Un eros feroce e turbolento. La prima stagione poetica di Volponi

Un gruppo di inediti rinvenuti tra le carte d’autore permette di attingere agli strati più fondi della geologia poetica di un maggiore del secondo Novecento italiano

Salvatore Ritrovato e Sara Serenelli curano, per la “bianca” Einaudi, le Poesie giovanili di Paolo Volponi, un mannello di testi risalenti agli anni Quaranta, dunque coincidenti con le prime prove dell’autore (nato a Urbino nel 1924).

Più esattamente, come Serenelli segnala nello scrupoloso apparato filologico che chiude il volume, la cinquantina di componimenti rinvenuti nell’abitazione dello scrittore si collocano in due aree inventive parzialmente distinte, la prima legata al cantiere de Il ramarro (la silloge d’esordio, del 1948), la seconda riferibile a L’antica moneta (la raccolta apparsa nel 1955).
Nelle pagine introduttive Ritrovato ricostruisce il contesto in cui Volponi si è formato, sia per quanto riguarda la dimensione geografica e sociale (il Montefeltro appartato, fiero e geloso del suo irripetibile passato), sia in riferimento al panorama letterario dell’epoca, evidenziando la volontà del giovane Paolo di «sintonizzarsi sulla grande stagione ermetica appena trascorsa, con l’inquietudine di chi ne conosce i limiti» (p. xvi).
In effetti, tanto la pronuncia quanto le opzioni retorico-stilistiche adottate fanno avvertire in modo netto quella temperie; penso non tanto al gruppo fiorentino-milanese quanto piuttosto ai loro sodali, diciamo così, meno petrarchisti e più spiccatamente espressionisti-surrealisti: all’ermetismo archetipale dei meridionali, insomma.
Come ricorda il curatore, i punti di riferimento di questo ragazzo di provincia furono gli stessi, di respiro europeo, cui in quegli anni di asfittica autarchia guardavano quasi tutti: Éluard, Ungaretti, la generazione iberica del Ventisette (Lorca, Alberti). Gli stessi maestri amati, per limitarci a un solo nome, da un autore di due lustri più anziano di Volponi come Vittorio Bodini; ed è notevole che la triade luna/sangue/presenze animali, così centrale nel capolavoro del poeta salentino La luna dei Borboni, compaia qui con quasi identiche implicazioni: «la luna muore / e perde sangue chiaro / che si riversa / nelle gole latranti dei cani / negli occhi delle civette / che più non hanno pace».

Volponi poesie giovaniliTuttavia molte e notevoli sono anche le differenze, tra i due. Laddove Bodini canta la propria terra cogliendone i tratti di fondo pitagorico-barocchi, in questi versi di Volponi non troviamo alcun specifico riferimento al paesaggio marchigiano. È del tutto assente insomma quella che Oreste Macrí avrebbe chiamato la dimora vitale urbinate, poi così decisiva nella produzione a venire: la città-fortezza superba di tesori resta invisibile, mentre il mondo rurale circostante affiora solo come sfondo generico. Tantomeno c’è l’urgere di fatti o situazioni, in un sentire totalmente destorificato.
Emergono ovunque, piuttosto, i conflitti operanti nell’inconscio, esibiti nel loro prorompere viscerale, crudo; si stagliano perentorie figurazioni legate al vitalismo e all’erotismo di un’adolescenza formatasi – ed è qui che lo scarto di dieci anni da un poeta come Bodini si fa decisivo – nel contesto premorale, o amorale, del fascismo maturo e già in disfacimento (non può non venire alla mente Il lanciatore di giavellotto, il romanzo del 1981 in cui Volponi farà i conti con tutto questo).
Tutta la prima sezione del volume allinea testi in cui precipitano i tumultuosi affanni psichico-caratteriali di un ragazzo sensibile e acuto ma smanioso e insoddisfatto, con ricorrente presenza del campo semantico del sangue (versato per taglio, morso, sbranamento) e apparizioni improvvise di un bestiario ominoso. Non mancano tentazioni di identificazione eroica o vagheggiamenti di maledettismo, con tanto di inclinazione al travestimento – da Giuda, da antico romano, da poco di buono, da milite mercenario: «vorrei morire / ai piedi di una chiesa / alta e grigia. / Trafitto da dieci spade, / io spadaccino di ventura / al servizio di congiure».

