Ho fatto il rappresentante dei genitori nella classe di mio figlio per due anni, e ho capito che la scuola si potrebbe considerare come uno Stato, con una complessa burocrazia, con scelte obbligate e doveri da eseguire senza capirne le motivazioni, e gestito da personale qualificato che è sottoposto a una forte pressione, soprattutto sui discorsi di privacy e sicurezza. Ma più di tutto, nel suo punto finale, ovvero il plesso scolastico, è una Repubblica gestita nella quasi totalità da donne.
Due anni fa alla scuola dell’infanzia la maestra insistette molto per la candidatura a rappresentante di classe di un uomo. Notoriamente tutti fuggono da questa chiamata alle armi perché è, di fatto, una scocciatura; comporta una certa dose di disponibilità per raccogliere i soldi delle collette e inviare i verbali, ricordare gli appuntamenti, pazienza nell’arginare le domande dei genitori, nelle critiche aspre verso gli insegnanti e, viceversa, calmare le acque, affrontare le difficoltà delle docenti e spiegare il loro punto di vista e far capire ai genitori che anche la richiesta più assurda viene dall’alto e quasi mai dalle maestre. Cercare di convincere, in sintesi, che siamo tutti intenzionati a navigare nella stessa direzione. Questo è un lavoro ed è gratis. Non è qualcosa che richiede particolare abilità, tutti lo possono fare.
Ho partecipato anche a un consiglio di intersezione: due riunioni annuali tra i docenti e i rappresentanti dei genitori. Ero l’unico uomo. Di fronte a me, con le sedute disposte a ferro di cavallo, solo donne. Per l’esattezza: sedici docenti, una referente scolastica, cinque insegnanti che si dedicano ad attività di potenziamento, sostegno e religione e la rappresentanza dei genitori. Un totale di trentacinque anime, di cui trentaquattro donne e un uomo: io.
Parlando con una maestra prossima alla pensione, mi ha detto che le è successo una sola volta in quarant’anni di collaborare con un papà. Una mamma mi ha detto che è al suo nono anno da rappresentante, avendo tre figli. Ho avuto un attimo di spaesamento quando ho fatto una domanda e si sono voltate tutte in contemporanea.
Mi sono chiesto se il fatto che un papà sia entrato dentro questo schema puramente femminile sia qualcosa che nel profondo le disturba o invece no. La maestra di mio figlio che tanto aveva insistito affinché un uomo ricoprisse il ruolo mi fece capire che la problematica di lavorare con “le mamme” è quasi sempre la stessa. «Tra donne ci si capisce di meno». Un’affermazione che odora tremendamente di falso e odioso cliché. E sono i cliché che creano il problema.
Quello però che ho capito è che è richiesto un intervento dei padri. Ma perché? La scuola, statale in questo caso, è qualcosa che cade a pezzi, ma non per questo va in malora. È un barcone più o meno stabile che viene tenuto a galla e portato avanti in modo egregio dalle docenti. Anche la dirigente è donna. Quando sono tornato a casa mi sono chiesto se fare il rappresentante di classe non fosse un modo forzoso per entrare in un circolo femminile nel quale la rappresentanza maschile non è richiesta. Se la mia presenza potesse essere vista come l’ennesima situazione in cui l’uomo stende la mano e si appropria di qualcosa a discapito della donna. Mi sono soffermato a pensare a questa cosa e che potrebbe essere letta così ma, mettendosi nei panni di una rappresentante, faccio fatica a crederci.
Partecipare a queste attività è oltremodo pesante, questo è chiaro. Richiede impegno soprattutto di orario e disponibilità, ma una ragione su tutte è che fare il rappresentante di classe all’infanzia è mortalmente noioso. E quindi l’uomo, coscientemente o meno, non saprei dirlo, si è tagliato fuori. Ma perché? Perché i padri hanno deciso che questa gestione dell’infanzia è a carico quasi interamente delle madri? E alle madri questo sta bene?
Ho visto che in realtà la roulette per eleggere i rappresentanti (dovrei dire le rappresentanti) coinvolge tutti (dovrei dire tutte) e a chi tocca di dover accettare non lo fa mai con particolare slancio. Nessuno si sveglia al mattino decidendo di fare, gratis, il rappresentante di classe della scuola dell’infanzia. Però l’uomo, i padri, si sono fatti sempre più discreti e piano piano hanno lasciato tutto. Come il lavoro domestico anche questo è un lavoro che è stato totalmente delegato alle donne. È una questione noiosa, in più si parla di bambini dai tre ai cinque anni e non di aspiranti professionisti che entrano nel mondo del futuro e dei quali andare orgogliosi. Eppure, questi sono anni fondamentali e come mi disse una docente un giorno «Il passaggio da asilo a scuola dell’infanzia è paragonabile per intensità al cambio tra medie e liceo».
