Il «Quartetto di Alessandria»: un romanzo in quattro dimensioni

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La tetralogia di Durrell tra prospettiva multipla e quarta dimensione temporale: un congegno narrativo che anticipa molto di ciò che la letteratura ha fatto dopo

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Ci sono romanzi di culto la cui fama si sviluppa in sordina, e altri che si affermano subito come casi letterari. Il Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell è uno di questi. La tetralogia di romanzi pubblicati alla fine degli anni Cinquanta dallo scrittore inglese (Justine, 1957; Balthazar, 1958; Mountolive, 1958 e Clea, 1960) si presentò immediatamente come un evento. Al netto di qualche inevitabile opinione contraria, l’opera fu accolta con entusiasmo dalla critica fin dalla sua prima apparizione e si impose presto come uno dei grandi successi di pubblico dell’epoca.[1]

Eppure, soprattutto in Italia, il Quartetto è rimasto a lungo un nome più che una presenza viva sugli scaffali. In un articolo apparso sul Venerdì di «Repubblica», Matteo Nucci (che ha firmato tra l’altro la prefazione della più recente edizione italiana di Mountolive)[2] parla della curiosa vita editoriale di certi libri, «tanto ambiti quanto assenti dalle librerie, al punto da essere diventati irreperibili, nelle loro edizioni precedenti, anche al mercato dell’usato.»[3]

Oggi, dunque, chi volesse immergersi di nuovo nell’ambiziosa costruzione narrativa di Durrell rischierebbe di imbattersi nella stessa difficoltà che Nucci descriveva già dieci anni fa: nonostante negli ultimi anni Einaudi abbia ripubblicato l’intero Quartetto nella collana Letture, la reperibilità dei volumi è tutt’altro che sicura. Alcuni si trovano, altri risultano esauriti o disponibili solo tramite canali indiretti. Spesso l’accesso più immediato finisce per essere l’e-book.

Un’opera cosmopolita tra guerra e passione

By Unknown author - This image comes from the Travelers in the Middle East Archive (TIMEA) where it is available at the following Uniform Resource Identifier: 20828.Original source: De Guerville, A. B. "New Egypt." E.P. Dutton & Company, New York, 1906. p. 001.This tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing., CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11511037
Il porto di Alessandria. Autore sconosciuto. da Travelers in the Middle East Archive (TIMEA), fonte originale: De Guerville, A. B. “New Egypt.” E.P. Dutton & Company, New York, 1906. Wikimedia Commons:Licensing., CC BY-SA 2.5.

I quattro romanzi sono ambientati ad Alessandria d’Egitto, tranne alcune parti che hanno luogo su una non meglio identificata isola delle Cicladi. La narrazione copre un ampio periodo tra la fine degli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale.

La vicenda ruota attorno a un gruppo cosmopolita di espatriati e notabili locali. In Justine[4] l’io narrante è Darley, insegnante e scrittore, chiaro alter ego di Durrell che negli anni del conflitto lavorò come addetto stampa all’ambasciata britannica. Darley ricostruisce la sua personale esperienza alessandrina: l’amore per Melissa e l’ossessione per Justine, donna magnetica e sfuggente, moglie del ricchissimo Nessim Hosnani.

È un romanzo tessuto con una prosa elegantissima e personaggi consumati tra passioni romantiche e tormenti filosofici. Qualcosa che ricorda i grandi classici della letteratura esistenzialista, che fioriva proprio negli anni in cui il romanzo di Durrell è ambientato.

La verità capovolta: entra Balthazar

Ma Justine non è che il primo elemento di un congegno la cui struttura guarda più al futuro che al passato letterario. Il secondo romanzo, Balthazar,[5] mette in discussione il precedente. In un certo senso ne costituisce la negazione.

Balthazar, il dottore a capo del circolo cabalistico di Alessandria, restituisce a Darley il manoscritto con la storia d’amore per Justine. Le chiose di Balthazar svelano una verità capovolta: la relazione clandestina tra Darley e Justine era solo un diversivo orchestrato dalla donna per occultare al marito il legame con lo scrittore Pursewarden, il vero amante di lei, uno dei personaggi più brillanti della tetralogia. Pursewarden parla per aforismi e ricorda il Lord Henry Wotton del Ritratto di Dorian Gray.