Ma la vera cartina di tornasole, nel dolorante plesso vita-poesia che stringe il giovane Paolo, è rappresentata dal terreno della lirica amorosa. Come nel caso di molti poeti ermetici, quella qui raffigurata è una donna-miriade (per dirla col titolo di un’opera di Piero Bigongiari grosso modo coeva) che continuamente sfugge o che si lascia afferrare solo per frammenti. Tuttavia, a differenza di quel che capita con i fiorentini, in questi componimenti non si dà traccia di smalti o levigati cammei: il corpo femminile non è mosaico di tessere preziose, bensì congerie di impudichi brandelli anatomici (il ventre, gli occhi, le cosce, i capelli, la lingua, le anche, i seni).
Ovunque dominano il desiderio rapace e l’appetito rapinoso del sesso («la mia voglia», come si legge in un verso del Ramarro) mentre sottotraccia scorre, beninteso, un sentimento regressivo del peccato, magari frammisto a un malinteso senso di virilità (ciò che fu la cifra di tanti giovani formatisi nel Ventennio, a partire dal Damin del già ricordato Lanciatore di giavellotto).
Nessuna allusività, dunque, nessuna aerea trascendenza ma anzi accessi di rabbia incontrollata («la forza dei miei denti / sulle venine verdi / del tuo collo») e manifestazioni di furente disprezzo per la donna-bestia, in passaggi persino disturbanti dove la colpa, reale o atavica poco importa, di una lei angelo decaduto comporta addirittura maledizione, invettiva («hai riso, / ed io avrei sputato / dentro la tua gola / aperta»), non senza insistenza sul dettaglio fisico ripugnante: «ti slarghi come un frutto maturo, / ed io sento lo schifo / di vederti dentro»; «mi ricordo dell’odore / perché eri poco pulita». Altrove prevale invece una pulsione all’auto-umiliazione, quasi all’annullamento di sé, che promana dalla stessa immaturità emotiva e della medesima irrequietezza: «mi sono tinto la faccia / di rosso. / Nudo / con una tenda fiorata sulle spalle / per piangere / di te. / Per avvilirmi / sul pavimento muto».
Sono insomma prove di un petrarchismo rovesciato di segno, di un lirismo che cade sotto il «segno della repulsione e della contaminazione» come già rilevava Emanuele Zinato a proposito del primo Volponi nel volume delle Poesie 1946-1994 da lui curate (prefazione di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 2001), e insieme sintomi del disagio un soggetto ancora ignaro, o nella migliore delle ipotesi assai confuso, circa le ragioni storico-politico-antropologiche cui deve il proprio livoroso disorientamento.

VolponiDiversamente, le dodici liriche qui ascritte al cantiere dell’Antica moneta, dunque collocate nei primi Cinquanta (una dozzina in tutto), restituiscono una sensibilità in gran parte già mutata; la tensione alla violenza psichico-corporea e alla deformazione espressionistica si attenuano e si assiste a un mutamento di toni e forme – come esemplarmente nelle immagini della donna, più composte e rattenute – con passaggi che lasciano indovinare l’eco della raffinata lezione montaliana.
Eppure, i testi dal sapore più acre restano senz’altro i più interessanti, nella misura in cui consentono di cogliere, guardando oltre questa fase liminare della scrittura di Volponi, l’arco teso di un percorso di vita e creazione che poi condurrà, a distanza di un ventennio e grazie alla maturazione di un preciso orizzonte valoriale, a ben altre riflessioni sull’ingrato ruolo toccato in sorte all’individuo contemporaneo, impasto di carne sfrenata e desiderante calato senza difese nel dramma equivoco e terribile della modernità.

Riccardo Donati

Docente e saggista, insegna all’Università di Salerno; tra i suoi lavori più recenti ricordiamo “I veleni delle coscienze. Letture novecentesche del secolo dei Lumi” (Bulzoni, 2010), “Le ragioni di un pessimista. Bernard Mandeville e la cultura dei Lumi” (ETS, 2011), “Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione” (Le Lettere, 2014), “Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico” (Rosenberg & Sellier, 2016), “La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione” (Duetredue, 2017), “Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda” (Carocci, 2020). Si occupa di letteratura europea tra Sette e Novecento e di poesia italiana contemporanea, con interventi in volume e in rivista; nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il “Premio Giuseppe Borgia” per i suoi contributi sulla poesia.

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