi andrologici; nonostante la fama di amatore, alla prova dei fatti Antonio Magnano scopre di essere impotente, con grande scandalo nel clima machista del fascismo intorno a lui, nella Sicilia degli anni Trenta.
No, questo Brancati non poteva fare al caso di chi viene dalla tradizione politica del celodurismo: meglio selezionare dal «diario segreto», genere letterario che, quando è di mano femminile, viene tacciato di estremo soggettivismo, di stile sciatto, di letteratura secondaria, anzi proprio di scrittura non letteraria; quando invece lo ha interpretato uno scrittore maschio, ecco che una sua pagina può diventare addirittura un’intera traccia dell’esame di maturità.
La Repubblica, la scienza e gli adultescenti
Apparentemente meno vessate dal peso di giudizi allotri sembrerebbero le tracce del testo argomentativo, eppure anche qui si avverte la possibilità di una lettura subliminale. Del povero Giuseppe Saragat (nato nel 1898), illustrissimo «maschio piemontese», socialista, perseguitato dai fascisti, è stato riesumato un discorso che si conclude con parole che nel 1946 potevano risuonare ardite all’uditorio costituente formatosi all’indomani del referendum del 2 giugno: «la fiamma della libertà e della giustizia»; «la Patria risorta»; «in questa marcia in avanti».
Chiaramente Saragat, come, in tempi più recenti, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, puntava a reimpostare un discorso patriottico unificante, strappando agli ex fascisti il monopolio del vocabolario politico nazionale. Tuttavia, la retorica dell’Italia che somministra «cenni materni» ai suoi «figli devoti», della «volontà libera» da opporre alla «volontà di potenza» di individui e partiti oscurantisti, dell’italico «passato di gloria imperitura» ha un che di ambiguo o, meglio, di giustificabile in un momento storico che provava ad armonizzare un Paese e una società dilaniati. Oggi sembra più un colpo al cerchio (viva la libertà! viva la «coscienza morale»!) e uno alla botte (viva l’individuo! viva la mamma!).
Se le autrici della letteratura italiana latitano nelle prime tracce, le scienziate tacciono nelle seconde: il brano di Piero Bianucci (nato nel 1944), altro «maschio piemontese», elenca alcune casuali scoperte scientifiche, ma non cita nemmeno Marie Skłodowska Curie, che casualmente, a furia di esperimenti, subì sul proprio corpo tanti di quegli effetti collaterali che persino la bara contenente il suo cadavere, a Parigi, è piombata per timore di esalazioni radioattive.
Vira decisamente verso il sussiego di molti politici e intellettuali nei confronti del mondo dei gggiovani la quinta traccia, un brano di Frank Furedi (nato nel 1947), maschio ungherese-canadese. Tratto dal suo saggio sui Confini, tradotto in italiano da Paolo Ortelli (non citato), il testo selezionato tuona contro individui che alla vera maturità sarebbero stati bocciati, «adultescenti» choosy (per citare un’altra ministra), che rinunciano deliberatamente a «sistemarsi» e ad «assumersi impegni», preferendo rave e chemical parties illegali «anche durante la mezza età».
A queste affermazioni, i maturandi di poco più giovani, pronti a precipitare nel baratro dell’adultescenza, dovrebbero reagire riflettendo sui confini tra le generazioni, magari sentendosi colpevolizzati da adulti che li definiscono, li giudicano, gli impongono obblighi e divieti e gli chiedono pure di commentarli in maniera pacata e razionale.
Finalmente una donna (e una madre)
Dulcis quasi in fundo, nella sesta traccia spunta il nome di un’autrice: è la tedesca Wenke Husmann, responsabile della rubrica Famiglia per «Die Zeit», con un brano sulla meraviglia di fronte allo spettacolo di certi fenomeni naturali. In un testo che ha indubbiamente del poetico, Husmann non può che essere accompagnata dalla figlia, dando così a chi legge l’unico altro esempio di donna possibile secondo questa silloge ministeriale: dopo la musa con il muso, la madre in comunione con la natura, che come il pastore errante dell’Asia leopardiano (lui genio solitario, in compagnia delle sue pecorelle), contempla il senso di stupore e la sua mancanza a causa dell’«arido vero» portato dalle scoperte scientifiche e, vivaddio, dal pensiero illuminista.
Conclude la filatessa di tracce un brano di Mario Calabresi (nato nel 1970), maschio lombardo già direttore della Stampa piemontese, sulla «fatica» che nessuno vuole più fare per realizzarsi. Meno male che, mentre gli scrittori lavorano, il sole sorge, il gallo canta, l’operaio va in fabbrica, i riders sfrecciano, i contadini arano, gli stagionali vengono conteggiati nei decreti flussi, le badanti badano, i pianisti suonano, gli atleti corrono, nell’incomprensione e apatia generali.
Manca solo una cosa all’elenco di azioni quotidiane consigliabili: una bella visita andrologica. Magari qualche maschio, piemontese o di altra provenienza, scoprirà che il modello di uomo virile, adulto, perfettamente realizzato, di autore celebrato da tanta retorica patriottarda e nazionalistica non è ammissibile nemmeno dal punto di vista biologico.