Anche Balthazar è un’opera di grande eleganza formale, con un perfetto controllo della scrittura che passa soavemente dall’intimismo di alcuni passaggi a pagine dal respiro epico, come quelle in cui si racconta l’escursione nel deserto di Nessim e suo fratello per acquistare un puledro dai beduini.

Mountolive e la dimensione geopolitica

Con Mountolive[6], scritto da Durrell lo stesso anno di Balthazar, si cambia di nuovo registro. Stessi personaggi, stessa vicenda, ma stavolta raccontata dal punto di vista del diplomatico britannico David Mountolive. Per Durrell il terzo romanzo della tetralogia rappresentava il clou della vicenda.[7] Mountolive ha una relazione con la madre di Nessim, ma il genere del romanzo è tutt’altro che sentimentale.

Ora il Quartetto rivela il suo volto geopolitico: Alessandria si trasfigura in un crocevia tardo-coloniale in cui la presenza britannica, la diplomazia e l’intelligence determinano gli equilibri. Scopriamo ora che la famiglia di Nessim è coinvolta in un progetto nazionalista e in traffici clandestini di armi e denaro. Qui Durrell sembra riecheggiare, se non addirittura anticipare, le grandi spy stories d’autore alla Graham Greene.

Durrell e DeLillo: un parallelo mediterraneo

E a proposito di rimandi letterari, quando nel 1982 venne pubblicato I nomi di Don DeLillo,[8] il critico Mark Smith ne consigliò la lettura a chi aveva apprezzato Justine di Durrell.[9] E davvero le due opere hanno molto in comune: un protagonista scrittore, un gruppo di personaggi occidentali espatriati nei paesi mediterranei, un’immaginaria isola delle Cicladi, questioni geopolitiche sullo sfondo e la presenza di una setta o circolo di iniziati (il culto dell’alfabeto nel romanzo di DeLillo, la Cabala in quello di Durrell).

Clea: la quarta dimensione è il tempo

Tre romanzi, fin qui. E tre punti di vista. Si potrebbe dire tre dimensioni. L’immagine non è originale. È lo stesso Durrell a suggerirla nella nota introduttiva alla prima edizione inglese di Balthazar[10]. Seguendo questa similitudine, l’ultimo romanzo del Quartetto, Clea,[11] può essere visto come una quarta dimensione, quella temporale. L’azione si sposta alcuni anni dopo i fatti raccontati “tridimensionalmente” nei precedenti romanzi.

Clea, la protagonista, è una pittrice della cerchia di personaggi che abbiamo conosciuto: razionale, con un intelligente senso dell’umorismo, è forse l’unica a non soccombere al crogiolo di passioni del gruppo di Alessandria. La storia d’amore che vivrà con Darley rappresenta un punto d’approdo solido dove l’incontro tra arte e passione diventa finalmente equilibrio anziché tormento.

A voler “spiegare” il Quartetto, tuttavia, si rischia di non rendergli il giusto merito. Durrell scrive come se la sua prosa seguisse una partitura segreta. «Vorrei essere musicale sia nella mente che nel corpo. Voglio stile, amico mio», confesserà Pursewarden a Darley[12] durante una passeggiata notturna per i vicoli di Alessandria, città «di sette e di credi»,[13] capace di generare con la stessa facilità asceti e libertini, come se lo spirito e i sensi fossero due facce della stessa moneta.

Non stupisce che proprio nel quarto volume affiorino cambi di stile e di registro (pagine in forma di copione teatrale, appendici meta-testuali, citazionismo, prudenti sperimentalismi). La verità, sembra dirci Durrell, non è un monolite, ma nasce da montaggi e ripensamenti.

Le cicatrici come contrappeso al relativismo

A margine varrebbe la pena soffermarsi su una caratteristica comune a molti personaggi del Quartetto: la menomazione fisica. Esistono diversi studi critici che trattano questo aspetto[14] prendendo in considerazione il labbro leporino di Narouz, sua madre deturpata dal vaiolo, la mutilazione alla mano di Clea (che nonostante questo continua a dipingere), la cecità della sorella di Pursewarden. In un’opera dove la verità cambia a seconda delle versioni, le cicatrici fanno da attrito: sono segni inequivocabili. Qualcosa che non si lascia relativizzare fino in fondo perché iscritta nel corpo e nel tempo.