Ma i padri lo sanno? Davvero vogliamo rimanerne fuori?
Anche dal lato docenti rimasi particolarmente colpito quando mio figlio raccontò che a scuola c’era un maestro. Pensavo si sbagliasse, e invece con mia sorpresa era un uomo in carne ed ossa! Quando abbiamo deciso che l’insegnamento dei piccoli fosse qualcosa da delegare alle donne? Molte figure cruciali della pedagogia sono uomini: Gianni Rodari, Gianfranco Zavalloni, Albino Bernardini, Loris Malaguzzi e via dicendo. Professionisti esemplari tranquillamente ascrivibili nel pantheon dei Maestri eccelsi insieme a gente come Alberto Manzi e Rudolf Steiner. Maschi, tutti maschi. Si potrebbe aprire un capitolo intero sul “come” loro siano riusciti ad esternare le loro idee e a diventare tali; a me interessa solo il fatto che erano interessati all’infanzia alla stessa stregua di quanto lo fosse Maria Montessori.
Quindi c’è un momento in cui l’uomo ha declinato l’offerta, in cui si è limitato a scrivere libri teorici e ha lasciato la manovalanza e la fatica gestionale nuovamente alla donna. Non è un fatto di interesse, né un fatto di tempistica lavorativa. Nella mia esperienza vedo molte madri lavoratrici, anche se i dati nazionali raccontano una situazione più complessa e a queste riunioni ho visto alcune portarsi dietro anche un neonato.
Quindi, se da una parte i dati timidamente dimostrano che la forbice del lavoro domestico si sta attenuando, il ruolo di gestione della scuola dell’infanzia è ancora a carico delle madri. Nelle chat di classe la quasi totalità è donna, e l’incipit dei messaggi è quasi sempre “Care Mamme”. Durante gli Open Day per la scuola primaria ero l’unico uomo. O meglio, l’unico da solo. Perché curiosamente la maggior parte degli uomini quasi mai partecipa a iniziative scolastiche se non accompagnato. Va detto che recentemente ho notato un notevole incremento dei padri che vogliono essere attori attivi di quello che succede.
A monte, andrebbero disinnescati alcuni procedimenti che rendono la mamma oberata di responsabilità e l’uomo svuotato. Ad esempio, le maestre fanno ancora fatica a percepire le diverse situazioni e hanno impiegato un anno intero a capire che dovevano chiamare me, il papà, e non la mamma quando il bambino stava male. Però c’è un cambiamento in atto e va accompagnato, va stimolato. Vanno resi gli uomini ancora più responsabilizzati dei loro doveri. E se gran parte del lavoro domestico, della cura di casa, della gestione dei figli è ormai riconosciuto come problema da risolvere, invece per la scuola è ancora in lavorazione questo scambio paritario, questa condivisione piena di lavoro e noia, questo incarico che non potrebbe che contribuire al miglioramento di questo barcone chiamato scuola, e che spesso e volentieri vacilla.
Un passo importante per la parità genitoriale sarebbe sicuramente quello di suddividere o, per lo meno condividere, lo strazio dell’organizzazione scolastica e la perdita di tempo che ne deriva. Perché è innegabile che sia così, ma ha il suo lato positivo, e cioè quello della scoperta del mondo del bambino fuori da casa e la sua crescita che va di pari passo con il cambiamento dei padri. Sono convinto che questo cambio di organizzazione sia un’opportunità per scoprire un mondo imprevisto a noi vicino, un modo nuovo di “fare scuola”.
Gianfranco Zavalloni ha dedicato un intero libro all’importanza del rallentare, perché certe situazioni meritano la nostra attenzione, ma per farlo c’è bisogno di imparare a fare cose che apparentemente ci fanno perdere tempo: «In una società basata sul successo, sul guadagno e sul vincere, abbiamo mai riflettuto sull’importanza e sul valore pedagogico del “perdere”? Perdere tempo, perdere una partita, perdere un treno, perdere un oggetto, perdere un appuntamento, perdere qualcuno, perdere e basta… perdere!».