Un romanzo corale: Dickens sullo sfondo

A metà di Clea, Durrell lascia cadere un indizio, quasi distrattamente: Keats, il giornalista mascalzone, l’occhio indiscreto tra la folla, confessa a Darley che durante il suo ultimo soggiorno nel deserto ha letto Il Circolo Pickwick. Ha ancora in tasca il libro «tutto inzuppato e sbertucciato, col buco di una pallottola nella copertina, unto d’olio.»[15] Difficile pensare che qui Durrell abbia voluto fare un omaggio casuale a Dickens.

Come i Pickwick Papers, anche il Quartetto è un grande romanzo corale, dove la forza non sta nell’eroe ma nell’accordatura di voci, maschere e caratteri. Come la Londra vittoriana, Alessandria è un teatro sociale in cui ogni personaggio mette in scena il suo pezzo di mondo.

È così Durrell si affranca dai limiti del romanzo centrato su un unico io: la saga inizia con Darley che crede di essere il perno della storia, ma romanzo dopo romanzo il Quartetto lo smentisce, ricordando che nessuna vita, da sola, porta con sé la verità.


Note

[1] «Though there were some dissenters, the overall critical reception was enthusiastic, and the Quartet novels, published separately from 1957 to 1960, were bestsellers. (They were republished as a set in 1961 and many times thereafter.)» (Dall’articolo Alexandria, Durrell & the “Quartet” di John Derbyshire apparso su The New Criterion, vol. 30, n. 2, p. 26, New York, 2011)

[2] Lawrence Durrell, Mountolive, Einaudi, Torino 2019, coll. Letture, trad. di Bruno Tasso, pref. di Matteo Nucci.

[3] Matteo Nucci, Lawrence Durrell e il Quartetto di Alessandria pubblicato su Il Venerdì di Repubblica, febbraio 2016.

[4] Lawrence Durrell, Justine, Einaudi, Torino 2012, coll. Letture, trad. di Silvano Sabbadini, pref. di Giorgio Montefoschi.

[5] Lawrence Durrell, Balthazar, Einaudi, Torino 2016, coll. Letture, trad. e cura di Giuseppe Sertoli.

[6] Lawrence Durrell, Mountolive, op. cit.

[7] Ian MacNiven, Lawrence Durrell, A Biography, Faber, Londra, 1998, pagg. 466-468

[8] Don DeLillo, The names, Knopf, New York, 1982

[9] «It would be my guess that those readers who enjoyed Lawrence Durrell’s Justine would want to read The names. These books share the same sort of exotic atmospheres and settings.», Mark Smith, Chicago Sun-Times, 1982

[10] «Three sides of space and one of time constitute the soup-mix recipe of a continuum. The four novels follow this pattern. The three first parts, however, are to be deployed spatially…and are not linked in a serial form. They interlap, interweave, in a purely spatial relation. Time is stayed. The fourth part alone will represent time and be a true sequel. …» (Dalla nota di Lawrence Durrell in apertura di Balthazar, Faber, Londra, 1958)

[11] Lawrence Durrell, Clea, Einaudi, Torino 2023, coll. Letture, trad. di Fausta Cialente, pref. di Filippo Bologna.

[12] Lawrence Durrell, Justine, op. cit., p. 156

[13] Lawrence Durrell, Justine, op. cit., p. 109

[14] Vale la pena ricordare almeno: Thomas C. Foster, How to read literature like a professor, Harper, New York, 2003; Allison Kreuter, Blind Medusa: The Portrayal of Liza Pursewarden in Lawrence Durrell’s Alexandria Quartet, Gender Questions, vol. 10, n. 1, marzo 2022 e Barbara J. Marta, The Motif of the Grotesque in The Alexandria Quartet of Lawrence Durrell, C.W.U. Graduate Student Research Papers n. 154, Washington, 1966

[15] Lawrence Durrell, Clea, op. cit., p. 212

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Federico Platania

(Roma, 1971) è autore di narrativa e curatore del sito samuelbeckett.it, il portale italiano dedicato a Samuel Beckett divenuto nel corso degli anni punto di riferimento per artisti, studiosi e appassionati dell’artista irlandese. Tra i suoi romanzi: “Il primo sangue” (Fernandel, 2008), “Il Dio che fa la mia vendetta” (Gallucci, 2012) e “Arcipelago familiare” (Fernandel, 2024). Insieme a Catherine Dunne, John Banville e Max O’Rover fa parte del comitato artistico del San Patrizio Livorno Festival, rassegna di eventi dedicati alla cultura irlandese. Ha prodotto il podcast “I nomi. La meraviglia caduta del mondo», dedicato al romanzo “I nomi” di Don DeLillo.

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